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Surm Tallinnas

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Mõistagi leidis minu raamat «Surm Tallinnas» erilist tähelepanu ja oli tihti vestlusteemaks mu balti kaasmaalaste hulgas. Mulle jõudis kõrvu ühe Tallinna vanahärra järgmine ütelus: «Ikka räägitakse nagu oleks selle raamatu kirjutanud Bergengruen. Ma ütlen teile täpselt, kuidas lugu oli. Kui ta Tallinnas käis, pummeldasime temaga ühe öö Aktsia-klubis, ja seal pajatati siis muidugi kõiksuguseid lugusid. Need siis tähendas ta lihtsalt üles ja nüüd räägitakse, nagu oleks tema selle raamatu kirjutanud."

Surm on suur trööst. Tema teeb nii, et keegi ei pruugi hirmu tunda. Kord sureme oma surma, igaüks oma moodi ja omal tunnil, seepärast ei tohi meie süda raske olla. Kes on Tallinnas olnud, sellele ei meeldi enam surma karta. Ja me tahame surma kalliks pidada, nii nagu me linnagi kalliks peame.

200 pages, Paperback

First published January 1, 1939

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Werner Bergengruen

92 books5 followers
Werner Bergengruen was a Baltic German author.

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Profile Image for  amapola.
282 reviews32 followers
September 23, 2018
"Ogni morte ha la sua risata" (Werner Bergengruen)

"Mio caro, siediti vicino a me. La bottiglia è sul tavolo. E' autunno, è l'ora del crepuscolo, fuori gridano le cornacchie, ululano i venti. Non senti gemere in purgatorio le povere anime?".

Impossibile (almeno per me) declinare un invito simile. Così entro, mi siedo accanto all’uomo che ha parlato e mi appresto ad ascoltare racconti di gesta eroiche, storie avventurose o poetiche. Invece (sorpresa!) in questo libro ci sono pagine grottesche, malinconiche, beffarde, ironiche e perfino umoristiche. Tante storie diverse, ma con un denominatore comune: la morte.

"Forse si deve essere un nordico, abituato alle lunghe notti d'inverno e alle corte bevande, per poter avere con la morte una tale disinvolta intimità e non accorgersene nemmeno. Nei paesi luminosi e caldi in cui si pigia l'uva e si beve il vino, anche la morte ha un altro volto. Quei paesi non hanno crepuscoli e sfumature di luce: giorno e notte, chiaro e scuro, vita e morte sono nettamente l'un l'altro distinti. La dolce luce fluisce limpida su tutti i fenomeni e dà a essi netti contorni. La morte è un buco nero e pieno d'orrore; nessuno vuole pensarci. E i defunti sono morti per sempre. Ma là nel nord, là in alto all'est, là in alto sul mare, là si beve la forte e bruciante acquavite. Là sono di casa i crepuscoli e le nebbie e le tormente di neve, e al culmine dell'estate il rosso del tramonto a poco a poco trascolora nella rosata luce del mattino. E i morti sono presenti in mezzo a tutta la vita".

Bergengruen tra situazioni spiazzanti e compagni di viaggio stravaganti ci trasporta in un mondo in cui le storie dei morti sono strettamente intrecciate a quelle dei vivi e ci coinvolge in una danza che non avrà mai fine.

https://youtu.be/YyknBTm_YyM

"I viventi sono un attimo, fuggevoli come il presente; i morti invece sono l'infinità del tempo e sono quelli che restano. Oggi è per loro come ieri e domani, la differenza degli anni non la conoscono, e sono immersi in una grande calma".

Un affascinante e insolito punto di vista sulla morte.
Piaciuto tantissimo.
Profile Image for Jörg.
490 reviews54 followers
January 16, 2025
Stories about death in Tallinn (Reval) that are true, could have been true, are modern legends rewritten by Bergengruen or potentially are just fables invented by him.

