Simon Elsas torna in Germania, nella sua città natale che aveva abbandonato trent'anni prima per sfuggire alla persecuzione razzista. I brucianti ricordi lo inducono a fermarsi nei luoghi della sua gioventù, forse per cercare risposte ai dubbi della memoria. Nell'arco di ventiquattro ore incontra i vecchi compagni di scuola, sfigurati dalla guerra; poi Charlotte, il suo grande amore, anch'essa segnata dal tempo. Ma su tutti grava il terribile sospetto di complicità con il regime nazista e la ferita di Simon non può richiudersi.
Tutto ciò era stato dimenticato per vent'anni, e sarebbe rimasto tale per sempre se Elsas non avesse commesso l'incredibile follia di ritornare in questo dannato paese, che un tempo era stato da lui amato di un amore profondo e appassionato, che lo aveva arricchito. Questo suo ritorno aveva fatto sì che la memoria, come un torrente fangoso, scoperchiasse le tombe di morti dimenticati, per trasportarne le ombre da una riva all'altra dell'Acheronte e distruggere la diga da Elsas costruita con tanta cura perché il passato non lo inghiottisse e gli lasciasse iniziare una nuova vita.
Il passato, ricercato in uno slancio improvviso, forse di nostalgia, torna sotto altre vesti e sembianze, con volti, voci e verità non prive di sgomento e dolore. Ma indietro non si può tornare, niente può più essere come “prima”, non dopo tutto il sangue versato e le urla inascoltate delle vittime. Troppi fantasmi. Ed allora... Niente resurrezioni, per favore. Meglio ripartire e via.
Bellissimo!
Un solo interrogativo: per quale motivo Uhlman ha riportato un evento in particolare, un flashback di poche righe, in entrambi gli ultimi due racconti della trilogia (momenti vissuti da due persone diverse)? Mi chiedo se non sia stata un’esperienza personale che lo abbia particolarmente colpito, tanto da riproporlo (apposta? inconsapevolmente?) più di una volta.
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La rilogia del ritorno si conclude con un ritorno, penoso, ma forse necessario per non dimenticare. Se il primo si era concluso con una nota positiva, pur in tutto quel dolore, e il secondo era a mio parere completamente evitabile perché non portava nulla di nuovo, questo terzo è esaustivo e conclusivo, e non lascia spazio alla benché minima ombra di positività. Ma, onestamente, su certi argomenti non c’è nulla che si possa dire di positivo, anche chi l’ha scampata vive nell’Inferno. E probabilmente è giusto che sia così, è giusto che certi argomenti continuino a fare male anche a tanti anni di distanza. A L’amico ritrovato solo legata per averlo letto la prima volta quando ero piccola, ma ragionando obiettivamente direi proprio che questo è il più bello della trilogia.
Migliaia di persone gli passarono accanto, ma nessuno di quei volti gli era familiare. Sperava e nello stesso tempo temeva che qualcuno lo riconoscesse. Un uomo lo guardò, si fermò, tentennò e proseguì. Poi passò una donna, ed Elsas fu sicuro di averla già vista. Anche lei lo fissò, sconcertata, frugando nella memoria. Simon portò la mano al cappello con esitazione, la donna rallentò il passo come con l'intenzione di parlargli, ma poi decise di andare avanti. Altra gente si dava urtoni, lo sospingeva. Il tempo è denaro, ma il denaro non è tempo. Tutto l'oro dell'Eldorado non poteva ricomprare gli anni che erano stati contaminati, o fermare il sangue che era sgorgato, o tacere le urla delle vittime.
Un breve romanzo duro, sferzante e necessario: non si può sfuggire da certe realtà, dalla triste banalità del male. Una chiusura della trilogia amara e realistica, non basta lo scorrere del tempo per sanare le ferite devastanti dell'Olocausto.
