In una scuola della provincia inglese arriva un ragazzo nuovo in una classe all’ultimo anno; durante una lezione d’economia fa un’uscita nichilista e dice di chiamarsi Nietzsche; subito diviene amico d’un quartetto dei suoi nuovi compagni di classe: il narratore, Chandra, un ragazzo di origine pachistana; Paula, che è lesbica; Merv, che è gay; e Art, che sarebbe eterosessuale (come Chandra) ma non riesce a combinare niente con le ragazze: anzi, se ne ha l’occasione scappa. E qui la casistica ricorda dappresso, ahimè, le categorie delle barzellette: ci sono un tedesco, un italiano e un inglese… Le quattrocento e passa pagine del romanzo consistono nel resoconto delle cose che fanno i quattro inseparabili, a volte con “Nietzsche”, a volte senza, e sono sempre cose prive di sugo e d’interesse, condite di chiacchiere abbondantissime, asfissianti; “Nietzsche”, per giunta, tiene un blog (che gli altri quattro leggono ghiottamente) fatto, per lo più, di citazione da Nietzsche (quello vero): ne deriva la sensazione, ad ogni modo, che ognuno, a voce come per iscritto, dica la sua senza badare granché a ciò che dicono gli altri. C’è poi la scuola, descritta con sarcasmo a tratti feroce: intellettualmente, in effetti, i professori non sembrano molto più maturi dei loro scolari, e sembrano aver abdicato all'idea di offrire agli allievi un'istruzione degna di questo nome; gli scolari, dal canto loro, vanno avanti per pagine e pagine a intessere proclami reboanti sul nichilismo e sui destini del mondo, credendo di avere scoperto l’America mentre hanno semplicemente scoperto l’acqua calda: esattamente come accade agli adolescenti di ogni generazione, che in effetti spesso e volentieri sono convinti di essere originalissimi laddove non fanno che inanellare frasi fatte. Curioso che ciò sia ritenuto meritevole di costituire la base per un’opera di narrativa: ma ciascuno scrittore, dopotutto, è libero di scegliersi gli argomenti che vuole. Ora, il romanzo di Iyer, che sembra piacere da matti a molti lettori anglosassoni, avrebbe pur sempre tutti gli elementi per poter essere un accattivante pezzo di amara satira sulla decadenza intellettuale e civile dell’Inghilterra odierna, sulla votaggine del capitalismo predatore, sul senso d’inutilità e disperazione che attanaglia le generazioni più giovani e meno fortunate; ma sarebbe tale se fosse un racconto di quaranta pagine anziché un romanzo di quattrocento e passa: ché, a peggiorare le cose, interviene pure la prosa del Nostro, con frasettine martellanti di mezza riga al massimo, senza il minimo cenno d’ipotassi, tutte brevi, tutte smilze, tutte misere, tutte implacabili; qualche sequenza particolarmente felice rammenta da lungi Céline o Thomas Berhard, ma le altre, cioè quasi tutte, annoiano e basta. In ogni caso, dai tempi di Evelyn Waugh o di Nancy Mitford si dev’essere guastato qualcosa nell’ironia britannica. Quanto a codesti adolescenti d’Albione, mi sentirei di consigliar loro altre letture per la loro salute mentale e spirituale: anziché Nietzsche, che non sembra giovar loro più di tanto, dovrebbero prendere in mano Marivaux, come i loro coetanei della banlieue parigina in L’esquive di Abdellatif Kechiche; oppure Orazio, come alla loro età faceva il sottoscritto. Ne avrebbero molto di guadagnato: in leggerezza e buon gusto.