Re Artù è a Camelot per celebrare il Capodanno. Intorno a lui i cavalieri della Tavola Rotonda, «in splendida festa e spensierato piacere». È costume del re ascoltare, prima di dar inizio al pranzo, la «strana storia di qualche avventura». Ed ecco, prima che qualcuno cominci a narrare un racconto meraviglioso, si fa avanti il meraviglioso stesso. È un gigantesco cavaliere, tutto vestito del verde più puro, in mano ha un’ascia «mostruosa ed enorme». Quando parla, è per proporre una sfida che fa tremare. Sarà Sir Gawain, perla dei cavalieri, a raccoglierla. Sopravvissuto in un solo manoscritto, anonimo, attribuibile alla fine del Trecento, «Sir Gawain e il Cavaliere Verde» spicca solitario nel Medioevo inglese. In questo poemetto insondabile e fragrante sembrano celebrarsi le nozze fra Bellezza e Significato. Qui, all’interno di un’incantata cornice cortese, fra castelli che paiono ritagliati nella carta, corni di caccia e dame esperte in rischiose schermaglie d’amore, incontriamo una variante assai segreta di un tema ultimo del il rapporto fra l’eroe e il mostro, il Nemico. I cavalieri antichi ben sapevano che vincere il Nemico non significa soltanto affondare una lama in un corpo mostruoso. Ben più intimo, ben più sconcertante e vertiginoso è il rapporto che li lega all’avversario soprannaturale. Allora duello e sacrificio possono sovrapporsi, allora una testa che rotola può diventare non la rovina, ma la salvezza. Allora i colpi mortali possono essere sostituiti da doni, in uno scambio di omaggio fra il mostro e l’eroe. Filtrato dalla mente cavalleresca, questo è il meraviglioso di cui aveva bisogno re Artù per cominciare a mangiare. Il che significa per cominciare a vivere. L’avventura di Sir Gawain offrì ai suoi occhi qualcosa del meraviglioso che dà avvio alla vita, come lo offre a quelli di tutti noi che leggiamo le parole del suo ignoto cantore.
Piero Boitani (Roma, 1947) è un filologo, critico letterario e traduttore italiano. Dantista e anglista, ha dedicato numerosi studi ai miti classici e alla Bibbia. È direttore letterario della Fondazione Lorenzo Valla.
Ottima edizione di un testo del Medioevo inglese: un romanzo cavalleresco definito da Boitani nella perfetta, profonda e chiarissima introduzione
il più interessante e più bello prodotto su suolo inglese e certamente uno dei migliori risultati dell’intera tradizione romantica europea .
Consiglio davvero di leggere l'introduzione dopo la lettura del testo, perchè Boitani sa mettere in evidenza in modo egregio i punti interessanti, l'originalità (financo gli elementi meta-letterari), le allegorie e la profondità di questo testo che solo superficialmente sembra una narrazione di una favolosa avventura di un paladino della Tavola Rotonda.
Gawain è, assieme al Troilo chauceriano, il primo eroe autocosciente, pensante e pensoso del romanzo inglese.
Non riassumo la vicenda, ma piuttosto metto in evidenza come questo "romanzo" rompa gli schemi di un certo romanzo cortese centrato sull'Amore come virtù cavalleresca (qui il rapporto con la Dama è solo una prova pericolosa per Gawain) e sulla figura di un cavaliere come "senza macchia e senza paura" - Ser Gawain è l'uomo più senza macchia che si possa immaginare (come lo stesso cavaliere Verde ammette), eppure porta ad Artù il simbolo della sua "slealtà" verso l'ospite.
profondamente disturbato – come Gawain – per la piccola macchia che egli, il cavaliere senza macchia e senza paura, ha mostrato.
Ed il fatto che la cintura per la quale Gawain manca alla parola data (a sua colpa) diviene per il suo Re un simbolo araldico è pregno di significati: essere uomini significa errare e la colpa riconosciuta e perdonata può divenire emblema di onore e virtù.
Preziosissima la notazione che Boitani fa dell'incontro tra Don Chisciotte e un Cavaliere Verde nel capolavoro di Cervantes: un collegamento tra uno dei primi e l'ultimo dei romanzi cavallereschi, dove la riflessione sulla narrazione, sulla finzione, sul falso e sul raccontato già mostrano cosa è la letteratura al suo livello più elevato:
romanzi di cavalleria sono doppiamente giochi e finzioni, intrattenimenti e proiezioni, ma hanno una loro logica misteriosa
Visto che ancora nessuno ha scritto la sua recensione darò le mie due lire a riguardo.
Ho messo tre stelle non per il poema cavalleresco ma per le scelte editoriali del libro e il commento finale di Ananda K. Coomaraswamy.
Non è presente la versione originale del poema ma solo la traduzione, che è grosso un peccato. Mentre, il commento dello studioso alla fine l'ho trovato ermetico e parecchio difficile da seguire, perché pregno di citazioni e concetti complessi, introdotti senza aiutare il lettore (magari un po' capra come me) a seguire il filo del ragionamento.