Rebecca è nata irreparabilmente brutta. Sua madre l'ha rifiutata dopo il parto, suo padre è un inetto. A prendersi cura di lei, la zia Erminia, il cui affetto però nasconde qualcosa di terribile, e la tata Maddalena, affettuosa e piangente. Ma Rebecca ha mani bellissime e talento per il piano. Grazie all'anziana signora De Lellis, Rebecca recupera un rapporto con la complessa figura della madre, scoprendo i meccanismi perversi della sua famiglia. E nella musica trova un suo modo singolare di riscatto, una vita forse possibile. La Veladiano racconta senza sconti l'ipocrisia, l'intolleranza, la crudeltà della natura, la prevaricazione degli uomini sulle donne, l'incapacità di accettare e di accettarsi, la potenza delle passioni e del talento. E lo fa con una scrittura limpida, godibilissima, con personaggi buffi, comici, memorabili, e con la sapiente leggerezza di una favola.
Mariapia Veladiano sa scrivere in un ottimo italiano. E, fin qui, tutto bene.
Il problema nasce quando si fa mente locale su ciò scrive.
E ciò che ha scritto in questo romanzo, “romanzo” si fa per dire, ovviamente, oltre che essere veramente due palle della madonna per l’assoluta ed evidente mancanza dei più rudimentali strumenti per costruire una struttura narrativa degna di tale nome, è anche il nulla totale fatto persona, o meglio, in questo caso, il nulla totale fatto libro.
Personaggini senza spessore alcuno che però hanno alle spalle grandi e, naturalmente, sempre taciuti drammi, propostici dall’autrice a velocità di razzo, soprattutto nella parte finale, in centosettanta paginette scarse: una bambina che nasce più brutta del gobbo di Notre Dame, due gemelli, fratello e sorella, che soffrono di una specie di “attrazione fatale” che aleggia di continuo nella storia senza mai però arrivare a compimento, un incesto tra padre e figlia, una depressione che non si capisce bene da dove tragga origine e altre amenità del genere.
Una roba da far venire il latte alle ginocchia.
Questo presunto romanzo ha vinto il “Premio Calvino” 2010. Orbene, io non è che apprezzi Calvino più di tanto, ma sono sicura che, se non fosse morto e ne fosse venuto a conoscenza, gli sarebbe venuta un’orticaria di proporzioni bibliche.
Per il resto, fate un po’ voi.
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Lo stile è tanto lineare, (eccessivamente) ricercato e veloce quanto la storia mediocre, stereotipata e dimenticabile. In estrema sintesi: un'ottima idea di base che troppo facilmente scade nel banale.
Romanzo d'esordio della Veladiano, con il quale vinse il Premio Calvino nel 2010. Un romanzo che lei stessa definisce "riconosciuto" dai giudici, come un qualcosa che "possa essere condiviso con chi frequenta il mondo dei libri". Benvenuta, Mariapia, nel mio mondo di lettrice!
Rebecca: «donna che piace agli uomini», questo dice il suo nome, un nome ebraico. Diverso è il destino di "questa" Rebecca. 163 pagine di dolore, remissione e assenza. E ancora dolcezza e rabbia. Il dolore, quello degli altri, perché a livello personale l'ho avvertito più come rassegnazione, dato dall'esser nati brutti, una vergogna assolutamente da nascondere; l'assenza, la debolezza e l'inettitudine di chi le ha dato la vita... l'affetto negato, quasi il disconoscimento, se non la repulsione. La dolcezza di questa bambina che ha sempre capito, dai gesti e dagli sguardi, il suo essere raccapricciante, ma non ha mai preteso nulla; e rabbia per il comportamento subdolo e meschino di persone che ruoteranno nella sua sfera più avanti nel tempo. Poche, pochissime persone affiancano Rebecca, le danno voce e spazio e la vedono per ciò che in realtà è: una ragazzina estremamente sola, reclusa, nascosta, che non sa nulla del mondo esterno e della cattiveria che lo abita. Sola, sì, ma con due mani aggraziate, lunghe, bellissime e un potenziale che ne farà, suo malgrado, un'artista; il pianoforte, infatti, sarà la sua ragione di vita.