The collection starts with the longest story, a true one about Charles Eugène de Croÿ. A baron and field marshall for the Russian tsar who died in 1702 in Reval and got famous only after his death when his mummy was exhibited in a church in Tallinn until his final burial in 1879. Not sure how much invention is in the part where Bergengruen describes the life of good Charles and the reasons for not burying him but it all sounds plausible. There are more stories of this kind that sound plausible although none of the others feature historical figures that could easily be verified.

Every story involves death in some fashion. But it isn't really a dark story collection, the mood rather is melancholic. Modern fairy tales for adult readers. The writing is old-fashioned, even compared to books from the same time (1930s). The characters are memorable and the stories have the potential to stay in mind, e.g. the one about the husband fishing eels with the corpse of his wife. More so, if you are familiar with Tallinn and its surroundings (which I am unluckily not). If you are interested in the peculiar German part of Estonian history, give it a try. It's short and entertaining.
Profile Image for Vittorio Ducoli.
583 reviews84 followers
November 4, 2020
Lo sberleffo alla morte nell’epoca della sua esaltazione

Werner Bergengruen non è certo un autore molto noto nel nostro paese. Oggi in libreria è ancora stranamente possibile reperire questa raccolta di suoi racconti, pubblicata da Bollati Boringhieri nel lontano 1989, mentre solo sul mercato dell’usato è possibile acquistare quello che è considerato il suo più importante romanzo, Il grande tiranno, edito da Jaca Book nel 1985, insieme ad altri pochi titoli della produzione di questo prolifico scrittore tedesco, che ha attraversato con la sua opera la parte centrale del secolo scorso. Le informazioni reperibili in rete che lo riguardano ci consegnano il ritratto di un intellettuale conservatore, profondamente religioso, che seppe se non opporsi almeno tenersi lontano dal nazismo sin dalla sua prima ascesa.
Bergengruen nacque a Riga nel 1892 da una famiglia dell’alta borghesia protestante lettone-tedesca, allora classe dominante in quelle che oggi sono le Repubbliche Baltiche e che al tempo facevano parte dell’Impero Russo. Studiò a Lubecca, nello stesso collegio che aveva visto la formazione di Thomas Mann, quindi teologia e storia dell’arte a Marburg e a Monaco di Baviera, senza però conseguire la laurea. Si arruolò volontario durante la prima guerra mondiale e nel 1919 combatté i bolscevichi nelle sue terre d’origine. Durante la repubblica di Weimar lavorò come giornalista e scrittore prima a Berlino quindi a Monaco, pubblicando alcuni romanzi di buon successo.
Ebbe con il nazismo, come detto, un rapporto conflittuale anche a causa del fatto che sua moglie era di ascendenze ebraiche, tanto che viene oggi indicato come uno degli esponenti della cosiddetta emigrazione interna. Nel 1935 uscì Il grande tiranno, romanzo ambientato nel rinascimento, che vendette oltre un milione di copie, ed i nazisti non seppero come giudicarlo: se il Völkische Beobachter, quotidiano ufficiale del partito, lo esaltò come romanzo su un grande condottiero, molti esponenti del partito vi rintracciarono una implicita critica al regime, il che nel 1937 gli costò l’espulsione dalla Camera degli scrittori del Reich in quanto ”non adatto con le sue opere letterarie a contribuire alla costruzione della cultura tedesca”. Lo scrittore, che nel frattempo si era convertito al cattolicesimo, fu comunque in qualche modo tollerato dal regime, soprattutto a causa della sua notorietà, pur subendo ostracismi e censure. Dopo la guerra visse tra la Svizzera e l’Italia prima di tornare in Germania nel 1958 stabilendosi a Baden-Baden, dove morì nel 1964.
