Devo riorganizzare bene le idee per dire ciò che mi è parso di questo saggio.
Innanzi tutto c'è l'aspetto dell'impostazione critica. Bisogna premettere che solo un'idiota potrebbe avere da ridire sulla scrittura e lo stile di Pirandello; tuttavia neanche il più sciatto dei relatori di tesi triennali avrebbe fatto passare le appropriazioni indebite e la marginalità delle note - nei rari casi in cui si presentano - che abbondano nell'Umorismo, specie nella prima parte della trattazione. E in questo, ma solo in questo, dal mio punto di vista, bisogna dare ragione alle contestazioni che Croce fa a Pirandello.
Tutta la parte sulla trattatazione dell'umorismo, come processo psicologico che travalica tempi e culture letterarie, è estramente convincente, così come lo sono sia il carattere artistico che se ne rileva, sia le ragioni che lo sostanziano.
Lì dove, a mio modo di vedere, Pirandello cade in fallo, è nella pretesa di porre la sua condizione psichica a generale realtà dell'esistenza umana. Pirandello pone il "vuoto interiore che di dentro sempre s'allarga" come una verità a priori che riguarda tutti gli essere umani, e con esso tira in ballo le contraddizioni dell'animo, l'illusione della realtà e dei sentimenti come facenti sempre parte della vita di tutti, per il semplice motivo di essere nati. C'è in questo modo di vedere l'esistenza una retorica prettamente novecentesca, che identifica la vita umana con la malattia. Mi è impossibile, per quanto mi riguarda, non rileggere il testo pirandelliano col filtro delle più recenti (rispetto al tempo dello scrittore di Girgenti) scoperte psichiatriche. La lente con cui Pirandello osserva il mondo risente della profonda depressione che lo affligge, e lo porta a fare ciò che egli rimprovera ad altri: l'oggettivizzazione delle realtà umane sulla base del proprio soggettivo stato psichico. Di buono c'è la dichiarata avversione alla visione della vita umana dominata dalla sola Logica, o Ragione che dir si voglia. Pirandello intuisce che ciò che muove gli esseri umani risiede in una zona profonda del tutto irrazionale, ma poi asserisce che l'irrazionale null' altro è che la bestia che dimora nel nostro inconscio. La retorica della bestia è snervante ed è da parecchio che puzza di muffa! Ma quale bestia? Proprio qui si sostanzia il mio dissenso: nel ridurre l'esistenza e l'essenza umana a malattia, a scontro tra bestia e ragione.
Oggi possiamo essere meno disfattisti, sappiamo che la bestia, quando si raggiunge il suo stato, non emerge dal fondo del proprio essere, come una sorta d'incarnazione cristiana del peccato originale, ma si presenta, al contrario, per via della malattia mentale, ossia per un fenomeno di sottrazione della propria umanità, non di svelamento di essa! Insomma, si nasce sani e ci si può ammalare negli affetti, vivendo. Bisogna però dargliene ovviamente atto: Pirandello, a quell'epoca, non aveva abbastanza strumenti psichiatrici per uscire dal proprio buio, per evitare che quel buio si espandesse da sé su tutto il resto dell'umanità.
Oggi si spera che la critica individui quest'impasse novecentesca come nociva, invece di continuare ad esaltare la malattia mentale definendola come il sublime passaggio dell'uomo nell'oltre. Molti lettori appassionati ne hanno le tesche piene di questo romanticizzare ciò che ci avvelena, vendendocelo come linfa divina.