Il termine «sicurezza» si è spogliato, ormai da parecchi anni, delle caratteristiche sociali cui era legato (lavoro, salute, diritti): oggi ci si sente al sicuro con condizioni che ci proteggono individualmente dal rischio di diventare «vittime» di comportamenti dannosi. Da qui l’assunto che tutte e tutti siamo vittime potenziali; quindi fenomeni sociali complessi vengono governati con il codice penale e, di fatto, si criminalizza la povertà, la marginalità sociale, l’immigrazione. Ma com’è successo tutto questo? E soprattutto, com’è successo che a questa deriva securitaria aderiscano «movimenti politici il cui obiettivo è la libertà dallo sfruttamento, dall’oppressione, dalla violenza dei gruppi di cui si fanno portavoce? Perché, in particolare, questo succede in un movimento come quello femminista, che è ri-nato (in Italia, ma non solo) contro la rappresentanza (ognuna parla per sé, a partire da sé), nel contesto delle spinte antiautoritarie degli anni Sessanta?».
Devo dire che il titolo è un po' fuorviante, perchè fa credere di trovarsi davanti a un saggio femminista. Certo di femminismo si parla, ma in misura minore. Ciononostante, il saggio mostra un'intelligenza e una capacità critica dell'attualità politica e sociale notevole. Il nucleo centrale della tesi dell'autrice è che la cultura securitaria che caratterizza il nostro e altri paesi nel mondo individua la giustizia penale come unica soluzione a problemi sociali complessi, come la violenza sulle donne, e criminalizza altri fenomeni come la povertà, le migrazioni, le persone che vivono in strada, i movimenti di piazza, con la giustificazione che siamo tutte vittime da difendere. Non sempre facile, ma estremamente interessante per capire il presente e il modo in cui i governi agiscono per limitare la libera scelta di ognuno di noi.