Il giudizio sulla sua opera, composta da numerosi romanzi e novelle, pone generalmente l’accento sul suo conservatorismo e sulla sua religiosità, che si esprimono letterariamente nella immanenza di un destino superiore che sfugge alla volontà del singolo e nella nostalgia di piccoli mondi antichi, spesso rappresentati dalla perduta patria baltica, e tendono quindi a relegarlo, pur con il rispetto dovuto ad un autore che seppe mantenere le distanze dal potere, tra i minori del ‘900 tedesco.
Se probabilmente questo giudizio si riferisce all’insieme della sua opera, cosa che non posso contestare essendo La morte a Reval l’unico suo libro da me letto, a mio avviso poco si attaglia proprio a questa raccolta di novelle, che invece è caratterizzato da buone dosi di sarcasmo ed ironia che sfociano nel grottesco, associati ad un pacato realismo che la rendono complessivamente affascinante ed a tratti notevole.
La morte a Reval è composto da otto novelle vere e proprie, accompagnate da un prologo e da un Congedo, che trattano essenzialmente il peculiare rapporto che i cittadini della capitale estone hanno, o forse è meglio dire avevano, con la morte. Reval è il nome tedesco dell’odierna Tallinn, ed è in questa città, senza dubbio una delle più affascinanti del Nord Europa e che ancora oggi ha saputo conservare, nonostante le travagliate vicende storiche - o forse anche a causa di esse – una peculiare atmosfera nella quale ad un impianto medievale essenzialmente anseatico si sovrappongono episodi architettonici tipicamente russi, che le novelle sono ambientate. Per inciso, mi sento davvero di consigliare a chi è appassionato di viaggi una visita di qualche giorno a Tallinn: anche per il fatto di non essere ancora stata completamente fagocitata dai circuiti del turismo globalizzato mordi-e-fuggi, è una città che riserva non poche piacevoli sorprese al visitatore non frettoloso.
L’elemento che caratterizza il panorama urbano di Tallinn sono le guglie delle sue chiese e delle sue torri: affilatissime le prime, coniche le seconde a segnare la linea della ben conservata cerchia muraria dei secoli XIII-XVI. Tra le chiese con campanile a guglia una, quella di San Nicola, è oggi un piccolo museo: nel 1944, a causa di un bombardamento, la chiesa andò distrutta, e con essa la gran parte del maggiore capolavoro che conservava: una danza macabra dipinta nella seconda metà del ‘400 da Berndt Notke, pittore di Lubecca. Originariamente lungo quasi trenta metri, questo straordinario dipinto di cui oggi si è conservato solo il frammento iniziale, raffigurava decine di personaggi, aristocratici, appartenenti al clero, borghesi e popolani, presi per mano da scheletri ed accompagnati, danzando al suono di una cornamusa anch’essa suonata da uno scheletro, verso il destino comune. Il frammento superstite, nel quale si vede il suonatore di cornamusa e alcuni personaggi, primi tra tutti il papa e l’imperatore, ci restituisce la magnificenza dell’intera opera, data anche dal realismo del paesaggio che le fa da sfondo e dal cartiglio in versi scritti in alto-tedesco che scorre ai piedi della scena.
È da questa straordinaria opera, all’epoca ancora intatta (il volume fu pubblicato nel 1939) che Bergengruen prende le mosse per narrarci del rapporto speciale che la città di Reval ha con la morte. Nella prefazione ai racconti, dal titolo La città dei morti, egli dice al lettore, cui si rivolge in prima persona, nel bell’incipit, invitandolo a sedersi con lui davanti ad una bottiglia, in una sera d’autunno, per sentire le sue storie:
”La chiesa di San Nicola conserva un dipinto medievale, una danza macabra, e sono versi in antico tedesco del nord, pieni di una grandiosa spietatezza, quelli che accompagnano la pittura

A questa danza chiamo io tutti quanti:
papi, re e tutte le creature,
poveri, ricchi, grossi e piccini!

E sta anche scritto:

Io guardo davanti o dietro a me
io sento la morte sempre intorno a me.

