Gli ebrei de noantri
Ci sono molti modi di pensare agli ebrei. Come al popolo reietto e perseguitato, quello dei pogrom e della shoah; a quello dei grandi intellettuali e scienziati, Levi Montalcini, i cugini Einstein (Albert e Alfred, il musicologo), Kurt Sachs, perfino il Lombroso collezionista di teschi; ai grandi capitani di industria o di banca, Rotschild e Olivetti; ai comici come i fratelli Marx o Mel Brooks. Ai musicisti come Bernstein e Stern. Agli scrittori come i Roth (Joseph e Philip), Primo Levi, e tutta la pletora degli israeliani. E, già che ci siamo, a quelli che un bel giorno sono arrivati in Palestina e hanno detto: questa terra ora è la nostra terra, gli altri tutti fuori.
Quelli che ci mancavano sono gli ebrei di cui si parla in questo libro. Gente più o meno comune; una famiglia che, nella Roma che va dal dopoguerra agli anni Ottanta, ha vissuto piuttosto bene una vicenda di successi e insuccessi, denaro più o meno facile, lusso, seduzioni sfrenate e benessere. Diluendo peraltro la sua identità in un milieu sociale molto particolare, quello dei romani super-ricchi, famiglie di altissima borghesia o anche di nobiltà papalina la cui massima ambizione sono feste epocali dove è obbligatorio lo smoking anche se si hanno 16 anni, vacanze in memorabili ville a Cortina o a Positano, shopping selvaggi con carta di credito illimitata. Che differenza rispetto alla grande borghesia del nordovest (l’est è un’altra cosa, citofonare Trevisan) in cui la ricchezza non è un alibi per non darsi da fare, fare impresa o diventare ricercati professionisti, dove vivere di rendita è cosa quasi vergognosa, dove il diletto non è il giro sul megamotoscafo ma far parte di rispettabili club il cui oggetto sociale è gettare sangue in massacranti gite scialpinistiche sotto le cime più alte delle alpi Cozie e Graie.
Il nome di Piperno me lo ha fatto scoprire Vittorio Sermonti, il grande critico letterario, ed è una referenza non da poco. In effetti questo libro mi è piaciuto moltissimo per come è scritto e per le cose che racconta, soprattutto nella prima parte; un testo di grandissima intensità letteraria, ed è indubbio che Piperno abbia una eccellente padronanza della lingua. Purtroppo da un certo momento il poi la potenza narrativa si sfilaccia; pressappoco dal punto i cui la narrazione dell’universo ebraico romano si muta in quella della grande borghesia. Di fatto si finisce a raccontare i turbamenti esistenziali e le vicende sociali di un universo di giovani pariolini, tutti più tesi all’apparire che all’essere, tutti tesi a misurarsi gli uni sugli altri in benessere e ricchezza, ma sempre in maniera educata e civile, senza cafonerie da arricchiti. Niente di diverso da quanto letto e straletto tantissime volte, la sofferenza dell’adolescente che si sente di meno o proprio nulla rispetto ai coetanei, come l’io narrante della storia, in preda alle classiche sindromi da rifiuto e da friendzonizzazione della sua età. Sembra quasi che l’autore, dopo centinaia di pagine di una narrazione in cui non succede nulla (e non è un limite, se si sceglie di descrivere in profondità personalità ed eventi di poco conto) si faccia prendere dalla smania di far succedere qualcosa, ma questo qualcosa finisce per essere proprio poco. Al punto che perfino la famigerata lettera che il protagonista spedisce all’innamorata, chiave di tutta la vicenda, non viene nemmeno riportata sulle pagine del libro.
Il che non toglie che sia un libro di livello veramente alto, soprattutto per la media della letteratura italiana di questi ultimi decenni anche per il modo in cui è scritto, con moltissima sintassi ipotattica, lunghi periodi e articolazione di subordinate. Si può capire che una scrittura del genere possa essere faticosa, ma non mi pare una buona ragione per classificarla come pomposa, prolissa e pesante come ha fatto buona parte della critica anobiana; per una volta, quando leggiamo, ‘sto cervello facciamolo lavorare…
Ancora: spiacente per chi afferma il contrario, ma la scrittura “di genere “ esiste. Esiste quando si dicono cose in cui il proprio sesso si riconosce e che spesso l’altro sesso trova ostili e odiose. Personalmente non ho trovato così tanto “di genere” questo libro (ovvero adatto a un pubblico in questo caso maschile), anche perché il punto di vista femminile di Gaia è molto ben colto, ma non si può negare che Francesco Piccolo non sia “di genere” o non lo sia, ai massimi livelli, un libro memorabile e terribile come “Girls” di Nic Kelman.