Pubblicato originariamente nel 1998, accolto da una ventata di polemiche, e velocemente sparito dagli scaffali delle librerie, "Il male naturale", il più "sporco" e informe tra i libri di Giulio Mozzi, è diventato pian piano, negli anni, grazie all'affetto e alla tenacia di un manipolo di lettori, un autentico libro di culto. Ne "Il male naturale" Giulio Mozzi dispiega ancora una volta il suo sguardo attentissimo, quasi prensile, capace di farci apparire arcani e stupendi gli oggetti e le situazioni della vita più quotidiana. Solo che qui, in questo libro, lo sguardo penetra nei corpi, nella carne, nel sesso, e ci mostra come tutto ciò che è alla radice della gioia umana - la vitalità del corpo, la soddisfazione della carne, l'entusiasmo del sesso - a un'osservazione ravvicinata e meticolosa può apparire abitato dal male. Non un male morale, un male che sia colpa di qualcuno: ma un male naturale, costitutivo del nostro essere. Una nuova postfazione, scritta da Mozzi appositamente per questa edizione, racconta le disavventure nelle quali si può incorrere perché si è cercato di guardare ciò da cui tutti preferiscono distogliere lo sguardo. E un saggio di Demetrio Paolin mostra come la pratica di guardare l'inguardabile sia nient'altro che una pratica religiosa.
Giulio Mozzi è uno scrittore e curatore editoriale italiano, docente di scrittura creativa.
Dal 1982 al 1989 ha lavorato nell'ufficio stampa della Federazione regionale dell'artigianato veneto (Frav/Confartigianato). Dal 1989 al 1996 ha lavorato presso la Libreria internazionale Cortina di Padova. Alla fine degli anni Novanta ha lavorato per la casa editrice Theoria. Dal 2002 al 2009 ha curato la narrativa italiana per la casa editrice Sironi, da marzo 2008 a febbraio 2014 è stato consulente di Einaudi Stile Libero. Attualmente è consulente per la narrativa italiana di Marsilio Editori. In rete cura dal 2000 il blog vibrisse, bollettino. È attivo - e considerato - soprattutto come scrittore di racconti. Un suo racconto è stato inserito nel Meridiano Racconti italiani del Novecento curato da Enzo Siciliano.
Sono frutto del suo lavoro di scouting letterario le prime pubblicazioni di autori come Tullio Avoledo, Marco Candida, Massimo Cassani, Leonardo Colombati, Giorgio Falco, Massimiliano Nuzzolo, Antonio Pagliaro, Federica Sgaggio, Veronica Tomassini, Vitaliano Trevisan, Mariolina Venezia, Ivano Porpora, Alessandra Sarchi.
Insieme all'artista Bruno Lorini ha creato un artista immaginario, Carlo Dalcielo, le cui opere, esposte in mostre e pubblicate in forma di libro, sono spesso di natura collettiva.
Campo de’ Fiori a Roma con al centro la statua di Giordano Bruno.
Lo ammetto, anzi, per restare in tono con questo libro, lo “confesso”: sono arrivato tra queste pagine seguendo il caso letterario. Come un vero tacchino. Questa raccolta è uscita nel 1998 per Mondadori e dopo poco tempo un oscuro deputato leghista, tale Oreste Rossi, a me sconosciuto prima durante e dopo (adesso approdato al Parlamento europeo ahinoi) trovò sul sito della casa editrice uno di questi racconti, il più corto e anche il più pruriginoso, contestato perfino da Geno Pampaloni, che ha come tema la pedofilia: protestò in “alto loco”, D'Alema premier nel suo usuale contorto modo non gli dette torto né ragione. Fatto sta che il libro fu ritirato dalla casa editrice. Censura!!!!! Però, aveva venduto solo milleduecento copie. Adesso viene ripubblicato da altra casa editrice. E venderà uno sfracello se tutti abboccano come me.
In realtà, sembra che il libro non sia mai stato ritirato: semplicemente, a un certo punto non si trovava più sugli scaffali delle librerie. Fatto che mi pare sia successo, prima e dopo, un’infinità di volte con tante altre opere (ben più meritevoli). Incuria, scarsa fiducia, basse vendite, incalzare delle novità, rese…? Motivi (pessimi) per fare sparire titoli anche dai magazzini, anche su ordinazione, pazienza, fiducia.
Statua vivente di Giordano Bruno dalle parti di Via Giulia.
Li ho trovati racconti brutti, scritti in modo antipatico, alla esasperata ricerca della complicazione stilistica e/o narrativa, fastidiosi e pesanti. Lo “confesso”: non mi sono piaciuti per niente. Certo, c’è un aspetto della ‘poetica’ di Mozzi, forse l’aspetto centrale, che mi respinge: nel senso che l’intento artistico di Mozzi mi allontana dalla sua lettura, e nel senso che io allontano da me lui e chi si pone un simile intento. Ecco qua: C’è una parola che mi ha guidato per anni: redenzione. Ho scritto parecchi racconti con lo scopo consapevole di redimermi o di salvare, e cioè redimere, la vita di persone che, agli occhi del mondo, sembravano del tutto irredimibili. C’è fede, c’è dio, c’è il Male e il peccato, redenzione santità divinità. Vade retro. Se lo scriveva all'inizio, invece che alla fine, non avrei neppure iniziato la lettura.
E' un raccolta di racconti di uno scrittore che ha poco da dire, ma che vuole dirlo lo stesso. Di fatto, racchiude tutto ciò che avrebbe voluto dire in due pagine finali (più che sufficienti) in cui manifesta l'ispirazione alla base di tutti i racconti.
