Johannes Urzidil era il giovane scrittore a cui spettò il temibile compito di pronunciare alcune parole su Kafka alla cerimonia che ebbe luogo a Praga due settimane dopo la sua morte. Egli disse allora che in Kafka «l'altissima singolarità umana generò ... la più intensa magia poetica». Su tale «singolarità» poche testimonianze ci illuminano come questo breve libro. Anche perché Urzidil sa evocare, con la stessa precisione, la singolarità dello sfondo su cui trascorre l'ombra di Kafka: Praga, la città nera e magica, che Urzidil visse nel suo momento più glorioso, quando Kafka era uno – e curiosamente non il più noto – fra i centoquaranta scrittori di lingua tedesca della città e molti sapevano di lui solo che era uno degli «Arco-nauti», come venivano chiamati allora i letterati che si riunivano al Caffè Arco. Di qui passa Kafka è apparso in Germania nel 1966.
Ogni lettore di Kafka dovrebbe averlo in libreria. E adesso vado a sistemarlo sullo scaffale, tra Kafka e Werfel, non troppo lontano da Benjamin, però.
Era l’inizio del Novecento quando, a Praga, Kafka raggiungeva il Caffè Arco frequentato da altri amici letterati. Al suo arrivo improvvisamente l’atmosfera cambiava. Stava seduto, in disparte. Non serviva che parlasse, non occorreva che prendesse una posizione centrale. No, poche, pochissime parole composte e misurate bastavano a far scaturire nei presenti sentimenti di grande rispetto e ammirazione. Tutto questo, nonostante la levità e la semplicità con cui esponeva il suo pensiero.
A tal proposito scrive Urzidil: “Questo irresistibile sortilegio ha sempre rappresentato per me la forza persuasiva dell'eterno. Ed essa perdura. Nessuno degli uomini di genio che in seguito ebbi la ventura o l'onore di incontrare mi ha più trasmesso quella precisa sensazione di un improvviso mutamento nelle coordinate di un intero pubblico o gruppo di persone, e addirittura nelle dimensioni di una sala, grazie alla sua semplice e muta presenza”.
Un bellissimo saggio questo. Le parole d’un tratto lasciano spazio all’atmosfera magica del Caffè Arco, e ci pare di vederlo Kafka. Immaginiamo persino di sentirne la voce. E ancora, ci sorprendiamo a ridosso di un muro, in silenzio, a osservarlo mentre cammina lungo una delle stradine acciottolate della città, quella sua piccola madre dagli artigli molto affilati, come egli stesso ebbe a dire.
«Quale modo migliore di inchinarci dinanzi a un uomo che ha saputo edificare tutta la propria vita attingendo a verità, semplicità e purezza, se non quello di divenire consapevoli grazie a lui della nostra personale coscienza? Come possiamo noi, una generazione dai valori quanto mai oscillanti, seguire in maniera ancora più viva e duratura questo esempio che si pone con tanta prepotenza, se non facendone una parte effettiva di noi stessi? Nel momento in cui le spoglie mortali ci vengono tolte per essere consegnate a imperscrutabili dimore ove saranno custodite, sentiamo crescere in noi, in virtù del legame con quest’uomo che non è più, un cuore nuovo e migliore. In ciò possono forse consistere il senso, la saggezza, il conforto che vengono da questo commiato».
"L'uomo non dovrebbe celare in sé l'artista, come l'artista non dovrebbe celare in sé l'uomo. Solo quando i due profili combaciano la parola si fa autenticamente carne." (Discorso commemorativo, p. 175)
“There Goes Kafka” is a small but interesting collection of essays related to Franz Kafka and the circle of friends in the early 20th century Prague to which also the book’s author, Johannes Urzidil, belonged. Although a strictly biographical reading is not appropriate for an understanding of Kafka’s works, it helps to know a about the background of his life and work and here Urzidil can add quite a lot of material that seems to be interesting to me.
Kafka is asking a friend in 1916, shortly after the publication of “Die Verwandlung” (Metamorphosis): “What have you to say about the dreadful things going on in our house?” – “There Goes Kafka” is full of such details and it sheds also a light on some lesser known literary figures of the “Prager Kreis.” Ok, now we have the ultimate biography on Kafka (by Reiner Stach), but I still like the small work by Urzidil (his “Goethe in Bohemia” is also excellent).
Urzidil’s style was very elegant and elaborated. Unfortunately the English translation is so awkward that it sounds sometimes almost like a parody. That’s a real pity. So, if you can, read the German original and let’s hope a publisher will give Urzidil’s work a new chance in the English-speaking world by commissioning a new – and better! – translation.