Generazioni e generazioni hanno avuto davanti agli occhi queste pitture e questi versi. E forse anche tu puoi prendere gli avvenimenti che ti vorrei riferire, come un mirabile completamento di quei dipinti.
Ma questa non è una città della malinconia, e non sono neppure storie di malinconia quelle che ti voglio narrare. Ogni morte ha la sua risata. E non è irriverenza, se anche noi scherziamo un po’ a modo nostro con lei; poiché ci vuole diventare familiare, e anche noi non dobbiamo rimanere estranei per lei.”

Con questo spirito, con questo senso di vicinanza tra l’uomo e la morte, con questa consapevolezza che la morte è un fatto della vita e che a Reval questa consapevolezza si è sviluppata più che altrove, Bergergruen ci accompagna attraverso le sue storie curiose da un’antica città, come recita il sottotitolo del volume.
La prima storia che ci viene narrata è la più lunga e complessa della raccolta, ed è anch’essa strettamente legata alla chiesa di San Nicola. Protagonista ne è Carlo Eugenio di Croy, rampollo di una famiglia ducale francese di antica nobiltà che alla fine del XVII secolo servì come militare numerosi sovrani europei sino a divenire nel 1700 feldmaresciallo dell’impero russo durante la battaglia di Narva, da lui persa contro gli svedesi. Fatto prigioniero dal sovrano svedese, rimase a Reval nei successivi due anni, accumulando grandi debiti al gioco e avendo fama di gran bevitore. Quando nel 1702 morì, non si trovò nessuno in grado di pagare il suo funerale, per cui la sua salma fu provvisoriamente sistemata, in una semplice cassa di legno, in una cappella della chiesa di San Nicola. Qualche anno dopo, durante un tentativo di furto, la cassa fu scoperchiata e si scoprì che il corpo del duca era intatto. Posto in una teca di vetro, divenne un’attrazione della chiesa, sino a quando nel 1897 le autorità russe ne decisero la sua definitiva sepoltura sotto il pavimento della chiesa.
La vicenda narrata è reale: probabilmente la mancata decomposizione del corpo del duca di Croy fu dovuta alle particolari condizioni microclimatiche della chiesa, ma Bergengruen la attribuisce, con irresistibile sarcasmo, alle incredibili quantità di acquavite ingurgitate dal Duca, che avrebbero impregnato i tessuti del suo corpo rendendolo incorruttibile.
La novella ci permette di seguire, oltre alle vicende del Duca pre e post-mortem, anche quelle della città di Reval lungo due secoli, tra guerre, periodi di prosperità economica, di carestia e di epidemie, conquistatori stranieri che si succedono. Il pacato ma arguto realismo di Bergengruen tocca livelli di grande ironia, come quando narra delle strategie messe in atto dai creditori del Duca per recuperare i loro soldi, che in parte riavranno esponendone il corpo, oppure quando illustra i rapporti epistolari tra il governatore russo della città e il governo per decidere cosa fare della salma del Duca, che dopo tutto era stato un feldmaresciallo dell’impero.
L’acquavite, la cui distillazione a detta dell’autore assurge a Reval a vera e propria arte e che sta ai paesi nordici come il vino sta a quelli mediterranei, è il sottile filo rosso che lega la vicenda del Duca di Croy a quella narrata nel successivo racconto, nel quale lo sberleffo nei confronti della morte, il macabro che diviene grottesco raggiungono forse il loro acme. Il diavolo del mare è la storia della tirannica moglie di un capitano di lungo corso, che lo segue sempre durante le traversate e lo costringe a razionare l’acquavite ai marinai. Poco prima di morire durante una navigazione, chiede a suo marito che il suo corpo venga riportato a casa e non gettato in mare, ma conservato sino all’arrivo in una botte piena di acquavite, così da impedirne il consumo ai marinai anche dopo morta.
Un tono più lirico e soffuso caratterizza la breve novella successiva, Il rifugio di Jacubson, nel quale emerge la bella figura di quello che oggi chiameremmo un clochard, cui una anziana signora offre suo malgrado rifugio per una notte e a cui lui offre il suo poetico omaggio nonostante la riprovazione di chi non sa andare oltre convenzioni cristallizzate.
Ne Lo strano albergo ritorna prepotente lo sberleffo, non solo rispetto alla morte ma anche nei confronti della stupidità sociale: dal dottor Barg, fissato con i casi di morte apparente sino a far costruire un rifugio nei pressi del cimitero a disposizione di chi dovesse ritornare, alla pia vedova Sebber, che di fatto si trasforma in mezzana, all’ospite che giunge inatteso in una buia serata tutti sono protagonisti o vittime di travisamenti e ribaltamenti della realtà che hanno le loro fondamenta nella necessità di rimanere formalmente entro i confini di ciò che è socialmente accettato.
