Nel mitico Galles dell’anno Mille, il giovane e sprovveduto Culhwch è vittima di una perfida maledizione: può innamorarsi solo di Olwen, la donna più bella del mondo, figlia del capriccioso gigante Yspaddadden. Il gigante impone al nostro eroe – allevato da una madre sognatrice a una vita tutt’altro che avventurosa – una serie di bizzarre prove. Suo malgrado, Culhwch affronta cavalieri neri, partecipa a epiche battaglie e incontra Dio, forte dell’aiuto del cugino Artù (sì, il re!) e accompagnato dal buon Peredùr, cavaliere che sogna una volta tanto un’avventura come si deve (vale a dire cavalleresca non soltanto nel senso che si svolge a cavallo…). L’Autore rivisita con surreale umorismo ed eroica incompetenza un’autentica leggenda gallese, affidando all’inetto Culhwch un messaggio universale: che la vita se ne frega di ciò che sappiamo o non sappiamo fare.
Alcune idee carine in questa storia che rovescia i miti cavallereschi, e qualche risata a denti stretti. Ma il riferimento e il classico erano ben altra cosa, e se ne sente troppo spesso la mancanza.