Collegamenti in ordine sparso: esattamente un anno fa, iniziando a leggere L'Oratorio di Tunström, avevo sperato di trovarvi una storia che proponesse Bach se non come protagonista, almeno come qualcosa di più di un soprammobile. Un anno dopo, la figura imparruccata e accigliata mi guarda dal retro del cd e mi dice: "Era questo il libro da leggere, oca!".
Pochi mesi fa, con Io confesso di Cabré, leggo della affascinante storia del figlio di un antiquario e collezionista di Barcellona. Gli anni non sono gli stessi, quindi il negozio in cui Casals, come raccontato in questo libro, troverà degli spartiti sconosciuti, non potrebbe essere quello degli Ardèvol, e tuttavia il giro di conoscenze è sempre il medesimo e insomma questa lettura non è altro che uno degli infiniti spin-off con cui l'autore catalano avrebbe potuto mandare avanti per sempre il suo romanzo: in terza di copertina, Cabré mi sorride sornione da sotto il baffo imponente e mi suggerisce che in qualche caso lui avrebbe saputo essere più preciso di Siblin.
E infine, meno di un mese fa, con O'Brian leggo di come, a Port Mahon, un aspirante capitano della Royal Navy faccia conoscenza con un naturalista mezzo dottore, mezzo irlandese e mezzo catalano, in occasione di un concerto con musiche di Locatelli: in quel momento Bach è già morto da una cinquantina d'anni, una buona parte degli spartiti da lui manoscritti stanno andando alla deriva, in lungo e in largo per l'Europa, tra i flutti, proprio come i rottami di una nave ormai affondata; ma l'abitudine, per le persone, di sedersi in una stanza (o nel giardinetto, o nella cabina a poppavia) e suonare per sé, o per un ristretto gruppo di spettatori, o solo per il cane o per il gatto, quella non è mai morta nonostante le guerre e le rivoluzioni, anzi è andata avanti proprio grazie alla spinta di guerre e rivoluzioni, una cosa che Siblin qui descrive più o meno con queste parole: "eccoti una melodia, danzala – domani potrebbe incombere su di noi un'altra Guerra dei trent'anni"; e questo sentimento nel corso di tutti quegli anni ha continuato ad evolversi e svilupparsi per trasformarsi da momento privato a faccenda pubblica o per lo meno da presentarsi in pubblico, ed è così che nasce la tradizione di quelli che noi oggi banalmente conosciamo come "concerti". Ed è così che io me ne vado a zonzo per i secoli e tra cinque minuti mollo il pc, mi siedo con la chitarra e dopo essermi scaldata le mani con una mezz'ora di scale, posso esibirmi per la mia cagnona in una perfetta interpretazione del preludio della prima suite per violoncello in sol maggiore, che trascritta per la chitarra diventa in re maggiore. D'altro canto lei è una Weimaraner di sangue puro: il suo tris-tris-tris-tris-trisnonno era certamente accucciato ai piedi del duca di Weimar allorquando, trecento anni fa esatti, questi ascoltava le inedite composizioni del suo nuovo Konzertmeister, buon sangue non mente e con questo ho chiuso il cerchio delle coincidenze.
Nel presente libro si spiega com'è che io ho la possibilità, oggi, di suonare quella suite per la mia cagnona, mentre il dottor Maturin non avrebbe in nessun caso potuto fare la stessa cosa agli inizi del diciannovesimo secolo, contrariamente a quel che vuol farci credere Peter Weir nel film, né sul ponte della Surprise né tantomeno sulla terraferma: il motivo è che in quel momento lo spartito stava ancora galleggiando tra i flutti della dimenticanza, come dicevo sopra. Ed è un gran bel mistero da raccontare e sviscerare: dopo aver letto, con Cabré, la storia di un violino in un libro favoloso che avrei voluto non finisse mai, per fortuna ora mi viene in soccorso una storia affine e altrettanto avvincente: la storia di una musica per violoncello che poi forse non era neanche un violoncello vero e proprio. Roba da leccarsi i baffi. E Siblin la scrive bene, questa indagine: buona la scrittura, ottima la struttura dell'opera che con un perfetto dosaggio affianca la storia di Johann Sebastian Bach, la storia di Pau Casals e la storia dell'indagine - a tratti un po' goffa - dello stesso Siblin.