Bellissima l'aria di mistero che aleggia nella dimora dei De Lellis, tra le note del pianoforte e la voce flautata della Vecchia Signora e quella pacata e paziente del Professore, suo figlio. E sarà proprio la Vecchia Signora (la Signora della notte dei diari materni) che ridarà vita ai ricordi e ricostruirà per Rebecca un passato sul quale posare le basi per il futuro.
Molto forte anche la figura di Lucilla, una ragazza as-so-lu-ta-men-te straordinaria, dall'inizio alla fine. Brava!
In coda ai "ringraziamenti", c'è una nota che riguarda Rebecca: mi ha fatto pensare che non sia frutto di fantasia.
E comunque, ho adorato la Rebecca che ho conosciuto sulla carta.
Ho scelto questo libro perché nell'incipit si parlava di una bambina irrimediabilmente brutta che sin dalla nascita fa orrore a tutti. Pensate, è brutta a tal punto che la madre smette all'improvviso di parlare, si trincera nel silenzio e pian piano diviene uno spettro evanescente, e solo donne rimaste sole e perse nel loro incubo come la tata Maddalena e la provocante zia Erminia riescono ad amare un mostro peloso come Rebecca (ha un nome sì, ma non è importante, a tal punto che di lei scopriamo dove vive e come si chiama solo a 20 pagine o circa dall'inizio). Non si curano di lei i suoi genitori, non suo padre preso dall'incapacità di comunicare con la donna che ama e troppo timoroso di ferire sua figlia (è nata brutta ne ha già di magagne da affrontare, il mondo è crudele si sa), e non sua madre, che un bel giorno decide di gettarsi nel fiume e rendere eterna l'assenza della sua voce. Ma presto si comprende che questa storia della bruttezza non è che il punto di vista di Rebecca, della gente che la circonda, ma non di chi le vive accanto, in casa. Per la bruttezza c'è rimedio, per la malattia no. Così la storia di Rebecca che cerca se stessa oltre quell'occhio strabico e la peluria e chissà cos'altro diviene una ricerca delle sue origini, dei misteri che ruotano attorno a tutti i personaggi della sua vita, compresa la pingue Lucilla, figlia di un fe-di-fra-go e pe-do-fi-lo, compresa sua zia, suo padre, ma soprattutto la madre. Ad accompagnare e condurre la scoperta personaggi positivi come la maestra delle elementari, un maestro di piano del conservatorio e la donna del mistero, la vecchia madre dell'insegnante, custode delle mille verità a cui Rebecca non poteva accedere. Un romanzo leggibile in due ore buone (o anche meno, a dire il vero), il lessico è scorrevole, gli italiani ultimamente prediligono questo discorrere scialbo e essenziale, con un pizzico di ironia e lirismo qua e là in frasi a effetto. Io preferisco i periodi più dettagliati, ma ammetto che questo registro sia adatto alla narrazione, poi in realtà sbaglio io a parlare di romanzo, non credo si possa più parlare di romanzo al giorno d'oggi. Ma ora basta con le discussioni, ho svelato troppo, non sono di certo brava a tenere la bocca chiusa, ahimè.
