Una (pagina di) storia vera.
Nel 1943 tre prigionieri di guerra italiani evadono da un campo di prigionia britannico in Kenya al solo scopo di scalare il Mount Kenya. Si erano preparati per mesi, di nascosto, procurandosi con mille espedienti i materiali per fabbricare poi da loro stessi ramponi, piccozze, corde, tende, scarpette da roccia (fatte con foglie e cordino di brandina)... La loro migliore cartina della montagna era il disegno riportato su una scatoletta di carne e così, alla cieca, hanno attraversato la foresta equatoriale, in uno scenario quasi da film Avatar, tra meraviglie mozzafiato e pericoli angoscianti fino a giungere ai piedi della montagna. Stremati e mal nutriti, riescono tuttavia a raggiungere la vetta del Lenana (4985 mt) e a piantare il tricolore dopo di che rientrano e si consegnano alle autorità – d’altronde non avrebbero potuto fare altro: il Mozambico, il paese neutrale più vicino, dista circa un migliaio di km.
Rientrati al campo, vennero puniti ma la loro pena, 28 giorni di reclusione, venne commutata in soli 7 per l’apprezzamento da parte dell’ufficiale inglese responsabile del campo per il loro exploit sportivo.
Una storia umana ricca di significato e che porta in sé una grandissima lezione di umanità: anche se la conquista della Punta Lenana, soprattutto fatta con le loro dotazioni, non è stato uno degli exploit maggiori della storia dell’alpinismo, è invece la motivazione dietro a questa fuga che emana uno grande sprone alla riflessione.
I tre protagonisti erano prigionieri di guerra, ovvero, a quanto dicono, il peggio che possa accadere durante un conflitto: non sei un eroe perché non ti batti, non sei un mutilato di guerra (che si avvicina all’eroe), non sei un defunto (pianto, onorato e commemorato). Non sei niente. Sei un peso da gestire, da nutrire e da curare ma che non ha effetto alcuno sul conflitto. Sei talmente niente che non si parla né si parlerà mai di te. Le giornate passano uguali e infinite. L’essere umano sbiadisce giorno dopo giorno, fino a scomparire. Ecco quindi che l’idea di scalare una cima è la metafora per tornare alla vita, per sentirsi di nuovo la linfa scorrere nelle vene: avere un progetto, incontrare ostacoli, risolverli, fare i conti con le proprie paure sempre in agguato, accettare le sconfitte, saper gioire comunque di tutto quello di positivo che si incontra lungo il nostro cammino. Ma soprattutto: non perdere mai la voglia di ridere. Ecco, l’umorismo che è sparso in abbondanza lungo tutto questo racconto, sia all’interno del campo che fuori, è anch’esso (soprattutto?) è innanzi tutto sorprendente (mai ho letto di tanti scherzi in racconti di guerra!) foriero della grande forza dell’uomo che prova a non morire “dentro”, la morte peggiore. Questa vittoria montana è la vittoria dell’uomo sulla mediocrità, sulla povertà intellettuale/interiore. E’ l’uomo che crea guerre con tutti gli annessi inutili, ma sa che sa anche gioire e sfruttare dei doni che gli sono stati fatti dalla natura. Questa storia è come la lucina nel buio – personale e dell’umanità.
Una storia letta d’un fiato e tra le lacrime.
Felice Benuzzi è nato nel 1910 a Vienna e trascorse la sua vita a Trieste. Dopo l’esame di stato in giurisprudenza, si trasferì a Addis Abeba nel 1939. Con la conquista dell’Abissinia da parte degli Inglesi nel 1941 venne internato in vari campi di prigionia in Kenya (la moglie la bambina di 8 mesi vennero internati da altre parti) dove rimase fino alla fine della guerra. Dal 1946 entrò in diplomazia e dopo essere stato in Pakistan, Francia, Berlino Ovest, Australia concluse la sua carriera come ambasciatore d’Italia in Uruguay. Si adoperò per l’ingresso dell’Italia nel Trattato sull’Antartide (ratificato nel 1984) e fu, tra le mille altre cose, uno dei soci fondatori di Mountain Wilderness. E’ morto nel 1988. Benuzzi scrisse sempre in italiano, tranne quest’avventura che ebbe la sua prima versione in inglese: No Picnic On Mount Kenya. Ebbe un successo straordinario.