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333 pages, Paperback
First published January 1, 2010
Si ritorna lì. Si ritorna sempre lì. Se Alberto non stava delirando, se non si è inventato tutto, se non è paranoico, o parafrenico, allora è successo qualcosa di, di – non so neanche come definirlo. Cosa dovrei dire? Che parola dovrei usare? Soprannaturale? E va bene, la uso: se Alberto non si è inventato tutto, allora è successo qualcosa di soprannaturale. Ecco, l’ho usato. Soprannaturale. E’ successo qualcosa di soprannaturale. E’ possibile. Se esistono le parole per dirlo, è possibile. Qualcosa di soprannaturale. Non fa nemmeno tanto effetto – e il problema, alla fin fine, non è questo. Il problema, se Alberto non si è inventato tutto, è che qualunque cosa sia successa, quella mattina, alle nove e quarantacinque, soprannaturale o no, è successa anche a me. (100)
Ero furiosa, indignata, e ho agito come se non ci fossero alternative – dando per scontato che quella sola fosse la soluzione del mio problema. Invece un’alternativa c’era, e consisteva nel non considerare quel che mi era capitato come un problema, bensì come un’opportunità: un’opportunità per accettare, per l’appunto, anziché negare, per accogliere anziché rifiutare, e avvicinarmi alla donna che ho sempre desiderato diventare – autonoma, coraggiosa, generosa, saggia. E la verità è che io quell’opportunità l’ho anche vista, non è che nel furore del momento io non l’abbia vista: l’ho vista e ho fatto in tempo a riconoscere che il mio bene passava di lì: e consegnarmi a un futuro improvvisamente – e meravigliosamente – ignoto, del quale non potevo prevedere alcunché, al quale non potevo porre condizioni – cioè quello che sognano tutte le persone insoddisfatte: un grande palpitante cambiamento, una svolta vera. Quest’opportunità io l’ho vista, l’ho riconosciuta come il mio bene ma poi subito dopo l’ho negata, e ho abortito. E’ successo esattamente come quando mi sono tagliata il dito, quindici anni fa – ed ecco perché non posso stupirmi, a questo punto, che quella cicatrice si sia riaperta: anche allora, quando stavo per compiere l’atto autolesionistico, nell’istante in cui stavo attaccando la crosta del pane col coltello sbagliato, io ho visto la sequenza di azioni giuste che avrei dovuto compiere – e poi però, l’istante dopo, ho ugualmente compiuto quella sbagliata. Io la chiamo sindrome di Bezuchov, come quel personaggio di Guerra e pace che si chiede perché, dopo avere riconosciuto dove sta il bene, continua a fare il male. (347-8)