En una brumosa mañana de noviembre de 1940, un hombre espera en el muelle de Nueva Jersey la llegada de unos amigos procedentes de Europa. En más de una ocasión su mirada se detiene en la figura frágil y encorvada de un extranjero que arrastra inquieto su pierna izquierda por la sala de espera y el muelle. Cuando el hombre le pregunta a quién espera, el extranjero le responde que son muchos, exactamente setenta y cinco, aquellos que deberían llegar. Y sin embargo, nunca llega nadie. Luego, en una larga conversación, el extranjero evoca con todo detalle el estremecedor recuerdo de lo sucedido años atrás en el campo de concentración de Heidenburg, cerca de la frontera holandesa, y el dilema planteado entre los judíos allí Abandonar toda resistencia y conceder la venganza a Dios, o morir ejecutando al verdugo. "Mía es la venganza", perturbador y lúcido relato publicado por primera vez en 1943 durante el exilio de su autor en Estados Unidos e inédito hasta ahora en español, es considerado la obra maestra de Friedrich Torberg, y una de las primeras narraciones del Holocausto.
La presente edición también incluye el relato "El regreso del Golem".
Due cose: questo è solo uno spuntappunto dei miei, la possibilità che ho (potendo scrivere) di mettere su carta i miei labili pensieri e, potendo leggere, rifletterci su; la seconda cosa è che questo piccolo libro, 83 pagine in tutto, postfazione di Haim Baharier compresa, va riletto. Potrei farlo subito, ma no. Ho il bisogno, fisico quasi, di fissare i miei pensieri, ora, subito. Vedete che titolo ha? “Mia è la vendetta”. Deuteronomio,32,35. Questa frase, questo concetto, questo precetto è protagonista del racconto. E’ un racconto non autobiografico, ma l’autore ha tutti i titoli per scriverlo ‘come se fosse’, ambientandolo in un campo di concentramento vicino al confine olandese, Heidenburg comandato dall’ SS- Gruppenfuhrer Wagenseil. Da una piccola ricerca ho scoperto che ci fu il lager di Hindenburg e un altro libro, scritto da Renzo Pellegrini che racconta la strage che lì vi fu il 27 gennaio 1945. Mi sono sempre chiesta da appassionata di Storia della Shoah e di genocidi in genere, come un intero popolo abbia potuto subire tutto ciò che accadde così come accadde, tra torture, spoliazione materiale, demolizione della propria singola unicità, fumo e cenere: come ha potuto un intero popolo assistere al ‘silenzio di Dio’? Qualcosa ho intuito leggendo questo piccolo libro, ma ancora pochissimo. ‘Mia è la vendetta’ dice il Signore e dunque non sta all’uomo attuarla. Il protagonista del libro, colui che racconta in terza persona, è un ‘candidato rabbino’ (e un rabbino è sempre ‘candidato’, immagino alla vicinanza e alla comprensione di Dio) che si trova, suo malgrado, su una soglia. La sua mano si arma e da questo gesto scaturiranno domande e interpretazioni ed è questo il motivo per una rilettura: per capire. Capire la profonda consapevolezza che ha un ebreo del suo essere ebreo, capire il perché questo popolo non si difese, perché dal 1948 in poi lo abbia imparato. Perché possa il passato essere utile al futuro. Questo è il brano su cui rifletterò più a lungo, alle pagine 61-62:
‘Bisogna decidersi, dirò loro. Non è come ha detto Aschkenasy: che non abbiamo scelta. Solo i nostri nemici lo credono e i nostri persecutori, lo so, uno di loro me l’ha detto di persona. Ed è proprio questo ciò che li rende così sicuri: che noi confidiamo sempre solo nella vendetta divina, sempre solo, sempre di nuovo, sempre ancora, da millenni. Aschkenasy vi ha detto: questa è la nostra vittoria e per tale motivo siamo ancora in vita. Bene, noi siamo ancora in vita, ciò non si può negare. Ma da dove ci nasce la convinzione che altrimenti non saremmo più in vita? Da dove sappiamo che non è proprio per questo, perché non abbiamo mai pensato di fare altro, che da millenni dobbiamo invocare la vendetta divina? mia è la vendetta, dice il Signore. Ma forse ci sono dei casi nei quali egli aggiunge anche: quanto meno non dovreste privarvene con tanta fretta, non dovreste caricarla precipitosamente su di me. A volte fareste meglio a rispondere della mia vendetta, a mostrare di essere pronti per essa. Perché questa disponibilità appartiene al servizio e all’ubbidienza allo stesso modo di quell’altra: quella di lasciare la vendetta a me. Mia è la vendetta e io la eserciterò quando mi aggrada. Ma non crediate di non aver nient’altro da fare se non invocare la vendetta affinché possa piacermi. Non sono più certo che voi agite così per fedeltà alla legge e non per vigliaccheria e per timore, perché siete diventati deboli e flebili a forza di confidare nella mia vendetta. Non sono più certo che voi meritiate la mia vendetta e ne siate degni. Voi pensate di esserlo per via della vostra sofferenza? Se fosse volontaria: forse. Se vi fosse stata concessa la scelta tra soffrire e non soffrire e aveste scelto di soffrire: forse. Voi non avete scelta? O così vi ha detto quel candidato rabbino, Joseph Aschkenasy - e voi gli avete creduto e ne foste confortati. E ora? Come stanno le cose ora? date una risposta! Decidetevi!’