Un romanzo strano, ambientato nella provincia veneta, con tutti i suoi pettegolezzi, le maldicenze e le meschinità e, soprattutto, una serie infinita di rapporti incestuosi veri o presunti, tutti nascosti per poterli negare o per non alimentare i pettegolezzi del paese su tare famigliari. Fatto sta che Rebecca nasce brutta, e i suoi genitori, anziché cercare fin da piccola di aiutarla per migliorare il proprio aspetto, la nascondono, temendo che avrà problemi con gli altri bambini. Cosa effettivamente vera, tranne che per la meravigliosa Lucilla, una bambina meravigliosa - ma, del resto, è nipote della mitica maestra Albertina - che però all'improvviso le viene portata via per un altro evento misterioso, che solo alla fine del romanzo verrà svelato (e io mi ero fatta idee ancora peggiori, visto l'andazzo del libro). All'inizio mi sembrava di leggere Wonder, solo che Augustus ha una malattia degenerativa contro cui non si può fare quasi niente (eppure viene operato innumerevoli volte!), mentre Rebecca è sanissima; la peluria e l'occhio strabico si possono cominciare a sistemare fin da piccola. Invece i genitori (e il padre è un medico!) sembrano vivere in un mondo tutto loro in cui pare che la bambina così brutta sia stata mandata loro per espiare non si sa quale colpa, e così se la tengono. Anzi, la madre si rinchiude in camera e non le parla più per paura che la bambina possa raccontarle quel che le succede a scuola, quando comincia ad andarci. E sì, queste due figure atroci mi hanno fatta davvero arrabbiare. Per fortuna che almeno Rebecca ha la musica che la consola. E meno male che la zia Erminia le insegna a suonare, anche se, pure lei non è adatta a migliorare la vita di Rebecca più di tanto, e non sia mai che vada al Conservatorio, pur essendo molto più brava dei piccoli raccomandati che vengono ammessi ogni anno. Una storia davvero triste, in cui Rebecca riesce a trarre forza da un paio di persone estranee che riescono a non farla sentire un mostro come invece fanno i membri della sua famiglia, e riesce ad avere un briciolo di lieto fine, trovando una vita che valga la pena vivere, in cui potersi sentire a proprio agio e accettarsi.
La prima metà del libro della Veladiano mi ha lasciata interdetta: conosco altre che, come Rebecca, la protagonista, possono vantare spaventi e malori degli astanti, compresi di morbi dai nomi irripetibili e pressochè unici al mondo, o giù di lì. E non riuscivo a capire tanto crogiolarsi, come se la bruttezza potesse finire per giustificare che il suo contrario possa essere l'unico valore desiderabile. Così involontariamente mi sono ritrovata a fare dei paragoni. E ho trovato la differenza: le mie Rebecche sono state amate, difese e considerate al punto da non sentirsi diverse a nessuno. Cresciute con la consapevolezza dei propri diritti inalienabili, al di là del censo, del nome, o del denaro, senza sentirsi escluse dal mondo. Sapendo che la vita è più dura in certi casi, ma non è tutto oro quello che luccica, anche dietro un bell'aspetto. Il riscatto di questa bambina così, senza amore, è stato più difficile, ma possibile alla fine, perchè ha saputo cercarlo là dove poteva esserci. Bella la carrellata di donne che le girano attorno: tutte permeate delle loro difficoltà a vivere, tutte alle prese con i propri fantasmi, veri o fittizi, in una Provincia di cui la Veladiano stende un affresco con toni tenui, quasi sfumati, ma che ne denota una conoscenza profonda e pietosa. Un bell'esordio. Aspetto il prossimo.
Rebecca nasce brutta, molto brutta, e già per questo avrà una vita dura, complicata poi ulteriormente da genitori incapaci d’amarla e da compagni cattivi. In suo parziale aiuto qualche figura positiva - piuttosto sfuggente, in verità -, e poi la musica: Rebecca diventerà una brava pianista. Il romanzo, dunque, tocca temi quali il ruolo dell’aspetto fisico, l’effetto della carenza d’amore e dell’esclusione, la responsabilità dell’evento negativo (naturale/soprannaturale), il dono e la coltivazione del talento, la gratificazione dell’arte e del lavoro… La scrittura della Veladiano è curata e scorrevole, ma la tensione indotta nel lettore - basata sull’empatia con la protagonista e sull’attesa di eventuale riscatto -, buona inizialmente, scende ben presto, nonostante le potenziali sorprese collocate lungo il percorso: che sono poi sventure, perlopiù, eccessive per quantità e qualità. E così si finisce male, tra scoramento e noia.
Romanzo dallo stile mediocre e piatto, non mi ha coinvolta, letto solo perché ho visto il film di M.T. Giordana che invece mi è piaciuto, grazie a un bel cast e a una splendida regia, ricca di cupezza e chiaroscuri caravaggeschi, folli e umbratili.
Two extraordinarily beautiful parents and an ugly child. (My only quibble with this insightful and intriguing novel is that until the very end we are given no sense of what form the ugliness takes which makes it a little less credible.) Rebecca’s mother comes from an impoverished ‘tainted’ family – too many fingers – but it also turns out that her wealthy father’s family is flawed.
