Dyers Corners è una cittadina ai margini dell’America industriale, alla periferia delle periferie, tra le montagne e un lago artificiale, un luogo che non porta da nessuna parte, la fine del viaggio e delle speranze per gli abitanti. Qui arriva Jamie, la protagonista, una ragazzina che dopo la morte della madre è fuggita con il suo cane per evitare i servizi sociali; a Dyers Corner avevano vissuto i nonni ed era l’unico posto che conosceva…
Va a vivere con Damon, un quarantenne che l’ha raccattata in una pizzeria, divorziato, disoccupato, mezzo alcoolizzato, un senza speranze che non approfitta troppo di lei che, alta, capelli lunghi, occhi da cerbiatta è per quei luoghi una vera bellezza, poi trova lavoro come custode della casa di un’anziana artista che vi trascorre l’estate e conosce così Galen, un cacciatore di pellicce, il ragazzo che dà sicurezza e magari la felicità, il “buono” della storia, al contrario di Harlan, cacciatore di frodo, anima nera capace di tante malefatte, ex amico d’infanzia di Galen.
A far da detonatore è invece un ragazzino che Jamie slega dall’albero al quale lo aveva legato il padre; un ragazzino con più di un disturbo, viste le crudeltà tanto gratuite quanto inaudite di cui è capace, più animale che umano, una piccola forza malefica capace di generare una reazione a catena di violenze fino alla catastrofe finale.
Una trama che potrebbe reggere per un pulp, ma non lo è e non vuole neanche esserlo, d’altra parte mancherebbe la necessaria ironia da “non prendiamoci troppo sul serio” che in scrittori come Lansdale farebbero digerire qualsiasi violenza. La custode è invece una storia disperata dall’inizio alla fine, dove nella prima parte è persino eccessiva nelle descrizioni per rimarcare il degrado della cittadina e dei suoi abitanti con rottami, spazzatura, disordine a più non posso (invece Jamie è quasi maniacale nella pulizia della casa), mentre nella seconda predomina un’atmosfera alla grande nord con montagne di neve, dove, in un paesaggio quasi spettrale, si inseguono Jamie, Galen, Harlan, il ragazzino, in una specie di gioco dell’oca della fuga. Una discreta lettura d’evasione, forse con qualche pesantezza di troppo. Tre stelle per un romanzo non certo imperdibile.