03/08/2019 (*****)
Per descrivere e recensire questo libro, forse occorre prenderla alla larga.
La prima cosa da dire è che raccoglie tre romanzi, e che l'intenzione iniziale di Rigoni Stern non era quella di costruire una trilogia di romanzi fra loro connessi; tuttavia, la trilogia si è costruita, se così si può dire, quasi in maniera spontanea, e in effetti i tre romanzi - scritti ognuno a distanza di dieci anni circa dal precedente - coprono tre momenti storici successivi ma correlati fra loro e presentano uno sfondo di ambientazione analogo (l'Altopiano dei Sette Comuni) nonché personaggi in comune (o rimandi, brevi ma intensi, ai protagonisti dei romanzi precedenti).
La presenza di trame differenti ma con legami, evidenti o anche solo estemporanei, comuni fa di questa sorta di trilogia postuma una affascinante e commovente saga di una intera comunità e di una terra con specificità del tutto particolari ma in fondo similari a quelle di tutta la società italiana di quegli anni attraverso circa 80 anni di tribolazioni e eventi epocali (dal passaggio al Regno d'Italia dopo le guerre risorgimentali fino alle due guerre mondiali).
I tre romanzi, come detto, sono tutti ambientati sull'Altipiano caro a Rigoni Stern, ma raccontano momenti differenti con protagonisti differenti.
Nel primo, Storia di Tonle, ambientato fra la fine dell'Ottocento e la fine della Grande Guerra, si racconta di Tonle, un uomo costretto dalla situazione a vagabondare per tutta la vita di qua e di là nella Mitteleuropa del tempo salvo poi tornare, periodicamente come le rondini, sul suo Altopiano, fino a esserne scacciato insieme a tutti gli altri abitanti nella grande evacuazione del 1916 in conseguenza della Strafexpedition: il racconto consente a Rigoni Stern di raccontare l'odissea dei profughi nonché la spaventosa devastazione dell'Altipiano a seguito del passaggio del fronte.
Il secondo racconto, L'anno della vittoria, che nel complesso giudico il migliore dei tre, si riprende da dove aveva finito Tonle: la famiglia di Matteo torna dall'esodo forzato nel paesaggio lunare che un tempo era la loro casa, avviando una faticosa opera di ricostruzione, materiale e morale, fra miseria e difficoltà di ogni tipo.
Il terzo racconto, Le stagioni di Giacomo, sembra quello che ha meno da dire, sebbene sia quello più chiaramente autobiografico (Rigoni Stern compare sullo sfondo delle vicende del protagonista, suo compagno di classe e coetaneo), soprattutto perché il grande evento che sconvolge sotto ogni aspetto quei territori - la Grande Guerra - è appena finita; ma fra i suoi rigurgiti più duraturi c'è il ventennio fascista, con le sue grandi menzogne e i suoi vuoti artifici retorici che portano l'Italia al disastro, travolgendo sia Mario che Giacomo, in una tragedia che diventa più individuale e generazionale che collettiva, come invece lo era stata la guerra precedente.
Se L'anno della vittoria, pur nel suo voler essere il racconto della rinascita, è in fondo il più duro e drammatico fra i tre romanzi (e il migliore, a livello letterario), e se Storia di Tonle rappresenta, nella descrizione neorealista della società contadina ottocentesca, soprattutto la quiete prima della tempesta (pur essendo il romanzo che, la tempesta, la vive tutta quanta, pur dal punto di vista lontano dei profughi), è Le stagioni di Giacomo il racconto più vivo, vero, che nella sua malinconica narrazione del ventennio fascista dal punto di vista, non esplicito, del bambino poi adolescente e infine adulto Rigoni Stern rappresenta la sostanziale fine delle speranze, la presa d'atto definitiva che il mondo degli uomini è quello che è, e che la felicità risiede nei piccoli attimi e nelle piccole cose del quotidiano.
Al di là della bravura del Mario Rigoni Stern scrittore e della sua profonda, sincera umanità, colpiscono varie cose di questa trilogia di racconti.
L'ambientazione, prima di tutto, e la descrizione della cronica miseria della società contadina d'un tempo: colpisce l'immaginazione del lettore moderno, e in particolare la mia, che abito in linea d'aria a qualcosa come 30 chilometri da Asiago, e che quella società contadina la conosco per sentito dire dai racconti dei miei, con le stesse terminologie (al netto del cimbro parlato lì, ovviamente) e con le stesse caratteristiche.
Era una società incredibilmente solidale quella, perché la famiglia ne era il nucleo fondante e dalla protezione reciproca di questa componente passava la sopravvivenza di tutti; la solidarietà e l'assistenza erano tuttavia l'altro lato di una medaglia fatta di spaventosa povertà e drammatica arretratezza culturale, di una società chiusa e divisa in caste rigidissime. Più rispettosa di noi verso molti aspetti del mondo e del vivere (per la tradizione, per i valori umani, per l'ambiente), e per questo da riscoprire, ma con giudizio e obbiettività e senza idillici e idealistici rimpianti.
Era una valle di lacrime, che per noi risulterebbe anche solo difficilmente immaginabile.
Rigoni Stern racconta quella società e quel mondo con pacata compostezza, con ritmo serrato e perfetto, con realismo e persino con rassegnata malinconia, d'un passato che non esiste più (nel bene e nel male) e che nasconde le radici della sua identità.
Anche della mia, a dir la verità, pur non avendo vissuto nulla di tutto quello che viene qui raccontato essendo nato ben più tardi: ma lì stanno le mie radici profonde, ed è fondamentale, assolutamente fondamentale conoscerle. Ringrazio Mario Rigoni Stern per questo.
Per concludere, oltre che a consigliarlo a tutti quanti, lo promuovo con cinque stelle: per valore letterario; per valore storico; per valore culturale, infine e soprattutto.