Her mother cannot bear to expose her monster child to the outside world so shuts her away in the house and withdraws herself from her daughter and the world. Rebecca’s father is a kind but remote gynecologist and lightly drawn.
Rebecca’s life is redeemed by her own determination and her musical talent and by the love and care of Maddalena, who had lost her husband and two children, and by her fat friend Lucilla, a lovely funny, forthright character.
Mariapia Veladiano is an unusual, sensitive and exciting writer and has written this superb novel of loneliness, difference and not belonging. Both she and Rebecca triumph.
La storia di una bambina brutta con il talento per la musica, una vita non facile ed un passato alle spalle che pesa anche sulle sue, piccole piccole e fragili. Probabilmente la storia di un riscatto sarebbe stata banale, per questo l'autrice ci racconta di un'esistenza di nicchia, che le permetterà poi di trovare un suo piccolo posto nel mondo, ma questa Rebecca non arriva a lasciare un segno in me che sono la sua lettrice, ma la sua musica sì.
I haven't really had the chance to read a great amount of translated fiction before so A Life Apart was definitely unique in this respect, and a bit different from the books I normally read. But since there was something in the synopsis which really intrigued me and because I tend to like emotional stories in which the main character tries to overcome some traumatic incident in his or her life (and because the cover is so breathtakingly gorgeous), I decided to pick it up and give it a try. And while in hindsight I wasn't particularly keen on the language and narration itself, Rebecca's personality and her story, her journey towards accepting her looks and living a relatively normal life definitely made up for it.
What surprised me the most is the fact that the novel has quite a few magical elements in it and despite my initial expectations, it's not an everyday story. As it turns out, Rebecca's mother's family has carried a taint for several generations. A minor taint which is supposed to leave your mind, your beauty and your life untouched, but a taint all the same. Now and again an unfortunate child would be born with six or seven fingers on each hand, leaving the family with no other options but to hide them from the prying eyes of their neighbours and everyone else. Hoping to escape this misfortune, Rebecca's mother marries a handsome young man whose entire generation has been untouched by it. However, when Rebecca is born, they immediately realise that something is very wrong... for despite the father's impeccable past and the two parents' beauty, the baby turns out to be a freak of nature. After Rebecca is born, a heavy silence falls on the family home. Literally. She is hidden away from the outside world, is not allowed to attend nursery school or leave the house before sundown and her mother stops talking to them altogether. Not only does she refuse talking to her own husband, she never once sets eyes on her daughter. And this is where Rebecca's journey starts: in a place devoid of any kind of parental love or affection, where she's a prisoner in her own home.
With the help of a loving and affectionate home help called Maddalena, who looks after the girl throughout the years and stands by her when no one else does, her eccentric friend Lucilla, an overweight girl who becomes her friend on their first day at school, and most importantly music, Rebecca slowly but surely starts to come to terms with her fate and - despite everyone who's holding her back - proves that physical beauty is not all there is to life. Apart from finding solace in music and trying to break out of the captivity of her own home, she also tries to discover more about her family and find out what the reason behind her mother's silence was throughout all those years.
A Life Apart is a magical and touching coming-of-age saga of a young girl with a difficult past, one I thoroughly enjoyed. The parents' behaviour might have started to annoy me at times and I'm still not quite sure it's one of those books which I'll remember even in, let's say, two years' time, but all in all it was a great story. I loved both Lucilla's and Maddalena's characters and really liked how the story came to an end as well. If you like this genre or you're looking for a relatively short but great read, I would definitely recommend it.
Ma non ci sono parole per raccontare tutto, non a quell'età. Qualche volta le si impara più tardi, quando hanno perso odore, colore, e soprattutto dolore.
Un libro “incontrato” per caso, incuriosita dalla recensione della mia amica Gracy; iniziato e finito in meno di ventiquattro ore perché la storia di Rebecca cattura competamente. Rebecca è brutta dalla nascita.
