Giuseppe, figlio maggiore di una famiglia contadina dell'Aspromonte, a 21 anni emigra in America. Sbarcato a Ellis Island, viene isolato per colpa del suo favismo in attesa di essere rispedito. All'improvviso però gli appare una signora con un bimbo in braccio, che gli apre letteralmente la porta sull'America. Anche quando, dopo cinque anni di miniera e fonderia, Giuseppe torna in Calabria, continua a pensare di essere un miracolato della Madonna del Carmine. Questa convinzione segna ogni evento e decisione della sua vita. Addirittura, fa voto di mandare un figlio in seminario. Avrebbe dovuto essere il primogenito, Saverio, invece tocca a Ciccio. Saverio è in missione in Africa, mentre Ciccio sconta le pene del dissidio interiore fra la tonaca che indossa e le idee comuniste che professa...
Mimmo Gangemi è nato nel 1950 a Santa Cristina d'Aspromonte. È ingegnere. Per Einaudi Stile libero ha pubblicato Il giudice meschino (2009) e La signora Ellis Island (2011).
Partito come una storia di emigrazione e di sacrificio, “La signora di Ellis Island” si rivela nella seconda parte un’affascinante saga famigliare, che abbraccia con la sua narrazione la storia di due generazioni di calabresi. La narrazione di Mimmo Gangemi, fatta di periodi brevi e di frasi colloquiali, può risultare “spezzettata” e, talvolta, di difficile interpretazione per un lettore abituato a una prosa fluida ma, una volta compreso come approcciarsi alla lettura del romanzo, risulta efficace e in grado di catturarci con la sua freschezza e il suo stile immediato. L’autore scava con un’efficacia disarmante nella storia di una Calabria rurale, alla quale generazioni e generazioni di residenti hanno cercato, spesso senza successo, di regalare un destino diverso. Propiziato da un incontro nel quale leggerà una sorta di intervento divino, il protagonista Giuseppe erige sul proprio sacrificio una famiglia allargata della quale, al termine del romanzo, ci sentiremo anche noi un po’ parte. Perché la storia di questa famiglia è, in fondo, la storia di una vasta fetta del meridione d’Italia e della nostra Nazione in generale, nella quale ritroveremo, per forza di cose, i sogni, i sacrifici e le fatiche che, se anche abbiamo avuto la fortuna di non sopportare in prima persona, sono certamente stati dei nostri genitori o dei nostri nonni.
Uno stile particolare, una visione molto al maschile, patriarcale. Questo mi ha lasciato un po' circospetta; ma la rudezza di questi personaggi � cos� vera, le espressioni cos� autentiche, che l'essere irritante diventa un pregio.
“ Più di cent’anni fa, Vennero da Paracorio tre fratelli. Si chiamavano Saverio, Pasquale e Francescantonio.” così comincia Saverio, i figli tutti intorno in rispettoso silenzio, affinché ricordino le radici, sappiano da dove vengono. Lo dice soprattutto a Giuseppe che di lì a poco si imbarcherà sul Rio Amazonas per la Merica passando sul Mare Oceano che pare infinito, glielo dice come a recitare una preghiera o una fiaba, o un incantesimo di ritorno ( oh, tutti i personaggi direbbero, ne son certa, “No un incantesimo no, niente “magare” qui, solo la fede in Nostro Signore e nella Madonna!). Timoroso che quel figlio buono e intelligente, che parte per andare a guadagnare i soldi che servono per comprare un “fondo” a don Ciccio e per aiutare la famiglia a vivere una vita che non sappia solo di miseria, possa non tornare più. È storia che han già visto e che potrebbe ripetersi. Ma Giuseppe sa che deve tornare, per tutti loro e per una ragazza che lo fa sospirare. E parte, come l’eroe delle fiabe, parte col cuore pesante e timoroso, e sulla nave trova un pezzetto della sua Calabria, dell’Italia che spera in un futuro diverso da zappa e mulo.
È sulla nave che lega con Antoni e gli propone di andare insieme a Mingo Junction, dove ad attenderli ci sarà zio Rosario con un lavoro in miniera. Per arrivare là bisogna però passare le selezioni a Ellis Island, che molti chiamano l’isola del pianto, delle lacrime di gioia per essere passati, o di dolore per esser ricacciati indietro. È la Prova, la prima veramente difficile che Giuseppe deve affrontare, perché sta male, male come un cane e il medico che lo esamina lo marchia con la F che indica un rifiuto a cui nulla può un giovane piegato dalla febbre; la prova che fallisce e per cui sembra tutto perduto. Ma, dal profondo della disperazione, quando ormai sta per rassegnarsi, Giuseppe vede una donna, vestita d’azzurro con un bimbo in braccio, che gli sorride e gli fa cenno di seguirla e che lo conduce fuori da una porta, dentro la Merica. Un sogno? Un’apparizione? Per lui è la Madonna del Carmine, che l’ha miracolato; un segno che il suo destino è quello di proseguire, di fare quanto deciso a casa. E così arriva insieme ad Antoni a Mingo Junction e diventa minatore a faticare più che mai, motivato dall’obiettivo che vuole raggiungere. Giuseppe e gli italiani, come gli ungheresi, vengono trattati come nullità, schiavi, tollerati solo perché fanno quei lavori che nessun americano farebbe. Li chiamano “dago” (da “They go” : vanno, devono andare, andarsene)e li disprezzano. Ma anche nei momenti più duri Giuseppe trova la forza nella Signora vestita d’azzurro, e nelle amicizie in particolare con Ehitù, un ragazzo a cui vuole bene come ad un fratello. (quanto mi ha commosso la loro amicizia, quanto ho pianto poi!) E, tra avversità, aiutanti, nemici, Giuseppe lavora e risparmia, resiste alla miniera fino all’ennesimo crollo che si porta tanti, troppi, e così lui e zio Rosario si spostano, vanno a lavorare in città, in una fonderia.