Il filo comune di questi racconti è la perdita di una persona cara e consecutivo desiderio di redenzione. La perdita di queste persone care è sempre causata da meschinerie: i personaggi dei vari racconti sono persone comuni, medie, le quali pongono il lettore di fronte a dinamiche banali. Sono scene quotidiane, fatte di invidie, egocentrismi, classismo, vittimismo, pigrizia e incapacità ad agire.
Narrativamente parlando, c'è ben poco: i racconti dove c'è più trama si limitano a essere spezzoni di vita quotidiana, di una normalità noiosa e anche un po' fastidiosa. La prosa di Mozzi cerca di problematizzare e demonizzare pratiche che appartengono alla stupidità umana (ma soprattutto adolescenziale), non riuscendo a nascondere un moralismo di fondo che trova scandaloso un'assenza di vitale epifania in ogni gesto umano. Insomma, per Mozzi è un problema che la quotidianità non sia profonda e intensa.
A questi racconti si aggiungono quelli che, al contrario, mettono in mostra l'eccezionalità e non la normalità: ci sono due racconti sulla pedofilia (uno esplicito, l'altro più velato), uno sull'autolesionismo, un altro sulla sessualità dei disabili. Sono racconti che ci mostrano la realtà di pulsioni indicibili e che eppure esistono. E sono tanto più scandalose perché non prendono vita da volontà che vogliono fare del male, ma da volontà che vorrebbero amare. Se gli altri racconti mostrano la meschineria del banale, questi, invece, mostrano la banalità che si cela dietro desideri mostruosi.
La racconta termina con due racconti che mettono a nudo lo scrittore: c'è una morale cristiana di redenzione alla base di questa scrittura, un desiderio di ritorno a una dimensione fanciullesca e pura (il rimpianto di Mariele Ventre è il canto invocato a una figura materna protettrice). Il racconto sulla televisione è anche il racconto su un cambiamento dell'immaginario: la televisione trasforma la necessità di una commemorazione dei defunti in un'ennesima occasione di guadagno. La scrittura, quasi, dovrebbe tornare a prendersi la responsabilità della commemorazione dei morti (e del passato in generale): questo sembra volerci dire Mozzi.
E' la voce di un uomo che ha attraversato gli anni '90 non riuscendo a cogliere quel cambiamento di paradigma e soprattutto di immaginario: lo ha percepito come una caduta verso il nichilismo, quando era solo il tramonto del vecchio linguaggio sacrale. Solo un moralista potrebbe essere d'accordo con Mozzi, un nostalgico del mondo prima della spettacolarizzazione. Purtroppo, l'operazione di Mozzi condanna un intero mondo, senza valutarne anche le nuove possibilità.
E' una scrittura decadente che forse aveva un senso alla fine degli anni '90, ma che oggi risuona un po' datata, quasi archeologica: di fatto, questa raccolta resta un importante documento di quegli anni.
Perché tre stelle? Perché è scritto davvero bene: Mozzi riesce a dare voce all'isteria e alla nevrosi quotidiana attraverso una prosa che imita al meglio il pensare male dell'uomo medio, quel pensare che vorrebbe essere profondo e che invece è solo egoistico, stupido, pigro. Una scrittura che ha fatto scuola, visto che molti altri hanno cercato di imitare tale stile.
Apprezzo moltissimo i saggi di Giulio Mozzi, ma so bene che è autore anche di racconti. Il male naturale è la prima sua raccolta che ho letto. Attraverso storie immaginate mostra una parte del nostro essere che di solito teniamo nascosta, perché sappiamo che gli altri non la vogliono vedere. Esiste naturalmente dentro di noi, il male, e ci sforziamo di tenerlo a bada per riuscire a dare una nostra versione che ci renda accettabili per gli altri. Ebbene, l’autore attribuisce il suo nome, Giulio, all’io narrante di vari racconti. Il corpo nei suoi vari stati, inclusa la morte, che sia giovane e attraente, quello di una paraplegica, o quello di un vecchio malato, è il perno intorno al quale il male ruota nelle diverse declinazioni, anche le più sconvolgenti. È l’autore stesso a spiegare che queste storie sono immaginazioni a proposito di persone reali, incluso sé stesso. Forse è il suo modo di salvarsi da un’afflizione a cui nessuno può sottrarsi. Ebbene, la scrittura di Mozzi è talmente sconvolgente che, pur avendo una predilezione per il perturbante, ho dovuto prendermi una certa distanza prima di riuscire a mettere giù i miei pensieri. Ho appreso dall’appendice Notizia 2010 che, in particolare, il racconto dal titolo Amore è stato oggetto di polemiche molto aspre, addirittura di un’interrogazione parlamentare. Ma, a dire il vero, ciò che mi ha colpito di più è altro. Se la letteratura può “far male”, quest’opera di Mozzi lo conferma. Mi è capitato in casi rari di provare l’impulso di lanciare un libro dalla finestra, come in questo caso. Ci sono pensieri che aborrisco e aborrisco il fatto che vengano condivisi. Ma dopo aver letto Amore qualcosa mi è sembrato più chiaro: se lo scrittore ha avuto il coraggio di mettere questi pensieri nero su bianco, perché mai io, che sono lettrice, non dovrei avere il coraggio di leggerli? Provare uno stato d’animo negativo durante una lettura non è necessariamente indice di un testo cattivo, anzi, se il testo è scritto bene – e Mozzi scrive bene – credo proprio sia una prova dell’obiettivo raggiunto. Sono quindi giunta a questa conclusione: si può scrivere anche con la consapevolezza di sconvolgere, purché si scriva bene.