Sono stata presa oltre ogni aspettativa dallo spaccato di vita messo a nudo nelle lettere che appartengono a vario titolo al 'circolo' di Charlotte: a partire da quelle (incredibilmente in tono con lo stile dei romanzi epistolari del primo ottocento) della giovane donna innamorata che sarebbe diventata sua madre. E poi, il grande tavolo su cui le tre sorelline e il fratello si cimentavano con entusiasmo nell'invenzione e la stesura di interminabili epopee, un mondo da 'piccole donne' in cui tutte scrivono come Jo ma muoiono giovani come Beth, con un Laurie che si lascia andare alla dissipazione e alla rovina – e le morti, le morti, una dopo l'altra, di tutte le persone più care, il successo letterario, la timidezza e lo smarrimento davanti alla società londinese, le amiche chiuse nel loro piccolo ambiente provinciale e quelle emigrate in Nuova Zelanda in cerca di fortuna, gli intelligenti scambi di impressioni con il giovane responsabile editoriale, fino all'ultima fiammata, un amore ormai 'fuori tempo massimo', rifiutato e poi accettato con gratitudine, come nelle migliori tradizioni del romanzo inglese.
Un 'lieto fine' avaro, che durerà solo per i pochi mesi che la vita riservava ancora alla grande autrice di Jane Eyre.