Qui c’è una piccola comunità di calabresi, siciliani, napoletani. Qui si respira aria di casa. E d’amore. Un amore che potrebbe far desistere Giuseppe dalla promessa fatta al padre, dal ritorno. E di nuovo sarà un buon amico ad aiutarlo, a farlo ragionare; e di nuovo la Signora di Ellis Island gli appare in sogno. E Giuseppe capisce di dover tornare a casa, dai suoi. E torna. Torna mantiene fede alle promesse. E cresce, aggiungendo nuovi rami all’albero della famiglia. Per poi partire ancora e a chiamare è la guerra ,questa volta. Nuove orribili sfide, nuovi amici, nuovi dolori, con la costante della Signora che gli compare in sogno e lo protegge. Un eroe messo a dura prova, Giuseppe, testardo, tenace, con un cuore grande, che tornato dalla guerra deve combattere con un nemico più grande ancora degli austriaci: la morte, che si prenderà qualcuno a lui caro. Continua a lavorare, cresce, aumenta le proprietà e la famiglia. Ai tanti figli racconterà la storia che gli era stata raccontata. Della guerra ,invece, della Merica ne parla solo con zio Rosario o con don Giulio. E la storia prosegue con due nuovi “eroi” in particolare: Saverio e Ciccio, figli di Giuseppe, diversi ma unitissimi, capaci di capirsi con uno sguardo, e con le loro avventure sullo sfondo di un’Italia nuovamente in guerra. Accadranno ancora tante cose, tante sfide da cogliere o a cui voltare le spalle e che decideranno i destini di tutti loro. E qualcuno saprà la verità sulla donna che ha deciso la sorte di Giuseppe, tanti anni prima.
“la signor di Ellis Island- donnetta o Madonna- aveva aperto strade benevole, con la loro genia cresciuta su sani principi e su binari di fede. (…) Donnetta o Madonna, senza di lei le sorti della famiglia avrebbero continuato a ristagnare, senza saltare una generazione. Donnetta o Madonna, suo padre mai l’avrebbe saputo”
Un romanzo corale, una storia dura e realistica che ha il sapore della fiaba, che incanta, affascina,a volte fa inorridire e racconta un capitolo del nostro Paese, di una terra difficile, della miseria costante ma anche della solidarietà, delle superstizioni, di uomini di grandi fede e di donne capaci di grandi sacrifici e forza. Gangemi, con la sua scrittura pulita riesce a far immedesimare chi legge, a fargli sentire il puzzo sulla nave, il profumo della busta di Luisa, il sapore dell’olio, la scarna bellezza di Vono, le lisce mani di Saverio che la zappa non l’han quasi conosciuta. Si vive la fatica dei personaggi e si comprende il modo di pensare di Giuseppe, che inizia a sentire il divario con le nuove generazioni. Verso la fine, la vendita della villa di don Giulio, simbolicamente indica proprio il passaggio di consegne tra il vecchio e il nuovo, tra il conosciuto e quello che sarà. O almeno io l’ho interpretata così. E il legante sono sempre le parole ,radici di quell’albero che è iniziato più di cent’anni prima con Saverio, Pasquale e Francescantonio e che, ancora, continua grazie a questo romanzo.
4 stelle e mezzo il mio voto. Non do 5 solo perché, anche se capisco le motivazioni di Saverio, avrei voluto che le lettere di Luisa venissero aperte…mi è rimasta una curiosità enorme! Nell’insieme è stata una bellissima lettura e mi porto nel cuore Ehitù!
Buone letture e alla prossima!
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Un romanzo di tutto rispetto, scoperto per caso in biblioteca e scelto fidandomi di quanto riportato nei risvolti della copertina e dal titolo: avevo capito che si trattava di una saga, ma non mi aspettavo un romanzo così ben inserito nel contesto storico e politico del periodo in cui si svolge la trama (quasi cent'anni); complimenti all'autore che ha saputo cogliere gli aspetti salienti delle epoche raccontate, facendoli rientrare nel romanzo stessso senza risultare mai didascalico.
All' inizio l'ho trovato un po' lento. Inizia a sbloccarsi dopo un po', anche se ho trovato alcune descrizioni troppo lunghe e distraenti rispetto alla storia. Comunque complessivamente ci sta, una bella lettura
Penso che Lorenzo, mio omonimo, che ha scritto "I Malavoglia..." e che ha dato 2 stelle dovrebbe limitarsi a leggere Topolino. La signora di Ellis Island è un libro eccezionale, la più bella saga familiare che io abbia mai letto