Kaddri dentro al buco nel ghiaccio si riallaccia in qualche modo al precedente Il diavolo del mare: anche in questo caso infatti una moglie difficile assicura suo malgrado, dopo morta, il benessere del marito che aveva sempre maltrattato. Anche in questo racconto predomina un’atmosfera grottesca, resa ancora una volta più acuta dal contrasto tra l’oggettivo predomino del macabro e il pacato stile con il quale la vicenda viene narrata. Il racconto, molto bello, ci consegna una pagina letteraria nella quale la capacità dell’autore di declassare la morte da fatto per noi incomprensibile e tragico, come viene rappresentato in buona parte della letteratura e in generale delle scienze umane, a semplice accadimento contingente, che in questo caso porta benefici tangibili a chi rimane attraverso un uso sacrilego del morto, andrebbe analizzata in profondità, perché a mio avviso si rifà a una concezione antica e popolaresca del rapporto con la morte che si contrappone in qualche modo alla sua visione classica.
In Schneider e il suo obelisco l’autore narra, attraverso una novella che mescola sapientemente lirismo e realismo, dell’illusione che il senso di mancanza dato dalla morte di chi ci è caro possa perdurare nel tempo, e di come in realtà la vita riprenda il sopravvento sino alla successiva morte, in un ciclo che si ripete nel tempo uguale a sé stesso, limitato solamente dalla capacità di memoria dei protagonisti.
Le ultime due novelle, pur anch’esse degne di nota, nulla aggiungono a quanto già detto, se non forse, per il lettore italiano, l’ambientazione de La testa, che tra l’altro è l’unica nella quale il tema della morte è legato a quello della ricerca dell’immortalità da parte dell’artista.
In queste novelle di Bergengruen emerge senza dubbio in prima battuta l’affetto che egli nutriva per la sua perduta patria baltica, l’amore per le atmosfere del grande nord in cui era nato. Che egli, nel clima culturale della Germania nazista che stava preparando il volk all’immane carneficina che di lì a poco avrebbe scatenato, anche attraverso l’esaltazione del sangue e della morte eroica, decida di smitizzare la morte, di imbeverla di acquavite o di far divenire il corpo una donna morta una efficacissima esca per anguille, rappresenta a mio avviso il segno di una duplice esigenza intellettuale: da un lato quella di smitizzare la morte di fronte a chi invece la esaltava come fine ultimo dell’eroe, dall’altro quella di esorcizzarla di fronte alla prospettiva sempre più concreta che dall’esaltazione della bella morte si stesse passando alla sua messa in pratica. Dichiarare apertamente, in quel clima, che ogni morte ha la sua risata non deve essere stato facile, e di questa frase, scritta nel 1939, va dato atto a Bergengruen, che non sarà forse il più grande autore di quell’epoca ma ha saputo consegnarci un’opera per concepire la quale a mio avviso ha dovuto spogliarsi del conservatorismo religioso che lo caratterizzava, forse perché i tempi lo imponevano. Un’opera che, oltre tutto, è estremamente gradevole da leggere anche oggi e che permette al lettore di avvicinarsi alla storia e alla vita di una delle più belle città d’Europa.
Profile Image for Sophie.
293 reviews335 followers
March 16, 2023
Herrlich amüsant, welche Geschichten Werner Bergengruen über das alte Reval (=Tallinn) zu erzählen weiß. Die Tode in jeder Geschichte sind meist sehr unspektakulär, aber die Umstände der zuvor noch lebenden Personen oder das, was nach ihrem Tode noch alles in Bewegung gesetzt wird, ist wirklich gut erzählt. Die letzten beiden Erzählungen haben mich nicht mehr allzu sehr begeistern können, aber die 6 vorigen waren teils himmelschreiend skurril und komisch, teils auch etwas sentimental. Der Erzähler bedient sich einem nicht unangenehmen ironischen Ton und berichtet stets mit Eifer und Augenzwinkern. Eine schöne Entdeckung!
Profile Image for Tilda.
257 reviews43 followers
January 13, 2024
Võtsin selle raamatu mingisuguse emotsiooni ajel kaasa raamatukogu fuajeest tasuta raamatute riiulist. Kirjaniku nimi oli kusagil ajusopis olemas, kuid konkreetseid seoseid ei meenunud ning seda suurem oli minu rõõm nüüd avastada, et tegemist on tuntud ja tunnustatud kirjaniku tõeliselt meeleoluka koguga.