"Il tempo é denaro, ma il denaro non é tempo" Una trilogia fenomenale. All'interno troviamo 3 libri: L'amico ritrovato Un'anima non vile Niente resurrezioni, per favore I primi due narrano dell'amicizia tra Hans (un ebreo tedesco) e Konradine (figlio di aristocratici). Fin qui potrebbe sembrare una classica storia su l'amicizia tra due ragazzi di ceto sociale differente, ma qualcosa é alle porte: Hitler e il nazismo. Il primo romanzo viene narrato dal punto di vista di Hans mentre il secondo è la stessa identica storia ma raccontata dal punto di vista di Konradine (in una lunga lettera scritta da lui per il suo grande amico). I due romanzi sono complementari e andrebbero davvero letti insieme. Il terzo invece narra una storia diversa con protagonista Simon, un ebreo che torna per un giorno nella sua città natale in Germania dopo 20 anni dalla sua fuga. Qui incontrerà delle vecchie conoscenze che non aveva voglia di riesumare. Questo é il racconto che da maggiore potenza al tutto, nei panni di Simon ci ritroveremo a provare rabbia, disprezzo,dolore estremo, tristezza e compassione. Perché nessuna guerra può fare a meno di portare queste emozioni. Consigliato a tutti per una lettura profonda, permeata di filosofia e profondo amore per l'arte. Ricordare ciò che è avvenuto è un nostro dovere, come lo é anche fare in modo che non avvenga più.
Terzo capitolo della Trilogia del ritorno di Uhlman. Ho particolarmente apprezzato l'astensione dal giudizio dell'autore, che ha espresso le diverse esperienze del dopoguerra in Germania attraverso i vissuti dei personaggi. C'è chi nella guerra e nei genocidi ha perso tutto e non può perdonare i suoi aguzzini, diretti o conniventi; c'è chi per timore di ripercussioni ha partecipato al meccanismo dei massacri, e si consola pensando di non aver potuto fare diversamente; c'è chi ha partecipato e non può perdonare se stesso; c'è chi giustifica la sua fede; c'è chi ha perso la vita, e urla vendetta. Non resta che chiedersi noi cosa avremmo fatto, e cercare di essere onesti.
Questo romanzo breve è forse il più forte, drammatico e sconvolgente della cosiddetta “Trilogia del ritorno “, Simon Elsas rientra per qualche giorno in Germania dopo essere emigrato negli Stati Uniti e quello che ritrova è un Paese devastato geograficamente e spiritualmente. Mi sono sempre chiesta cosa provassero gli ebrei tedeschi nel dopo Olocausto ed il protagonista attraverso i suoi pensieri ed azioni ci accompagna in questo viaggio infernale, gli incontri che farà sono difficili e tutto è narrato con la dovuta meticolosità e crudezza, perché alcune cose non possono essere né taciute né dimenticate o perdonate.
Terzo volume di “La trilogia del ritorno” questo romanzo non ripropone i due protagonisti dei romanzi precedenti ma vive il ritorno a Stoccarda di un uomo ebreo, unico sopravvissuto della sua famiglia nei campi di sterminino, per vedere l’effetto che ha su di lui il ritorno alla città di origine dopo vent’anni vissuti negli Stati Uniti. L’autore con questo romanzo vuole analizzare quello che è stato definito da molti il “problema delle responsabilità” di un popolo che ha visto il male dirompere e sterminare la vita di molti innocenti. Attraverso l’incontro con vecchi compagni di classe il protagonista Simon fa i conti con la sua storia, con il suo passato ma soprattutto con le diverse scuole di pensiero, vedendo emergere sentimenti contrastanti dai quali sentirà l’esigenza di allontanarsi provando non nostalgia ma totale repulsione. È un romanzo questo che pone le basi per numerose riflessioni e permette al lettore di costruirsi un’idea rispetto alle vicende che vede narrate. Il dramma dei singoli, la tragicità ma anche un’ideologia difficile da sradicare come il pensiero di molti che per lungo tempo è stato “eseguivo solo gli ordini” quale giustificazione per gli orrori commessi. Nella sua brevità questo romanzo rappresenta in modo potente il dopoguerra di un paese a seguito dei processi di Norimberga con le molteplici voci, le differenze di pensiero e le ferite, in primis, della parte di tutti i sopravvissuti ai campi di sterminio di cui Simon è portavoce dei pensieri e delle emozioni. È un romanzo toccante ma soprattutto povero di risposte ma ricco di elementi per costruire un pensiero individuale.
