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La deutsche Vita

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Ein frischer Blick auf "La bella Germania": ein "Land, das mich beeindruckt und berührt, ein ernstes, von der eigenen Geschichte gequältes Land". Eine italienische Perspektive, die den Deutschen hilft, sich selbst besser zu verstehen.

204 pages, Hardcover

First published January 1, 2004

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Profile Image for Svalbard.
1,141 reviews66 followers
November 18, 2020
Devo dire che la lettura di questo libro mi ha lasciato perplesso, per motivi che di primo acchito non ho saputo individuare con chiarezza. Non è la prima volta che leggo libri sulla Germania, Paese che amo molto e in cui ho molto viaggiato, scritti da italiani che vi hanno vissuto e che l’hanno studiata, quindi sapevo a grandi linee cosa aspettarmi da questo volume non particolarmente conosciuto dalle nostre parti ma che, pare, abbia avuto un certo successo proprio in Germania. Tuttavia… Antonella Romeo, tra l’altro anche lei delle mie stesse parti (nordovest italico) racconta la sua storia: l’incontro con un tedesco negli Stati Uniti, collega, a quanto si capisce, di un corso teorico-pratico di giornalismo; l’amore che sboccia tra i due, già con le prime differenze di comunicazione e linguaggio (abituata agli italiani passionali ecc. ecc. è lei che deve prendere l’iniziativa nei confronti del tipo); e poi, soprattutto, la grossa difficoltà ad introdurre in casa un personaggio percepito generalmente come un nemico storico, vista la storia di guerra e di Resistenza dei suoi genitori e dei nonni. E qui siamo alla prima mia perplessità. Anche i miei genitori hanno avuto una storia di guerra alle spalle, ma non hanno mai visto nel tedesco il “nemico”. Mia madre, in Puglia negli anni nella guerra, non aveva ricevuto angherie dai tedeschi, ma era dagli alleati che si doveva guardare; alleati che mitragliavano dall’aereo la gente in coda per il pane, just for fun, e questo, beninteso, dopo l’armistizio (non è che poi abbiano perso l’abitudine di divertirsi, chiedere eventualmente agli abitanti e alle funivie di Cavalese); per mio padre, quindicenne a Torino, non erano i tedeschi i nemici, bensì i fascisti, i repubblichini. Poi nella mia infanzia c’erano i film, i giornalini a fumetti a veicolare l’immagine dei tedeschi brutti e cattivi, ma pare che la propaganda non sortisse particolare successo, visto che quando si giocava alla guerra tutti volevano fare i tedeschi, dato che, come si sa, i cattivi si divertono di più. La prima metà di questo libro è invece interamente dedicata alla dialettica Italia-Germania vissuta dalla protagonista narrante, al superamento della memoria bellica, dei pregiudizi e delle ferite, all’elaborazione, se si vuole, di un grandissimo trauma. Trauma che evidentemente, e per mia fortuna, io non ho, dato che per me la Germania è sempre stata il Paese di Goethe, di Bach, di Beethoven, di Kant, di Brecht, di Friedrich. Se io metto tutti questi nomi sul primo piatto della mia bilancia morale, e quelli di Hitler, Goebbels, Himmler e delle svariate migliaia di “volenterosi carnefici” sull’altro piatto, è sempre il primo che pesa di più. Non che l’altro sia leggero; non che io misconosca le atrocità di Auschwitz e dintorni, ma nello stesso tempo mi rendo conto che non siamo noi italiani, col nostro passato, le persone più indicate a fare la morale ai tedeschi. Nello stesso tempo non voglio sottovalutare il dolore della famiglia dell’autrice, sfollata in Valsusa durante la guerra, e quello che la sua famiglia ha visto e ha passato (non lei, dato che è mia coetanea). Ma io personalmente non ho mai pensato che gli eventi storici potessero passare come acqua fresca sulle vite dei tedeschi, quelli che c’erano e quelli venuti dopo. I conti con la propria coscienza all’ovest li hanno fatti; all’est pure, e non solo con la propria coscienza, visto che dalle loro parti l’epurazione