Raamat koosneb kaheksast omavahel seotud lühijutust, lisaks autori mina-vormis esitatud proloog ja järelsõna. Kõik lood räägivad Tallinnast ja surmast.

„Kõik vanad linnad on nekropolid. Selles vähemalt on nad üle noortest, ülielevil, nobedasti kõrgusse kasvanud linnadest: nende surnute hulk on lugematu. Vanas linnas võib olla rahvast kuipalju tahes; mis on seal elavate arv seal elanute arvu kõrval?
/—/
Elavad on silmapilk, olevik; surnud aga on need, kes kestavad.“ (lk 7 – 8)
„Seal kauges põhjas, kaugel idas, kaugel mere ääres juuakse vägevat, kanget viina. Hämarik valitseb seal ja udupilved ja lumetuisud, ning kesksuvel läheb ehapuna märkamatult üle punetavaks koidikuks. Ja keset pulbitsevat elu on surnud läheduses.“ (lk 10 – 11)


Surm on oma olemuselt väga argine nähtus, täiesti loomulik, varem või hiljem kõiki puudutav. Ja ometi pisut hirmus, tihti müstifitseeritud, kaetud miski saladuslikkuse või pühaduse looriga. Surmast rääkides üldiselt ei naerda ning häältki pigem tasandatakse veidi.

Baltisakslane (sünd Riias, 1892-1964) Bergergruen läheneb surmale julgelt, lustides, kohati suure suuga näkku naerdes. Ja see huumor on must nagu november, nagu kõige pimedam öö. Asetades surma rõhutatult argistesse, rahulikesse olme situatsioonidesse, rebib sellest pühaduse ja müstika. Ironiseerib, pilkab ja irvitab sarkastiliselt, kuid mitte ülemäära õelalt. Pigemini viidates igast seotud uskumuste ja tavade naeruväärsusele ja sellele, et olgu, mis on, elu võidab. Elu on üle ja isegi surma palge ees oleme kõigest inimesed. Kõigi oma pahede ja voorustega. Kõik raamatu tegelased on suuremal või vähemal määral veidrad ja tegutsevad või satuvad ebatavalistesse, ootamatutesse situatsioonidesse. Seejuures nii kirjeldatud, selgelt kiiksuga, olukorrad kui samavõrd suure kiiksuga karakterid näivad järele mõeldes usutavad, veenvad. Inimloomus kõigi tema pimedate soppidega. Me ei kasuta oma lähedaste maiseid jäänuseid kalasöödana, sest reeglina me ei leia oma lähedaste jäänuseid angerjapüügi jaoks valmistatud jääaugust ega tea, et sellise sööda peale …

Bergengruen on hea jutustaja, keel on nõtke, kohati pisut muinasjutuline. Seob elegantselt ajalugu täis linna ja põhjamaise atmosfääri, rahvused ja seisused, elavad ja surnud. Kokku saab kuidagi väga mõnus, pisut nostalgiline, lõbus ja natuke häiriv raamatuke.