Una bambina brutta è grata a tutti per il bene che le vogliono nonostante la delusione per la sua nascita, sta al suo posto, ringrazia per i regali che sono proprio quelli giusti per lei, è sempre felice di una proposta che le viene rivolta, non chiede attenzioni o coccole, si tiene in buona salute, almeno non dà preoccupazioni dal momento che non può dare soddisfazioni. Una bambina brutta vede, osserva, indaga, ascolta, percepisce, intuisce; in ogni inflessione di voce, espressione del viso, gesto sfuggito al controllo, in ogni silenzio breve o lungo, cerca un indizio che la riguardi, nel bene e nel male. Teme di ascoltare qualcosa che confermi quello che sa già, e cioè che la sua esistenza è una vera disgrazia. Spera di sentire una parola che la assolva, fosse pure di pietà. Una bambina brutta è figlia del caso, della fatalità, del destino, di uno scherzo della natura. Di certo non è figlia di Dio.
Affronta il mondo con questa consapevolezza, crescendo sola, sotto gli occhi vigili della tata Maddalena. Ma è difficile crescere così, è difficile sopportare il disprezzo altrui, i dispetti degli altri bambini, la cattiveria di una provincia ottusa e limitata la santacattolicaapostolicapettegola città dei preti e delle monache. Lo sai che in proporzione ne abbiamo più che a Roma? Un giorno la Vergine guarda giù e ci incenerisce tale e quale Sodoma e Gomorra. Le vetrine e i palazzi luccicano come le squame dei coccodrilli ma questa città ha l'anima nera come le acque del Retrone…
Pochissime pagine intrise di una tristezza densa e melmosa come l’acqua del fiume che circonda la casa della protagonista. La sensazione è stata quella di scivolare nella vita di questa bambina abituata a vivere in punta di piedi e osservarla crescere, percependo il suo dolore, il suo bisogno di affetto represso dietro silenzi e sguardi furtivi… Come dice la Signora della notte Si sta sulla terra tre giorni appena e li si passa a edificare un inferno l'uno all'altro con queste storie dell'aspetto e dell'apparenza. Bellissimo e coinvolgente, un po’ troppo precipitoso il finale però….
If I'd known this won a literary award, I wouldn't have bought it. Literary books are more concerned with language than story, whereas I'm all for story first, clever writing second - not that this is particularly clever.
A Life Apart is a first-hand account of what it means to be ugly when surrounded by beauty. It's honest in that regard. Rebecca held my interest for approximately half the volume of this small book before I grew tired of her. The narrative became tedious with no real plot to hold it up. The author introduced the hint of a bullying incident, something dramatic, then used it to tease the reader to the end. When it was finally revealed the event was agonizingly underwhelming. Perhaps something important was lost in translation. In any event, Rebecca failed to move me - despite being able to relate to her feelings of inadequacy and isolation - and by tomorrow I will have forgotten her.
NOTE: (Possible spoiler)
I feel compelled to add that I expected a revelation (perhaps when 'the child' was finally allowed to attend school) that Rebecca was merely a plain girl and not the monster her beautiful parents thought her to be. It's a shame the author didn't choose to add this twist as it would have added an interesting dimension to this story. Beauty and monstrosity are so subjective and tend to be based on our experience. Obesity, for example, is found repulsive in Western society, while other cultures view it as a sign of beauty and abundance.If Rebecca had been treated as a monster to be locked away all her life, only to discover, once allowed into the world, that there were others just like her, imagine the impact this would have had on the reader.
Non mi ha convinto. Troppe poche pagine per una storia con un intreccio così complicato che mi chiedo se l'abbia capito la stessa protagonista. Tutti sono imparentati con tutti e/o conoscono tutto di tutti, anche cose che non avrebbero i mezzi per sapere (vedi Lucilla). Quando poi per la Veladiano ci sarebbe l'occasione di osare - come nel lasciare intendere una relazione tra il padre di Rebecca e la sua sorella gemella, o in una possibile violenza sessuale - si tira improvvisamente indietro, quasi avesse paura. Qualcuno forse dovrebbe spiegarle che non è un peccato evitare gli stereotipi e fare qualche colpo di scena che non si senta a miglia di distanza. I personaggi - così come le vicende narrate - sono irrealistici e stereotipati, a parte forse Rebecca. C'è una caccia all'aforisma, alla frase sagace, ma tutto ciò porta a dei dialoghi plastificati, che non farebbe nessuno nella vita reale. La rivalutazione all'ultimo della madre, poi, è il colmo dello scontato. Tra l'altro in questo frangente è anche da notare una contraddizione: dopo tante parole su come la donna sia stata lasciata sola nella depressione, con tanto di sensi di colpa random, la vecchia signora De Lellis ha il coraggio di dire che la depressione post partum è soltanto un malessere ormonale che capita a tutte le donne, quindi non c'è niente di straordinario. Quindi poche palle, madre di Rebecca...