“El retorno” como se llama la obra de una supuesta trilogía sobre Reencuentro pero no hay nada de eso. Es un libro totalmente independiente a la historia de Hans y Konradin, son parecidas solo porqué también hablan de un judío que abandonó Alemania para situarse en América y que hace la vida de un pintor llamado Hans Elsas alias Simón, que luego regresa una vez que la guerra a terminado y comenzará a recordar y evocar recuerdos que pensó que estaban olvidados. Así que, ahora bien, en particular pienso que nada podrá igualar el primero libro, ni la segunda historia ni está que es aparte; muy raramente se consigue buenas historias cuando necesitan continuar y en vez de reformarla, es mejor dejar tal cómo está.
Do un voto più basso perché non c’entra coi due precedenti libri della trilogia. Ovverosia, c’entra, ma ha protagonisti diversi. Non più Hans, non più Konradin, ma un alias di Hans di nome Simon Elsas: anche lui ebreo, anche lui uscito dal liceo classico, anche lui scappato in America, anche lui ha perso tutta la famiglia a causa dell’odio nazista. Simon è Hans se fosse tornato in Germania e si fosse posto a confronto con il mondo che si è lasciato alle spalle. E’ tornato per vedere che ne è stato di una sua vecchia fiamma ma viene riconosciuto da un ex compagno di classe: lui, nazista e arricchitosi con la guerra, lo invita a una rimpatriata con altri compagni, tutti uomini di successo. Simon non si trova a suo agio: non può più considerare amici persone che forse si sono bagnati le mani nel sangue degli ebrei. La vicenda ruota tutta intorno ai suoi sentimenti e alle sue emozioni: parla tedesco dandogli un forte accento americano per marcare la sua distanza da quella terra, vive continuamente proiettato nel passato e non riesce a perdonare la Germania, si sente truffato dalla vita e non ripagato per ciò che ha perso. Messo a confronto con un ex compagno nazista, si sente dire che Hitler aveva delle buone intuizioni, ma ha ecceduto… che obbedivano solo agli ordini, non era colpa loro… che è logico sacrificare centomila persone cattive per salvarne un milione di buone. Tutte frasi di circostanza che mostrano come molti tedeschi, anche dopo la guerra, credessero davvero che le azioni di Hitler fossero state condotte a fin di bene e che la responsabilità non era loro: erano solo ingranaggi di un sistema inarrestabile, o almeno così credevano. Una storia breve, incisiva, penetrante che fa riflettere su quello che resta il suo sanguinoso capitolo della nostra storia.
He llegit 'El retorn' en català, però la fitxa corresponent del Goodreads està equivocada i parla de 'L'amic retrobat'.
'El retorn' forma una trilogia amb 'L'amic retrobat' i 'L'ànima valenta', però no és la continuació d'aquestes altres dues narracions, que sí que estan estretament lligades. La temàtica és similar: en aquest cas, la tornada d'un jueu alemany a Stuttgart vint anys després d'haver-ne hagut de marxar fugint dels nazis. Però el personatge, tot i que també hi intuïm un fort component autobiogràfic, no és el mateix.
Hi ha un parell de detalls que m'han deixat intrigada:
1. ¿Per què Uhlman repeteix, en un personatge diferent, la història de la noia que se suïcida hores després de passar una agradable vetllada ballant amb el protagonista?