Googel ütleb, et raamatut on Eestis kolm korda välja antud, kõigepealt osaliselt LR (35/1966), seejärel täies mahus Varrak 1999 (see, mida mina lugesin) ja viimati Hea Lugu kirjastuse poolt 2021.
Profile Image for Bjorn.
997 reviews188 followers
April 2, 2021
Already clearly nostalgic (occasionally overly so) when it was written 85 years ago, a series of short stories set in Tallinn regarding death and how it's dealt with in a world where, with history always right around the corner and the "old" Europe rapidly becoming something different, there's no clear boundary between the living and the dead. The citizens of then-Reval, Germans, Russians, Estonians and Swedes, from the highest to the lowest, finding themselves faced with the very physical manifestation of their mortality, a dead body.

And it's funny. The sort of funny that doesn't necessarily dismiss what's important, just puts it in perspective. The old woman running a perpetually empty home for people who are accidentally buried alive, the eel fisher (hello, Grass!) who "forgets" to report the death of his wife since she's such good bait, the homeless man who keeps a dead woman company since she's only using a fraction of the warm bed... All passing through, and long gone by the time it's written down, but all the more alive for it.
Profile Image for Kadi.
77 reviews16 followers
August 31, 2024
Kõigi novellide keskseks temaatikaks on surm ja sellega seonduv. Bergengrueni lähenemine surmale on pigem lustlik, nagu autor ise ütleb: „Igal surmal on oma naer. Ning pole see aupakkumatus, kui meiegi temaga nalja heidame; sest ta tahab meile omaseks saada ja ka meie ei pea talle võõraks jääma.“

Kiire lugemine ja mõnus must huumor.
Profile Image for Liedzeit Liedzeit.
Author 1 book111 followers
January 11, 2018
Der Tod ist ein großer Trost
Geschichten aus einer alten Stadt. Am besten die Geschichte der Herberge für Scheintotgewesene. Ein Arzt gründet eine Stiftung, für die armen Kerle, die aus dem Scheintot erwachend plötzlich ohne Obdach sind. Natürlich wird das ausgenutzt. Dann gibt es den netten Säufer, der sich in der Totenhalle eine Flasche Spiritus gönnt und sich dann zu einer toten älteren Dame ins Bett legt. Und nachher trällert er auf der Beerdigung ein Liedchen. Am besten aber Herr Schneider, der seiner geliebten toten Frau einen Obelisken errichten lässt, dann mehr oder weniger zu ihr zieht, um ihr weiterhin den Siebenkäs vorlesen zu können und sie beim Schach gewinnen zu lassen. Irgendwann heiratet er doch wieder, stirbt, und seine Frau lässt sein Antlitz auf dem Obelisken verewigen. Dann stirbt die Frau und ihr Witwer lässt wiederum sie ... Und dann stirbt der neue Witwer usw. Aber der Obelisk hat nur vier Seiten...
Profile Image for Thomas Widrich.
103 reviews3 followers
January 3, 2022
Geschichten aus einer versunkenen. Welt, die fesseln und dabei ohne billige Effekte auskommen, schaurige Begebenheiten, die mit einer humorvollen Note entschärft werden, groteske Vorstellungen, denen eine liebevolle Note die Menschlichkeit wahrt. Kurzum, das rechte Maß in sprachlicher Vollendung.
Profile Image for Marco Freccero.
Author 16 books71 followers
June 5, 2020
Oggi parlerò di uno scrittore baltico ma tedesco. Un nome che di certo tu non conosci. Ma su questo canale è così: spesso parlo di autori poco conosciuti.

