Le strepitose lettere inedite degli anni 1960-1973 di Giorgio Manganelli a Ebe Flamini sono veri e propri racconti di prorompente vitalità inventiva e di sensualità rovente con cui il grande scrittore si rivela lo sperimentatore di linguaggi narrativi, l’innovatore che abbiamo poi conosciuto.
Giorgio Manganelli was an Italian journalist, avant-garde writer, translator and literary critic. A native of Milan, he was one of the leaders of the avant-garde literary movement in Italy in the 1960s, Gruppo 63. He was a baroque and expressionist writer. Manganelli translated Edgar Allan Poe's complete stories and authors like T. S. Eliot, Henry James, Eric Ambler, O. Henry, Ezra Pound, Robert Louis Stevenson, Byron's Manfred and others into Italian. He published an experimental work of fiction, Hilarotragoedia, in 1964, at the time he was a member of the avant-garde Gruppo 63.
"Ebe è il nome di un corpo: il corpo di Ebe è amore, e violenza, è caverna, e gorgo, e fosforescenza, è geometria ed è foglia - è l'aprirsi, nell'aria, di una voragine precipitosa e mansueta." (p. 37)
Tredici anni: dal 1960 al 1973. Tanto dura la corrispondenza tra Giorgio Manganelli ed Ebe Flamini, di cui qui sono raccolte le lettere di lui e, in appendice, le risposte di lei. Letterario, onirico, barocco, affamato l'uomo; concreta, immediata, oggettiva la donna. Lui la brama, ne desidera il corpo, l'anima e l'attenzione tutta; ne conosce ogni anfratto, lo eleva ellenisticamente al rango di oggetto letterario (" come ingresso a reggia, o a tempio, è difeso da due grandi battenti, e attorno si inarcano e intrecciano le fitte strombature: pronao adolescente, minuto e asseverativo, traversabile solo per collaborante violenza, che si apre al grande inconsapevole estraneo inteso a rovesciare il suo liquore aggressivo nella pace delle tue acque femminili, le tue acque interiori, mia donna, notturne e tropicali"). Per lei allestisce un concerto mentale con orchestra al completo, la immagina, la ricostruisce nella memoria: le curve sinuose, il portamento, il sorriso, la luce che reca inevitabilmente con sé. Le parla del suo male di vivere; delle opere che scrive; dei suoi viaggi, che lo portano lontano- tra Africa e Oriente- ma mai troppo da lei. Leggere Manganelli è di per sé un'esperienza che inebria, annega, ubriaca; la lingua assurge a vette originali, stordenti e fa girare la testa anche quando parla di presepi. Quando però affonda le mani- quelle mani che Ebe tanto apprezzava- nei labirintici anfratti della passione, bè, stabilisce nuovi orizzonti con cui confrontarsi, nuove mete da raggiungere. La forma epistolare non mi è mai parsa tanto moderna come per parlare di amore.
"Carissima: [...] parola sommessa, discreta, di gentilezza casuale: come è casuale il pulsare vegetale del sangue; una parola che tu puoi raccogliere quasi con distrazione, come se fosse stata dimenticata, anonima e sghemba, alla portata della tua mano; e così raccoltala, bèvila, o mangiala, o mordila, o tientela vicina alla faccia, come faresti di un manicotto che forse ti darà un poco di tepore, o mettila sul tuo tavolo quando lavori, come faresti di un portacenere o di un datario: una cosa casuale; ma in cuor tuo, nel C.L.N. del tuo sangue, tu sai che quell’oggetto che muovi con precisione di gesti, è carico di caldo, di erba, di moto di animali in corsa: e dunque ùsalo a quel modo, come cosa viva e anonima, di cui io sono solo il portatore. Carissima."
“[…] mi manchi spesso, mi manchi in questo momento, mi mancherai domani e oltre. Mi manchi se vedo cose che mi turbano, mi manchi quando sono stanco, mi manchi quando vedo alcune delle molte meraviglie, perché non posso parlare con te. Mi manchi quando rifaccio le valigie, quando le disfo, quando mangio, non mi manchi quando ti penso.”