Peccato.
Avete presente quando a scuola professoresse dignitose sostenevano che sì, eravate bravini, ma potevate fare molto di più? È tanto intelligente, dicevano ai colloqui, ma però non si applica. Ecco, col Nostro capita giusto il contrario. Si applica, nessuno lo nega, ma gli manca il quid. Cioè, se devo essere sincero, ho visto anche una foto del Nostro con il sigaro in mano, e di solito quelli che fumano il sigaro hanno pure il quid, ma io non l'ho notato. Il quid, dico, ché il sigaro era bello grosso. Io sono anche uno di poche pretese: datemi due righe di criminalità e sono felice. Per dire, tutti quei volumi della Newton che raccontano gialli italiani, risolti e irrisolti, crimini, nefandezze varie, vallanzaschi, banditi, rapine, mesina e o'animale, ecco, io quei libri me li sono trangugiati tutti, senza perdonare nemmeno una frase.
Questo qua invece ho fatto una fatica tremenda, tanto da aver pensato più e più volte di mollarlo a un quarto, a metà, a tre quarti. L'ho finito come il tizio che beveva Jägermeister, senza sapere il perché. Infatti potete prendere il libro, aprirlo a caso, leggere otto pagine e richiuderlo. Oppure leggere solo le prime otto. Oppure le ultime trentadue. Cambia niente. Ma veniamo al dunque, che a criticare sono buoni tutti. Il Nostro prende la storia della criminalità a Milano (e si vede che l'ha studiata, per quello dico che si applica) e la racconta sotto forma di romanzo. Insomma, romanzo: cambia i nomi dei protagonisti, lasciando intatte le iniziali, e racconta ciò che ha letto nei libri della Newton che menzionavo prima. Oppure nei giornali dell'epoca. Un'ottima narrazione, non c'è dubbio, ma tanto vale leggersi i succitati volumi della Newton. Perché da un romanzo ci si aspetta qualcosa di più. Anzi, molto di più. Io, almeno, vorrei personaggi, trame, intrecci, arzigoli, sviluppi e financo colpi di scena (questi ultimi non troppi: non siamo mica fan di Hap e Leonard. Macché). Il Nostro invece non fa nulla di tutto ciò. Personaggi che ricordano la profondità d'animo dei protagonisti della telenovela piemontese. La trama inesistente: solo un susseguirsi di fatti. Intrecci figuriamoci: oggi il cattivo vuole fare una rapina, la fa e torna a casa; il commissario scopre che c'è stata una rapina, indaga e arresta il cattivo. Ora, caro Nostro, non è che su ogni roba che descrivi devi farci un pippone alla Philip Roth, però pure divagare un po' non ti farebbe male: due intreccini psicologici, un'analisi delle motivazioni, inventati pure che quello è cattivo perché da piccolo il patrigno lo picchiava tanto, ma raccontami qualcosa! Altrimenti torno a leggere i miei carissimi volumi della Newton.
E insomma, la storia va avanti così, con il Nostro che dentro ci infila tutto, qualcosa pure a forza. Da via Osoppo a Piazza Fontana, dal sessanttotto all'allunaggio, da Lutring a Vallanzasca, passando per Pinelli e il delitto della Cattolica. C'è tutto. Scritto, a mio insindacabile giudizio, in una lingua sciatta da liceale che fa bene il compitino. Neanche un verbo fuori posto, sia chiaro, ma tanta tanta tanta banalità. Tanta. Un piatto di pasta che è sempre fumante, la notte che è sempre lunga, gli pneumatici che stridono di continuo. I dialoghi impossibili. Io mi sono segnato questo, perché a tutto ci dovrebbe essere un limite:
Il professore di lettere – barba di due giorni, capelli riccioli e arruffati, petto nudo – ha appena fatto del suo meglio.
«Due cose hanno occupato persistentemente il mio pensiero: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me.»
La citazione kantiana era servita ad aprire le danze, a disfare il letto e bagnare le lenzuola mentre l’uomo nel piccolo riquadro grigio compiva l’impresa. Il professore è bravo con le parole.
Lasciamo perdere il professore di lettere con la barba di due giorni e i capelli riccioli, ma secondo voi uno quando mai tromba, non dico citando Kant che forse ancora ancora, ma utilizzando il vocabolo persistentemente? Forse mi sarà capitato di scriverlo, una o due volte, ma di certo non l'ho mai pronunciato. Domani ci provo: in ufficio cito persistentemene Kant, non ho il ricciolo, ma magari un bacino sulla guancia lo acchiappo.
A proposito della lingua, il Nostro infila qua e là parole della malavita milanese degli anni che furono. È tutta una zanza, una dura, una rapa, una manco mi ricordo più. A giocare con il gergo, con il dialetto, con il miscuglio delle lingue si può diventare scrittori magnifici, e invece qua si respira aria di Nicole Minetti e del suo ti briffo un po'.
Ultima cosa. Due napoletani compaiono nella storia e indovinate un po': entrambi sono napoletani veraci. Ma ora, mi chiedo io, esisterà in terra o in cielo un posto, per dirla col Poeta, in cui un napoletano non sia verace? Tutti i napoletani sono veraci? E perché solo i napoletani? Esisterà un aostano verace? Quasi quasi mi viene il dubbio che napoletano e verace siano sinonimi. Ma poi, da cosa si riconosce un napoletano verace? Si presenta con pizza e mandolino? In quanto sardo sono un po' dispiaciuto che il Nostro non abbia inserito un sardo testardo. E perché no, un romano caciarone? Non dico poi di toccare le sublimi vette del genovese taccagno, ma almeno un africano con la musica nel sangue io l'avrei fatto comparire.
Non è vero, non era l'ultima cosa. L'ultima è questa: si narra di Luciano Lutring, si dice che ha madre milanese e padre ungherese e gli si affibbia il nome romanzato di Leandro Lampis. Lampis. Ungherese. Lampis. Ungherese. Magari ha preso il cognome della madre, però. Lampis. Milanese. Lampis. Milanese.
Io però l'ho letto troppo di fretta perché volevo vedere dove andava a parare. Quindi non fidatevi di questa recensione, andate in libreria e comprate il libro.