Come spesso accade con i romanzi vincitori di grandi premi, "La vita accanto" risulta insoddisfacente sotto diversi punti di vista; e dire che la biografia dell'autrice prometteva bene. C'è solo da sperare in una sua maturazione futura, ammesso che non si monti la testa con il successo ottenuto.
Delicato, profondo, ma allo stesso tempo leggero. Della leggerezza di cui parlava Calvino, che non è superficialità. Un libro sul dolore ma anche sulla capacità di uscirne, con personaggi complessi, con tanto cuore, a volte troppo. Un libro che colpisce per la bellezza dei personaggi, che non sono mai a due dimensioni, sono figli di mille contraddizioni e condizionamenti, si battono per negare di essere ciò che sono o per superare un dolore che li opprime, o un passato che li insegue. Un libro semplice e difficile, molto femminile, scritto con maestria e con grandissimo equilibrio.
la cosa peggiore che può capitare quando si affronta un libro è quello di avere aspettative enormi. Non so in realtà perchè ma questo libro era rimasto a lungo nella mia wish-list e quando alla fine l'ho trovato usato mi ci sono fiondato. E adesso a distanza di un mesetto dall'averlo finito scopro che la sua trama è un fantasma della memoria. Quando questo accade non è un buon segno. Non è scritto male e non una storia "sbagliata" (ometto ogni recensione) quindi non so perchè non mi ha preso. Semplicemente mentre la leggevo in aereo non riusciva a sedimentare. Capita.
Linguaggio originale, ottima trama, temi mai banali. Questo libro è sorprendente per l'originalità con la quale affronta il tema della bruttezza e del suicidio della madre. A differenza del Gramellini 'strappa lacrime' qui il lutto viene elaborato in maniera molto diversa. Ottimo romanzo
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Il Regno - Libri del mese - 12,2011,404 Dire che al centro di una storia c’è la parola è quasi tautologico. Eppure, dopo che i tanti commenti hanno messo in luce i pregi di una storia insistendo prevalentemente sul tema della bruttezza fisica contrapposta alla bellezza d’animo, mi sembra vi sia molto altro al centro del romanzo di Mariapia Veladiano, La vita accanto (Einaudi, Milano 2011), esordiente e vincitrice del premio Calvino 2010. Certamente il fulcro narrativo è la vicenda di una bambina brutta che racconta in soggettiva come vede il mondo dalla «fessura che la paura e la vergogna ci lasciano aperta giusto per respirare» (3). Ma attorno a Rebecca – così si chiama la protagonista – si consuma lo scandalo di un mondo che di fronte al tratto fisico brutto si spoglia e mostra ipocrisie e bassezze, esaspera rapporti e consente alla mala pianta della maldicenza di dare frutti abbondanti. Perché il rifiuto del brutto e del deforme, dell’anormale e del malato è da sempre campanello d’allarme che denuncia impietosamente dov’era il vero fondamento d’ogni nostra umanissima certezza: sulla forma, sull’aspetto. È la forma che dovrebbe dare ordine. È l’esteriorità che ci rassicura. Il romanzo prova a dire il contrario: è la parola, anche quella di troppo, quella eccessiva, che dà ordine, cioè senso, al mondo. C’è un mondo attorno a Rebecca che usa la parola come spada, così come fanno con crudele naturalezza i compagni di scuola e i loro genitori. E la famiglia della protagonista, temendo di rimanerne ferita, pensa di proteggerla con lo scudo del silenzio sul suo futuro e sul suo passato. C’è una madre ammutolita dalla depressione – «i silenzi di mia madre avevano saturato la casa» (101), di cui Rebecca riscoprirà la parola solo attraverso i diari; c’è la domestica che dice e racconta di un passato che incombe come una continua minaccia; c’è una zia bella ed esuberante la cui parola è fascino e seduzione che svapora come il suo profumo; c’è la parola del padre, rara, misurata, distante. In questo