degli ex nazisti non è stata compiuta solo a parole presso i tribunali Persil. Ma probabilmente anche lo stallo geopolitico durato molti anni, scioltosi solo con la riunificazione, ha frenato quel confronto pubblico col proprio passato che hanno dovuto compiere non i responsabili, non i loro figli, ma i loro nipoti. Da un libro dal titolo così scanzonato come La deutsche vita (evidente richiamo a "La dolce vita") non mi aspettavo questi approfondimenti. Mi aspettavo qualcosa di leggero, di disincantato e di ironico, come molta saggistica che ho letto sulla Germania. E questa è stata la mia prima perplessità. Poi, finalmente, si comincia a parlare della Germania vissuta dall’autrice. E qui le cose vanno decisamente meglio. Ma insorge la mia seconda perplessità; gli aneddoti sono spesso coloriti e a modo loro divertenti, ma a volte Antonella Romeo si lascia prendere la mano dalla tentazione (che anch’io conosco benissimo) di far derivare una legge generale da un episodio particolare. Lei, poi, tra l’altro ha vissuto (e probabilmente vive ancora) in un contesto molto particolare, quello delle città anseatiche, che non sono né la Baviera, né Berlino, né la Renania, come da noi il Piemonte non è la Calabria (cito queste due regioni in quanto sono quelle di cui l’autrice parla di più, dato che ne è originaria la sua famiglia rispettivamente per parte di madre e di padre, peraltro senza ometterne critiche e difetti che ancora di più le fanno apprezzare le abitudini tedesche). Peggio, a volte si lascia prendere la mano da veri e propri luoghi comuni, tipo che i tedeschi sanno ridere solo quando sono ubriachi (falso). Certo è che comunque, come ben analizzato in questo libro, i tedeschi mettono la dimensione sociale al di sopra di quella familistica, e questa è la loro forza e la loro principale differenza rispetto agli italiani. La terza perplessità riguarda lo stile. Molto “trattenuto”; l’autrice descrive sé stessa come una persona gioiosa e socievole, e il lettore non ha motivo di non crederle, ma bisogna dire che questa gioia e socievolezza non emerge molto dalle pagine del libro, e dal suo stile di scrittura. La lingua è molto calibrata, molto misurata, e forse qualche slancio in più, un dire le cose con un po’ più di discorso diretto e non raccontando la propria vita come fosse quella di un altro avrebbe assai giovato alla “letterarietà” del testo. Molte testimonianze e molte informazioni sono peraltro sicuramente interessanti e stimolanti; ma la carenza di stile fa in modo che questo libro, interessantissimo per chi già conosce la Germania, difficilmente potrebbe far venire voglia di andarla a visitare, o a studiarci o a lavorarci, a qualcuno che non vi sia mai stato, anche quando descrive gli splendidi paesaggi del Wattenmeer, il mare di dighe e dune del nordovest. Se sono pentito di averlo letto? Assolutamente no. Se non altro mi ha stimolato la nostalgia e la voglia di ripartire verso terre che amo. E qua e là mi è piaciuto come l’autrice ha rimarcato aspetti della realtà anche italiana che non mi sono sconosciuti. Il risanamento del centro storico di Torino, il cosiddetto Quadrilatero, dove “una disinvolta politica immobiliare [ha allontanato] vecchi e nuovi abitanti per trasformare gli antichi muri in residenze lussuose, patinate osterie e localini alla moda etnica” (e personalmente aggiungerei: negozi inutili che vendono oggetti inutili per gente inutile; tra gli altri un ristorante di sedicenti specialità tedesche ha mutuato il nome da questo libro, "La deutsche vita"); o il cinismo della “Milano da bere” dove le possibilità di carriera erano (sono?) connaturate all’avvenenza femminile o alle aderenze sociali; o il sud, “il paese dove marciscono i limoni” (questa, devo dire, è bellissima) con la spazzatura abbandonata ai margini delle strade e le inevitabili case in costruzione lasciate a metà che ritmano ovunque il paesaggio… La Germania? Splendida! :-)
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