Il romanzo è “La morte a Reval”, e lo scrittore è Werner Bergengruen. L’editore è Bollati Boringhieri con la traduzione e postfazione di Carla Vernaschi e Hens Fischer. Questo libro è stato pubblicato nel maggio del 1989 e allora costava 20.000 Lire. L’ho comprato su IBS a poco più di 6 euro. 1989: c’era la Lira, il muro di Berlino, il Patto di Varsavia, e l’Unione Sovietica, benché scricchiolante, non sembrava sul punto di dissolversi.

Innanzitutto: Reval è il nome tedesco di Tallinn, la capitale dell’Estonia che fu fondata nel 1200 circa da commercianti tedeschi di Brema e Lubecca. E per secoli la comunità tedesca fu maggioritaria. Adesso credo che sia ridotta ai minimi termini.

L’Estonia è una di quelle terre di confine che “vanno e vengono”: un po’ spariscono, e poi tornano. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, assieme a Lettonia e Lituania, viene inglobata nell’Unione Sovietica. Dopo il crollo del regime comunista, tornano indipendenti.

Ma chi era Werner Bergengruen? Nasce nel 1892 a Riga, in Lettonia, da una famiglia di origine tedesca. Poi studia a Berlino, Lubecca e allo scoppio della Prima Guerra Mondiale si arruola.

Al termine del conflitto inizia a fare il giornalista, e decide di diventare scrittore nel 1927. Dopo qualche anno abbandona la chiesa protestante e diventa cattolico. Intanto pubblica uno dei suoi più grandi successi. “Il grande tiranno” è sì ambientato in Italia, a Cassino per essere precisi, durante il Medioevo. Ma è un evidente attacco al nazismo che in Germania conquista il potere. Per questo viene espulso dalla Camera della Letteratura del Reich. Eppure resterà in Germania per tutta la durata della guerra. Morirà nel 1964 a Baden Baden.

Sia chiaro: sto ancora leggendo “La morte a Reval” e tu potresti chiedere: “Ma non c’era nulla di meglio? Chissà che divertimento leggere un simile libro!”. Infatti è divertente.

Per prima cosa: sono storie curiose da un’antica città, come dice il sottotitolo. La prima parla di un conte, il duca Croy, Carlo Eugenio, detestato dalla sua famiglia che se ne libera mandandolo a fare il soldato in giro per il mondo. Finché non finisce alla corte dello zar Pietro il Grande che è impegnato in una guerra. Lo prende in simpatia: è un tipo vivace, competente, ma soprattutto gran bevitore e di ottima compagnia. Lo zar ha quindi l’idea di affidargli il comando supremo. Sarà generale feldmaresciallo!

Che pessima idea!

Perché nella battaglia di Narva viene sconfitto e fatto prigioniero. Quindi è spedito a Reval, dove inizia la sua vera vita.

Perché anche se prigioniero è pur sempre un nobile e un generale feldmaresciallo. Quindi di fatto è libero. Di bere, di andare per osterie, di offrire da bere a tutti, di diventare amico di tutti.
Questa bella vita dira a lungo, e questo produce un discreto numero di debiti, ma nessuno dei commercianti e mercanti di Reval pare preoccupato: è pur sempre un nobile e la sua famiglia si preoccuperà, prima o poi, di saldare tutto.

Non sanno che la famiglia lo ha ripudiato.

Finché non accade l’irreparabile. Il duca Croy muore. Come andrà a finire però, non te lo dico.

Questo libro sì, potrebbe essere la rivelazione dell’anno, o meglio, lo scrittore rivelazione del 2019. Anche perché ho intenzione di leggere il romanzo “Il grande tiranno”, sempre di questo scrittore.
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