mondo irrompe l’amica Lucilla, la bambina grassa che scandisce le parole e che non sa tenere segreti; c’è la maestra che attutisce per quello che può l’impatto di Rebecca con la vita «pubblica»; c’è la parola di una misteriosa signora che parla attraverso il suono del suo pianoforte e un’apparente follia. Lucilla è colei che con semplice immediatezza butta all’aria le convenzioni. E attraverso di lei Rebecca scopre che la parola può dire: «Mi spaventava la quantità di sentimenti che si potevano esprimere con le parole. Nella mia casa le parole erano piatte come quelle scritte sul vocabolario e servivano soltanto a comunicare informazioni, impegni, appuntamenti» (31). La parola è protagonista anche per la cura con cui l’autrice l’ha usata: uno stile attento, misurato negli aggettivi, efficace nelle metafore, che non si affanna a dire troppo e fa della moderazione una virtù. E, grazie a quest’uso saggio, vengono intessuti alcuni fili narrativi, ora tirati ora allentati, che tengono avvinto chi legge fino alle ultime battute. La seconda caratteristica del romanzo è che le protagoniste sono per lo più donne: il padre è una figura elegante ma vaga per la famiglia, annientata dalla fedeltà quotidiana e finirà per abbandonare anche la figlia per inadeguatezza, perché troppo «sfumato», come un «pezzo musicale troppo dolce che deve finire perdendosi» (162). Appare anche un paio di volte un sacerdote, al cui indirizzo la bella zia lancia un: «Voi siete maestri dell’arte triste che pretende di sapere, senza conoscere e senza ascoltare, dove le persone vogliono andare, cosa vogliono fare davvero» (45). Al centro c’è un universo di madri: innanzitutto, sullo sfondo, la Madonna di monte Berico, che ritma dall’alto del suo colle i tempi e i sentimenti della narrazione; poi la madre di Rebecca, sprofondata, algida, in quel male che le impedisce di tendere le braccia alla figlia che cade davanti a lei mentre muove i primi passi; colei che nei fatti la sostituisce, Maddalena che, come il personaggio biblico, versa tutte le sue lacrime di donna ferita; la madre di Lucilla; la maestra; la signora misteriosa... Di questo universo, in particolare, viene messo in risalto quel trasmigrare continuo tra sentimenti di dolore e gioia, la coesistenza di ribellione e rassegnazione, di raziocinio e di sentimento, di follia che vede meglio le ipocrisie del mondo e, sia per questo sia per l’assenza di uomini al proprio fianco, rischia di rimanerne prigioniero. Di questo universo risalta una sapienza propria, una peculiare visione teologica, pur mancando quasi del tutto episodi che raccontino del sacro in maniera esplicita. Torna utile l’acuta riflessione di Luigi Sampietro sulle Teologhe da romanzo (Il Sole 24ore, 21.11.2010, 38) che, oltre a interrogarsi sul perché in Italia si preferisca glissare sul contenuto religioso (immediatamente letto come ideologico) dei testi di narrativa contemporanei, individua nella recente produzione letteraria di autrici (donne) statunitensi la capacità di uno sguardo di fede sugli eventi tutti mondani di cui si narra non come «genuflessione forzata davanti a ciò in cui non si crede» ma come accettazione del dubbio serio sul senso del proprio destino e del mondo. Questo romanzo ne è un bell’esempio. Infine, l’ambientazione. Poteva solo essere la provincia (veneta) la protagonista di questa storia, dove la rete nella quale tutti sanno di tutti è da un lato sicurezza di legami di prossimità (la maestra, Lucilla) e di diceria che ferisce. Essa prende così forma nel fiume che scorre lento dietro la casa della protagonista. «Quella primavera il sindaco decise di bonificare il fondo melmoso del Retrone perché emanava fetori e i cittadini protestavano. (...) Dopo che i lavori di bonifica portarono in carcere l’antiquario per simulazione di reato e sulla gogna