Quando ho preso in mano il volume e mi sono resa conto che si tratta di una raccolta di racconti - mannaggia, mi ero dimenticata che negli anni cinquanta e sessanta al premio Strega i racconti la facevano da padroni! - stavo per riporlo, i racconti non sono proprio la mia tazza di té. E poi questa edizione così vecchia ha dei caratteri così bruttini e piccolini, ed ha conservato odore di muffa: anche le muffe probabilmente sono originali del 1953.
Ma ormai che è stato tirato fuori dallo scaffale, un petit morceaux non potrà nuocere: ho imbottito la sopracoperta di antitarme e profumini vari, ed ho iniziato a leggere.
Sulle prime mi pareva di aver fatto bene: una scrittura antiquata e desueta ma sempre impeccabile non può non conquistare. Si può fare, scrivere con manierismi inconsueti e baloccarsi con i termini desueti, solo che bisogna esserne capaci. Gli scrittori e le scrittrici di oggi stanno dimostrando di volerci provare a tutti i costi, di giocare a questo giuoco, ma stanno altresì dimostrando di non essere minimamente in grado. Allora ecco a cosa serve tornare, una volta ogni tanto, a rivolgersi ai vecchi premi Strega: ritrovare chi sa giocare davvero al giuoco delle parole di vetro.
Ma in verità, ben presto mi accorgo che si tratta di oggettini puramente estetici: da ammirare, tutt'al più da assaporare, ma dove il contenuto lascia molto il tempo che trova. Nella maggioranza dei racconti protagonisti sono i sogni, illusioni notturne oppure torture diuturne ma sempre in condizioni di calura estiva per cui quasi di sopore/torpore, quindi tutta una serie di ingredienti perfettamente vaghi ed inconsistenti. Per non parlare di quando inizia a scendere giù per la china dell'erotico/pecoreccio.
Il primo brevissimo racconto, "Nitta", mi richiamava le atmosfere de La Lucina di Moresco. Buono. Poi ho letto il racconto che da' il titolo al volume e l'ho apprezzato per il carattere ironico del dialogo che in realtà è una sorta di monologo, anche se la storia non è che sia quel granché. Poi "Imperatrice", altro raccontino brevissimo con piccola epifania buffa. Ma di man in mano che sono andata avanti a leggere anche gli altri, non potevo non ammettere la ripetitività dello schema: sono tutti raccontini che finiscono in nulla, esplodono come bolle di sapone su un non-finale, su un non-senso o un non-detto. Fin qui sono a due stelle e mezza, non di più. Mi tengo per ultimo il racconto più lungo - una novella - "L'Acqua": mi aspettavo un qualcosa di più compiuto e invece niente, anche questa una favoletta senza capo né coda, con un buon linguaggio, qualche velleità di vena poetica, ma nulla più.
Morale: bisogna saper scrivere bene ed eventualmente giocare con le parole, ma bisogna anche avere qualcosa da dire e/o raccontare. Ancora un'altra delusione.