“Vorrei essere come Fernanda Pivano
Non mi sembra solo per l’economia della narrazione che il romanzo si apra con Horace Benbow, l’avvocato a tempo perso o per lo meno non di successo, che dice di sè: …non ho coraggio, non ci sono nato. Le rotelle ci sono ma non mi funzionano.
E quando la “Donna” gli chiede del perché abbia lasciato la moglie, lui risponde: Perché mangiava gamberetti. Non potevo…soltanto il venerdì e lo facevo da dieci anni, da che ci siamo sposati. E ancora non riesco a sopportare l’odore dei gamberi.
Horace è la voce di Faulkner, Faulkner in “pirsona”. Il disincantato, cinico, esaltato, assetato di giustizia Faulkner. È colui che si costringe all’azione in nome di una giustizia che sente ci sia sapendo che l’azione non porterà a nulla, che sa di non esserci salvezza se non quella inutile del tentativo stesso.
Dice la Pivano, e per l’ammirazione che nutro per lei e l’ignoranza che agisco non ho motivo di dubitare, che in questo romanzo F. rimaneggi il gotico americano: Poe in particolare.
Sulle prime non capisco, in fondo le tetre atmosfere non mi sembrano appannaggio solo del neogotico: “la casa cupa, lontana dal mondo civilizzato, circondata da un bosco tenebroso; il silenzio carico di mistero, il calare della notte, il volo della civetta, la fuga nei corridoi e nei granai, i drappi neri che arredano gli ambienti, i cadaveri, il sangue, i rumori misteriosi, le allucinazioni” da almeno cento anni si trovano dovunque.
Poi sposo la tesi, ma più che a Poe mi attacco a Abram Stoker e al suo Dracula. E mi sembra che ci appatti: Popaye, il gangster impotente, è il conte che contamina le donne che morde ma, attenzione, non stupra.
Temple è la bella e sensuale Lucy che, contagiata dal male, agisce spregiudicatamente in proprio, cercando avidamente i colli dei giovanotti di lei innamorati. E se non fosse stato per il paletto…
Paletto che nessuno infigge nel cuore di Temple, povera vittima in cerca di guai, secondo Horace (il professor Abraham van Helsing di Santuario), che scagiona il suo “stupratore”, per interposta pannocchia, dell’omicidio del giovanotto ingaggiato da Popaye per cene eleganti stile marchese Casati.
Attorno ai due un roveto inestricabile di effetti a catena che trasformano i cattivi in vittime ma senza remissione.
Sì, l’atmosfera è cupa: non si salva nessuno se non, per me, la Donna - ex prostituta generosa alla Palla di Sego, senza il suo senso dell'humour, però - moglie di uno dei distillatori clandestini, accusato del delitto del gigolò, ma di suo lontano dall'essere uno stinco di santo.
Popaye, il vero autore del delitto per gelosia, verrà condannato e impiccato, poi, per un delitto non commesso: la nemesi, l’unica giustizia in cui sperare. Un essere assolutamente ributtante, Popaye: “aveva gli occhi come manopole di gomma, la faccia gli diventava secca come quella di una bambola di cera messa troppo vicina al fuoco e lì dimenticata, sembrava fatto di latta, era figlio di un sifilitico e nipote di un piromane, e aveva passato l’infanzia in un istituto di correzione”.
Raccontata così, sembra solo un romanzo grottesco. Si sente l’influsso di Flaubert, citato già nelle prime pagine e anche quello degli altri francesi a seguire. In parte lo è, lo stile “sincopato” ne è l’indicatore. Del linguaggio F. diceva: è un filo sottile e fragile che può unire per un istante i minuscoli angoli delle superfici e i bordi delle vite umane e solitarie . Ma in massima parte è sun-patia dello scrittore per l’umanità dolente, precipitata nei gironi infernali del male.
E poi a Stoccolma quando ritirò il Nobel disse:
“ Il giovane scrittore a causa della paura ha dimenticato i problemi del cuore umano in conflitto con se stesso, il solo che possa produrre una buona scrittura perché soltanto questo è degno di essere scritto, degno dell’angoscia e del sudore… [ l’artista non deve lavorare che per null’altro che non siano le antiche verità del cuore, le antiche verità universali senza le quali qualunque storia è effimera e dannata: amore e onore e pietà e orgoglio e compassione e sacrificio. Se non farà così, faticherà sotto una maledizione. Non scriverà di amore ma di libidine, di sconfitte in cui nessuno perde il suo valore, di vittorie senza speranza e peggio di tutto, senza pietà o compassione]. I suoi dolori non addolorano ossa universali e non lasciano cicatrici: non scrive per il cuore ma per le ghiandole2.
Fino a quando non tornerà a imparare queste cose, scriverà come se stesse a guardare la fine dell’uomo. Io mi rifiuto di guardare la fine dell’uomo.
[L’uomo] è immortale, non perché è il solo tra le creature ad avere una voce inesauribile, ma perché ha un’anima, uno spirito capace di compassione e sacrificio e sopportazione. Il dovere dello scrittore è di scrivere di queste cose. È suo privilegio aiutare l’uomo a resistere innalzando il suo cuore, ricordandogli il coraggio e l’onore e la speranza e l’orgoglio e la compassione e la pietà e il sacrificio che sono stati la gloria del passato. La voce del poeta non ha da essere soltanto la memoria dell’uomo, può essere uno dei sostegni, dei pilastri che lo aiutano a sopportare e a vincere”.
E io sottoscrivo punto per punto: e non mi vengano a raccontare che non c’è più niente da dire, che tutto è stato detto e scritto. Che ciò che distingue un vero scrittore è la sua ricerca semiologica: egli è il suo stile e può, curando questo, dire ciò che vuole come Virna Lisi con il sorriso al Colgate.