2. Per què el secundari més destacat d''El retorn' té el mateix nom (Fritz Haber) que l'historiador que troba la carta que constitueix 'L'ànima valenta'? Es diuen igual però són clarament dues persones diferents.
Si algú té la resposta a aquestes preguntes, li agrairé que respongui a aquesta breu ressenya.
Ultimo libro della trilogia del ritorno. A mio avviso, è inferiore ai primi due, probabilmente perché mi ero così affezionata alla storia tra Konradin e Hans da proiettare tanti dei miei sentimenti ed emozioni nei primi due libricini. Rimane comunque un libro incredibile. La discussione che si anima tra gli ex compagni di classe fa accapponare la pelle: mi ha fatto sentire vivo ciò che avevo letto asetticamente nei libri di storia al liceo. Non so perché, ma la dinamica del dopoguerra, il vuoto che ha lasciato, la confusione e il dolore sono qualcosa per cui non ero preparata. Mi avrebbe sicuramente impattato meno un libro che parlasse delle dinamiche di guerra, perché, sentite e risentite, è naturalmente umano creare un certo distacco, rendendo più difficile empatizzare, nonostante si comprenda l’orrore e le atrocità.
Frasi preferite:
“Mi auguro soltanto che questa vita sia l'unica da vivere, indubitabilmente. Niente resurrezioni, per favore. D'inferni ne basta uno.”
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Come è possibile continuare a vivere nella stessa città da cui si è stati strappati via e caricati a forza su un vagone diretto verso un campo di concentramento? E come è possibile per i tedeschi che hanno votato, applaudito, sparato, dato ordini... o che hanno ignorato, chiuso gli occhi, cercato delle giustificazioni (obbedivo agli ordini)... continuare a vivere, a guardarsi negli occhi, a crescere i loro figli, a parlare e scherzare con i sopravvissuti ebrei? Di questo ci parla questo breve testo... e tutto in fondo è racchiuso nella frase di Charlotte, la donna amata che ormai è meglio dimenticare per sempre: "Ormai non ho più speranze, mi auguro soltanto che questa vita sia l’unica da vivere, indubitabilmente. Niente resurrezioni, per favore. D’inferni ne basta uno."
E' il terzo capitolo della Trilogia del Ritorno, di cui avevo letto solo il primo, ma è strutturato in modo tale che è possibile apprezzarlo anche come libro a se stante. Uhlman è conciso e minimalista, e quando si sofferma per descrivere un particolare, lo fa con intelligenza e con uno scopo preciso. Il risultato è un racconto breve ed intenso dove il lettore non può fare a meno di immergersi nella storia e vedere il mondo con gli occhi del protagonista.
Ultimo capitolo della trilogia, in un certo senso scollegato dai primi due per protagonista ma profondamente legato dalla tematica. Alla fine è arrivato il conto, ovvero ciò che rimane dopo la guerra e la tragedia, in cui pochi sopravvissuti che si sentono ancora vittime e quelli che invece proveranno sempre vergogna.
La trilogia del ritorno dovrebbe essere letta da tutti. almeno da chiunque abbia una coscienza ed una memoria priva di pregiudizio
L'ultimo tassello della trilogia del ritorno ed è una sorta di resa dei conti tra il protagonista e la piccola e grande storia. Trovo la scrittura di Uhlman semplice e lineare, ma questa apparente semplicità, il pathos contenuto rendono perfettamente il senso della tragedia e del dolore di un popolo.
“Ormai non ho più speranze, mi auguro soltanto che questa vita sia l’unica da vivere, indubitabilmente. Niente resurrezioni, per favore. D’inferni ne basta uno.” (pp. 89, 90)
Un bel finale di 'disillusione' e con una voglia di ricominciare da capo una nuova vita per poter andare avanti e dimenticare quelli che sono stati gli anni più bui della Germania.
“É vero, non gli hai fatto del male. E ti devo dire perché non gli hai fatto del male? Perché non hai potuto. E ti devo dire perché non hai potuto? Perché è scappato in tempo.”