il sindaco, l’amministrazione ordinò la chiusura immediata del cantiere, anche perché i miasmi erano peggiorati e i cittadini protestavano più di prima. Questa città è come il suo fiume – dice Maddalena (...) –. Meglio non scavare sul fondo» (145). Il fatto che questa frase sia messa in bocca a una delle donne più «di fede» di tutto il romanzo è un piccolo atto d’accusa a un mondo (di provincia) che non vede contraddizioni con il sentire religioso di cui è ancora intessuta la propria vita: il santuario; le campane; i presepi viventi; il sacerdote: elementi troppo consueti per essere rifiutati e troppo lontani per dar senso alle speranze e alle angosce della vita che scivolano via con l’acqua del fiume: «La città ha dimenticato. Le acque si sono richiuse» (161). Maria Elisabetta Gandolfi
Questo libro ha tutta la bellezza che la natura ha negato alla sua protagonista, che viene definita brutta, ma probabilmente è affetta da malformazione: a me è venuto da pensare alla sindrome di Treacher Collins. Del resto si fa ripetutamente riferimento a tare genetiche, sia da parte di entrambi i nonni materni sia nella famiglia paterna. Da qui parte la narrazione di una vita segnata, oltre che dalla “bruttezza”, dall’abbandono di una madre depressa, dall’incapacità di reagire di un padre emotivamente inetto e da un ambiente provinciale, ignorante e chiuso, ma anche da un grande talento per la musica. Il libro non è perfetto e si poteva far meglio. La professione del padre, medico, per esempio, rende ancora più inverosimile la sua impotenza e incapacità di far fronte alla depressione della moglie e all’aspetto della figlia che, almeno in parte, sarebbe stata rimediabile e attenuabile fin dall’infanzia. Il romanzo, in realtà, gioca tutto sul non detto, sul sottinteso e sulla vaghezza, soprattutto riguardo all’aspetto fisico della “bambina brutta” Rebecca. E va benissimo. A mio parere è scelta azzeccata che non ci permette di comprendere fino in fondo quanto i difetti siano reali e quanto attribuibili agli occhi di chi guarda, ma il sospetto è che nemmeno l’autrice si fosse fatta un’idea chiara della sua protagonista (l’irsutismo è problema a sé stante non connesso alla malformazione del viso e se l problema era solo questo, unito a un occhio storto diventa ancora più incredibile che non si sia fatto nulla per rimediare). Anche la zia Erminia avrei preferito scoprirla ermafrodita (giustificherebbe tra l’altro il suo essere identica al gemello, come fossero monozigoti, anche se apparentemente maschio e femmina) e spiegherebbe il suo sottrarsi ai tanti corteggiatori e il suo insinuarsi nella famiglia del fratello, perché non può avere una sua al posto che per un legame morboso che sembra appiccicato lì all’ultimo.
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Questo candidato allo Strega 2011 - arrivò poi secondo - l'ho preso in mano solo ora, dopo aver letto ed apprezzato interviste e scritti vari della sua autrice. È un libro bello, lo dico subito. Scritto con semplicità apprezzabile che lo fa scorrere velocemente, mette al proprio centro temi molto attuali: cosa rende me, me stesso? I miei limiti, i miei punti di forza, lo sguardo che gli altri hanno su di me, lo sguardo che ho a me stesso? Come accettarsi e come accettare l'altro diverso da me, estraneo? Rebecca, nata con "il peccato originale" della bruttezza, dovrà fare un cammino per trovare la propria vera bellezza - qui rappresentata dalla musica che esce come un miracolo dalle sue bellissime mani - coltivata dall'affetto di un maestro che sa andare oltre l'aspetto e da una inaspettata maestra, che la aiuterà a riconciliarsi e ad accogliere le ferite della propria famiglia. Non c'è un lieto fine ma un finale pieno di quella letizia che fa la vita, vita. E che permette ad ognuno di amarla quella vita, perché c'è.