«Quota Albania spicca nella memorialistica bellica per la sua sobrietà, la pulizia delle descrizioni, la testimonianza che porta sulla rassegnata ignoranza con cui si accettava la guerra [...] Un libro da leggere e da conservare». Giorgio Rochat
Mario Rigoni Stern was an Italian author and World War II veteran. His first novel Il sergente nella neve, published in 1953 (and the following year in English as The Sergeant in the Snow), draws on his own experience as a Sergeant Major in the Alpini corp during the disastrous retreat from Russia in the World War II. It is his only work to be translated into English and Spanish. Other well-known works also include Le stagioni di Giacomo (Giacomo's Seasons), Storia di Tönle (The Story of Tönle), and the collection of short stories Sentieri sotto la neve (Paths Beneath the Snow). He was awarded the Premio Campiello and the Premio Bagutta for Storia di Tönle, and the Italian PEN prize for Sentieri sotto la neve.
1940. Campagna militare in Francia. Campagna militare in Grecia. Pagine di Storia che precedono quelle de " Il Sergente nella neve". Pagine meno conosciute, ma che meritano altrettanta attenzione e rispetto. E Rigoni le traccia con altrettanta sensibilità, chiarezza, misura e genuinità. Pagine di diario scritte sempre con attenzione e umanità, senza distinzione di fronte (sento pietà per quel pidocchioso pari mio che da un'isola dell'Egeo caldo e azzurro è capitato tra l'inferno di queste montagne straniere a lui e a me.); pagine che restituiscono alla Storia giornate di combattimenti e di attese, di difficoltà di ogni genere ( e quando non c'erano bombe o pallottole, c'era il gelo a uccidere). E che restituiscono in definitiva la giusta Memoria.
"In piedi, tra lo scoppiare delle bombe che non sentivo, stavo immobile a fissare quel corpo senza vita che pochi istanti prima correva con me. Non lo conoscevo ma ero stupito, e mi sembrava impossibile che si potesse morire così sull'erba, di primavera."
Difficile dire quale sia il libro di Rigoni Stern che mi piaccia di più, sono uno più intenso dell'altro.
Se avete amato il Sergente nella Neve, questo non potete mancarlo in quanto racconta di un giovane Rigoni prima della Russia alle prese con la campagna di Grecia/Albania.
Questo libro viene prima del capolavoro Il sergente nella neve e parla di un anno di guerra, si parte dalla Val d’Aosta nel Giugno 1940 fino ad arrivare in Albania dal Novembre 1940 all'Aprile 1941, quando tutto sembra finito, arriverà il peggio della Seconda guerra mondiale. Come al solito questo autore ha la capacità di rendere vividi i suoi ricordi. Ne parla con una chiarezza disarmante, forse perchè è scarno di descrizioni, ma ricco di emozioni che trasmette parlando di come si sente, di cosa vede nei suoi compagni, delle sue speranze e della forza necessaria per affrontare ogni giorno, il morso della fame e la mancanza di "perchè" come il perchè si deve fare la guerra? Il caporale Rigoni aveva diciannove anni, divenne portaordini affrontando marce lunghissime per aggirare le zone di tiro e per non finire prigioniero. Il suo spostarsi nei boschi è stato probabilmente il rafforzamento del suo amore per la natura e per le sue montagne che poi ha narrato in diversi libri. La cosa più sconvolgente in questo libro è che questi uomini, che hanno avuto la fortuna e il coraggio di sopravvivere, hanno gridato E' finita!!! Invece finirono solo una battaglia e furono spediti in un altra guerra. Guardando tra i sassi calcinati della conca mi apparvero delle cose più scure: mi sembravano uomini sdraiati in posizioni bizzarre, ma erano immobili. Mi avvicinai strisciando e quando fui vicino vidi che erano soldati morti in combattimento. Soldati italiani e greci. All’ingiro erano sparsi fucili, zaini, buffetterie, munizioni, elmetti. Forse era accaduto in novembre o dicembre, durante la nostra ritirata; poi la neve aveva coperto tutto. Ora la primavera li riportava al sole. Mi sentivo smarrito in quell’aria greve e non avevo il coraggio di fissare a lungo quei volti di uomini sfatti, senza occhi. Mi sembrava anche di essere l’unico uomo vivente su montagne devastate; non sapevo cosa fare, non sapevo dove andare. I corvi stridevano sopra il mio capo e ogni tanto si abbassavano con le ali ferme, poi risalivano, remigando l’aria, e il rumore del volo e il loro grido era perché me ne andassi in fretta dal loro pasto. Quando la stanchezza della corsa mi fece cadere sulle pietre credevo di essere lontano da quell’orrore, ma mi veniva da piangere per compassione di me stesso, per la vita che sentivo correre con il sangue nelle vene e che una pallottola o una bomba poteva ridurre a quello che avevo visto. Per le guerre maledette. Caino aveva un motivo. Ma qui?
