Ho ritrovato Giorgio. Dopo anni dall’ultimo suo libro letto, e a quasi due mesi dalla sua morte. Ormai, di lui, si è veramente letto di tutto, dalla classica sentenza finto-intellettualoide all’italiana “Eh, ma è un autore nostrano di bestseller, dunque non sa scrivere!”, ai continui confronti con gli autori di thriller americani (perché, poi?) passando per la diffidenza pregiudiziosa di chi, sapendolo comico nel passato, non ha fatto che storcere il naso di fronte ai suoi romanzi (senza averli letti, ovviamente) per poi santificarlo una volta morto. Ma si sa, siamo in Italia. Io sono al terzo romanzo di Faletti (dopo “Io uccido” e “Niente di vero tranne gli occhi”) e la mia opinione non l’ho mai cambiata: Faletti mi piace e alla faccia di tutti i pregiudizi, da amante del genere (con un briciolo di modestia posso dire di non essere a digiuno di thriller), dico e ripeto che lui sa (anzi, sapeva) scrivere alla grande. Una scrittura limpida e diretta senza troppi fronzoli e senza inutili divagazioni, un ritmo incalzante, uno taglio psicologico, molto umano, dei suoi protagonisti (basti pensare qui alla complessa Vivien) rendono i suoi romanzi dei gran bei thriller perfetti per chi ama il genere. Certo, stavolta non siamo ai livelli di “Io uccido” (uno dei primi thriller da me bollati con 5 stelline e che, ancora oggi, a distanza di anni e di decine e decine di altri thriller letti, premierei allo stesso modo), e molto dipende anche dal tipo di storia narrata: là eravamo nel thriller virante verso la paura da giallo più “nostrano”, qui, complice l’ambientazione in America, siamo in un thriller più thriller, più nero, più tosto, più puro, più “da sbirro”, ma non per questo più facilotto. Anzi. Mentre la New York del post 11 Settembre è sconvolta da una serie di attentati terroristici, lo scheletro di un uomo (che, come si scoprirà, era stato combattente della guerra in Vietnam) viene rinvenuto in un cantiere…ebbene, non si tarderà a scoprire che il figlio dell’uomo altro non è che il terrorista che sta seminando panico nella città, per quietare, con insana follia, quella sete di vendetta che sente dentro da troppo, troppo tempo. Ma alla fine, sarà veramente così? Il Giorgio nazionale questa volta ci ha lasciato una storia più complessa, più matura, che scopre un nervo ancora dolente della recente storia americana e tocca temi importanti, dalla guerra alla droga passando per la religione. In barba a tutto e a tutti, la storia si sente, complessa e anche un poco complicata, considerato anche l’elevato numero di personaggi. Poi, ahimè, ecco che verso il finale, al momento di tirare le fila, accade l’evitabile: un colpo di scena che però mette in discussione tutta l’indagine sui cui il romanzo si è costruito. E mi è rimasta la bocca amara perché non ho capito come effettivamente sono andate le cose…o meglio, ho dato la mia interpretazione (la quale, tuttavia, non mi ha soddisfatta del tutto) ma non so se è quella giusta. Forse Giorgio voleva questo, che ogni lettore tirasse le fila a modo suo? No. Io penso che, molto semplicemente, abbia avuto, per tutto il romanzo, un piano e poi, sul finale, non sapendo più come raccapezzarsi, sia scivolato….e abbia voluto fornire al lettore la sorpresa dell’ “assassino è uno dei personaggi”, che altrimenti non ci sarebbe stata. Ma gli interrogativi rimasti restano troppi, avrei preferito più chiarezza. Detto ciò, non mi sento di bocciare il romanzo, che, lo confesso, si è lasciato divorare. E non condivido assolutamente tutte le critiche eccessive di chi l’ha stracciato quando, in giro, ci sono palate di “thriller” internazionali noiosi e pesanti, che si perdono in decine di pagine di divagazioni, senza mettere in conto che il lettore è là, e aspetta di essere intrattenuto, impaurito, incalzato, tre cose che invece Faletti riusciva a fare fino alla fine…peccato che ora, però, non possa più farlo. Quattro stelline piene nonostante il finale non convincente e non pienamente compreso.