Passato l'entusiasmo iniziale, riconosco che il libro non è del tutto esente da difetti: qualche ingenuità, qualche contraddizione, si concede la licenza di un qualche svolazzo fantasioso e non sa resistere alla tentazione tutta americana di dover mettere un nazista dell'Illinois a far la parte del cattivone... per carità, la guerra c'è stata realmente e Pablo Casals l'ha attraversata realmente, ma mi pare parecchio inutile (per non dir lezioso) aprire lunghe parentesi riguardo l'antisemitismo nella musica di Bach e nei testi da lui musicati... specialmente quando è Siblin stesso a specificare che nel diciottesimo secolo un certo modo di vedere gli ebrei era purtroppo considerato la normalità; è lui stesso a specificare che se uno avesse potuto intervistare Bach, questi non si sarebbe nemmeno dichiarato tedesco (visto che la Germania, come noi la intendiamo oggi, all'epoca nemmeno esisteva); e soprattutto anche se avesse potuto considerarsi tedesco non avrebbe comunque potuto vergognarsi per un qualcosa che accadrà solo duecento anni dopo la sua morte. E allora di costa stai concionando, Siblin, del sesso degli angeli?
Se da un lato è lodevole il tentativo dell'autore di volere immergersi in termini pratici e concreti nella cosa di cui sta raccontando, e volere dunque imparare a suonare qualcosa delle Suites per violoncello, dall'altro lato si resta un po' disarmati di fronte all'ingenuità di uno che ritiene che qualche tablatura e un corso pratico di una settimana possano anche solo rappresentare un surrogato di anni di studio. Il paragone non può reggere in nessun modo.
Altra ingenuità: partire dal presupposto che la musica classica sia un qualcosa di élitario, un club esclusivissimo che si apre solo a pochissimi adepti, una cosa che a volte sa di muffa e di stantio, che dovrebbe uscire dal museo e prendere una boccata d'aria (mi viene in mente una collega, tanti anni fa: quando io accennavo al fatto di essere andata a sentire un concerto al Teatro Regio o all'Auditorium Paganini, mi diceva: "tutti questi concerti di musica classica ti fanno proprio vecchia!" e avevo ventidue anni circa, chissà come dovrei apparirle oggi). Il fatto che Siblin stesso abbia potuto abbastanza agevolmente addentrarvisi e capirla e apprezzarla e praticamente innamorarsene, della musica classica, dimostra tutto il contrario, riguardo quella presunzione di vecchiume ed élitarietà. Quanto al fatto che ai concerti il pubblico osservi in maniera rigorosa la regola - pur non scritta - di starsene ad ascoltare in un silenzio quasi religioso... beh, io lo trovo normale, è come minimo forma di cortesia verso un artista che si sta concentrando per fare una cosa difficile e verso gli altri che stanno ascoltando. Casomai il problema è nel pubblico: oggigiorno la stragrande maggioranza della gente non è capace di stare ad ascoltare qualcosa in silenzio, anzi, non è capace di ascoltare tout-court. C'è gente che, se gli concedi un dito, si prenderà tutto il braccio: concedigli di poter fare un colpettino di tosse e pretenderanno subito di poter rispondere indisturbati al cellulare. E a ben pensarci, non è un problema solo della musica classica: una volta uno mi raccontò di essere stato ad un concerto dei Jethro Tull, da qualche parte qui in Italia, negli anni '70 o '80, raccontò che a un certo punto Jan Anderson ha smesso di cantare e ha dichiarato che non avrebbe ripreso fin quando il pubblico non avesse smesso di fare un frastuono così eccessivo da sopravanzare la musica. Questo per dimostrare che il pubblico si confonde facilmente: ad un evento sportivo ci vai per tifare e farTI sentire, ma ad un evento musicale dovresti andare per ascoltare, non per far sentire la tua presenza. Ma si sa, l'effetto branco ha conseguenze deleterie sull'animale uomo.
Ancora una volta mi sono fatta prendere la mano dalla mia vena polemica, e in questo modo rischio di dare un'idea sbagliata del libro che, a parte le inevitabili imperfezioni, è abbastanza brillante e gustoso, sa ritrarre personaggi realmente esistiti senza cedere alla tentazione della fiction e ancor meno alla tentazione dell'agiografia, sa entusiasmare e sa dare una panoramica completa della sua "indagine", dal punto di vista sia storico che geografico. L'autore non ha certo la conoscenza monumentale-enciclopedica che forse si potrebbe desiderare allorquando uno si appresta a parlare di Bach, ma bisogna riconoscergli il merito di essere un buon divulgatore: il libro è idoneo per essere apprezzato sia dai più profani, sia dai più esperti, sia da quelli a metà strada come la sottoscritta.