Neve e fango Nei giorni scorsi è venuto a trovarmi ancora una volta un caro amico. Dopo un abbraccio frettoloso e un po’ impacciato, ci sediamo in giardino, e in compagnia di qualche bicchiere di rosso, mi racconta, con il solito garbo e la sua asciutta umanità, di quando lui, alpino diciannovenne, combatté sulle alpi valdostane contro la Francia e l’anno seguente sulle desolate montagne dell’Albania, da dove avremmo dovuto spezzare le reni alla Grecia. Storie di guerra, ma soprattutto storie di umanità e di montagna. Storie di uomini, animali, natura, raccontate con grande sensibilità e partecipazione. Come sempre. La bella prefazione è curata da Giuseppe Mendicino, amico di Rigoni Stern, autore anche dell’interessantissimo volume Mario Rigoni Stern. Vita, guerre, libri. Mi perdo ancora una volta tra le pagine di questo magnifico autore e sempre mi vengono in mente le parole di Léon Felipe, il poeta spagnolo Hermano... tuya es la hacienda... la casa, el caballo y la pistola... mía es la voz antigua de la tierra. Ecco, Rigoni Stern mi racconta con la voce antica della terra.
Più reportage che romanzo, biopic (si dice ora) per certi versi. Ma la vicenda è inquadrata in modo egregio, sia sul piano macro che sui particolari attraverso cui la narrazione si dipana. La scrittura di Rigoni Stern eccelleva e l tutto appassiona.
Non sento rumori di spari o scoppi di bombe: è un paesaggio tranquillo tra le montagne. Come a casa. Come una malga che aspetta l’alpeggio del primo mercoledì di giugno. Ci vado zufolando senza ricordare che in spalla ho un fucile. (16)
Se potessi trovare un fienile, o stendermi sopra un pò di paglia asciutta, che dormire! (27)
Come assetati beviamo l’aria pura del mattino: poter lavarsi il viso, sciacquarsi la bocca per cacciare fuori la polvere naftosa e bere un caffè, sentire l’odore del pane appena sfornato, vedere il sorriso di una ragazza. Ma questo era una volta e non ne sapevamo il valore: ora mi sembra d’essere inutile come una borraccia vuota. (51)
I giorni e le notti si susseguono eguali: alpini, muli, corvée, tormenta in alto e fango in basso. (124)
La guerra, l’Italia, la pace, la vittoria, il duce, il re imperatore sono cose che non mi riguardano. Vorrei vivere come il pomeriggio di quella domenica quando camminavo sulla strada di Agliè e una ragazza in bicicletta mi passò accanto: tutto era avvolto nella primavera. (133)
Chiudo gli occhi e sotto le palpebre ruotano infiniti piccoli soli colorati. E mi lascio vivere. (148)
Viene l'ordine di lasciare gli zaini e di tenere solamente la borsa tattica con le munizioni e i viveri di riserva. Frugo dentro il sacco a cercare gli oggetti più cari o personali da portami dietro: alcune lettere, un libro con dentro una fotografia, il notes con gli appunti, e altre cose comuni a tutti i soldati: il coltello, il rasoio, il sapone, un paio di scalfarotti casalinghi.