Due cose: questo è solo uno spuntappunto dei miei, la possibilità che ho (potendo scrivere) di mettere su carta i miei labili pensieri e, potendo leggere, rifletterci su; la seconda cosa è che questo piccolo libro, 83 pagine in tutto, postfazione di Haim Baharier compresa, va riletto.
Potrei farlo subito, ma no. Ho il bisogno, fisico quasi, di fissare i miei pensieri, ora, subito. Vedete che titolo ha? “Mia è la vendetta”. Deuteronomio,32,35.
Questa frase, questo concetto, questo precetto è protagonista del racconto. E’ un racconto non autobiografico, ma l’autore ha tutti i titoli per scriverlo ‘come se fosse’, ambientandolo in un campo di concentramento vicino al confine olandese, Heidenburg comandato dall’ SS- Gruppenfuhrer Wagenseil. Da una piccola ricerca ho scoperto che ci fu il lager di Hindenburg e un altro libro, scritto da Renzo Pellegrini che racconta la strage che lì vi fu il 27 gennaio 1945.
Mi sono sempre chiesta da appassionata di Storia della Shoah e di genocidi in genere, come un intero popolo abbia potuto subire tutto ciò che accadde così come accadde, tra torture, spoliazione materiale, demolizione della propria singola unicità, fumo e cenere: come ha potuto un intero popolo assistere al ‘silenzio di Dio’?
Qualcosa ho intuito leggendo questo piccolo libro, ma ancora pochissimo. ‘Mia è la vendetta’ dice il Signore e dunque non sta all’uomo attuarla. Il protagonista del libro, colui che racconta in terza persona, è un ‘candidato rabbino’ (e un rabbino è sempre ‘candidato’, immagino alla vicinanza e alla comprensione di Dio) che si trova, suo malgrado, su una soglia. La sua mano si arma e da questo gesto scaturiranno domande e interpretazioni ed è questo il motivo per una rilettura: per capire. Capire la profonda consapevolezza che ha un ebreo del suo essere ebreo, capire il perché questo popolo non si difese, perché dal 1948 in poi lo abbia imparato. Perché possa il passato essere utile al futuro.
Questo è il brano su cui rifletterò più a lungo, alle pagine 61-62:
‘Bisogna decidersi, dirò loro. Non è come ha detto Aschkenasy: che non abbiamo scelta. Solo i nostri nemici lo credono e i nostri persecutori, lo so, uno di loro me l’ha detto di persona. Ed è proprio questo ciò che li rende così sicuri: che noi confidiamo sempre solo nella vendetta divina, sempre solo, sempre di nuovo, sempre ancora, da millenni. Aschkenasy vi ha detto: questa è la nostra vittoria e per tale motivo siamo ancora in vita. Bene, noi siamo ancora in vita, ciò non si può negare. Ma da dove ci nasce la convinzione che altrimenti non saremmo più in vita? Da dove sappiamo che non è proprio per questo, perché non abbiamo mai pensato di fare altro, che da millenni dobbiamo invocare la vendetta divina? mia è la vendetta, dice il Signore. Ma forse ci sono dei casi nei quali egli aggiunge anche: quanto meno non dovreste privarvene con tanta fretta, non dovreste caricarla precipitosamente su di me. A volte fareste meglio a rispondere della mia vendetta, a mostrare di essere pronti per essa. Perché questa disponibilità appartiene al servizio e all’ubbidienza allo stesso modo di quell’altra: quella di lasciare la vendetta a me. Mia è la vendetta e io la eserciterò quando mi aggrada. Ma non crediate di non aver nient’altro da fare se non invocare la vendetta affinché possa piacermi. Non sono più certo che voi agite così per fedeltà alla legge e non per vigliaccheria e per timore, perché siete diventati deboli e flebili a forza di confidare nella mia vendetta. Non sono più certo che voi meritiate la mia vendetta e ne siate degni. Voi pensate di esserlo per via della vostra sofferenza? Se fosse volontaria: forse. Se vi fosse stata concessa la scelta tra soffrire e non soffrire e aveste scelto di soffrire: forse. Voi non avete scelta? O così vi ha detto quel candidato rabbino, Joseph Aschkenasy - e voi gli avete creduto e ne foste confortati. E ora? Come stanno le cose ora? date una risposta! Decidetevi!’