Recuerdo que en La Patrulla-X de Claremont los mutantes buenos estaban en contra de matar a sus enemigos porque consideraban que suponía caer en su misma bajeza moral: "Nosotros no somos como ellos ", decían, y los lectores entendíamos que querían decir "Nosotros somos mejores que ellos".
El protagonista de esta novela se enfrenta a la dificultad de mantener una postura similar pero desde un planteamiento propio de la religión judía: "Los judíos no deben vengarse de sus enemigos, la venganza sólo pertenece a Dios", y los lectores entendemos que el buen judío debe confiar en que será Dios quien dé su merecido a los enemigos del pueblo elegido.
Como agnóstico que soy, la verdad es que le he visto poco recorrido a esa postura en la situación concreta a la que se enfrenta el protagonista. Habría entendido mejor un escrúpulo moral como el de la Patrulla-X.
Novela corta y dura, fácil de meter en la boca pero difícil de tragar.
Puh, also leichte Lektüre ist das definitiv nicht. Ich finde es total faszinierend, dass es sich dabei quasi um einen literarischen Zeitzeugenbericht handelt, dass diese Schilderung des KZ-Lebens bereits 1942 publiziert wurde, natürlich im Exil - quasi als Aufklärung, was da eigentlich passiert. Die seelische Tortur, die Frage nach Gott und irgendwo auch dem Sinn des Leidens, wird hier sehr gut aufgearbeitet - ich habe das von Cornelius Obonya gelesene Hörbuch gehört, eine wunderbare Interpretation dieses zerissenen Ich-Erzählers, emotional, packend und zugleich in manchen Passagen distanziert und neutral. Daher gibt es vier Sterne von mir - und das obwohl ich mit dem Schüler Gerber zu Schulzeiten nichts anfangen konnte.
Un libro sobre el holocausto ligeramente distinto. Más que una relación de las privaciones y los castigos físicos, es un análisis de las torturas del alma.
Was nicht einmal 100 Ratings??? Wie krimminell unbekannt ist dieses Buch bitte. Ich hab es in nur einer Sitzung beendet und war vollends begeistert. Torberg's Schreibstil ist einfach fabelhaft und ich war des öfteren den Tränen nahe, so emotional investiert war ich in diesem Buch, trotz seinen kurzen 75 Seiten. Und diesen "Plot-twist" am Ende des Buches habe ich nicht erwartet. Für mich also ein kompletter "No-Brainer" -> 5/5 Sternen.
Publicado en 1943 fue una de las primeras narraciones sobre el Holocausto. Terrible la decisión del protagonista y retrato de la brutalidad de una época infame.
Las dos historias dentro de éste libro son crudas y reales.
"Mía es la venganza", habla sobre el cambio de mentalidad de uno de los judíos dentro del campo de concentración. Pasando de la pasividad (La venganza la realizará mi dios) a la activa (mía es la venganza). Se cuestiona: ¿Es verdad que no tengo poder de decisión?
"El golem", denota la riqueza cultural e histórica de los judíos tras una serie de investigaciones que realizaron los nazis. La intención era "conocer al enemigo para protegerse a uno mismo".
Aunque el título puede sonar a novela de suspense o venganza personal, en realidad el libro es una recopilación de anécdotas y retratos de la vida judía centroeuropea previa al nazismo, contada con agudeza, ironía y una melancólica nostalgia.
El autor nos narra las vivencias de ochenta judíos hacinados en un cuarto con capacidad para muchas menos personas. Allí sufrirán la barbarie más terrible jamás imaginada para estas personas.
Un libro durísimo, cargado de tensión, con muchas pinceladas de humor en un entorno hostil.
Korte novelle, die het aangrijpend lot van Joden in de werkkampen van voor de Tweede Wereldoorlog (waar ook politieke gevangenen zaten die echter beter behandeld werden; vooral bekend vanwege het gedicht "Wir sind die Moorsoldaten") vertelt en bovendien ingaat op een debat binnen het Joodse geloof over wraak en vrijheid van handelen. Het boek is kort en daarom voelen delen soms wat gehaast, maar zeker door het einde is het een ongelooflijk sterke novelle.
This book asks the question if you should take revenge in your own hands and if there are situations in which you don't have a choice. It also talks about the difficulties the victims of the holocaust had to grasp what was happening around and to them. And arguably the biggest theme is survivors guilt. This gets explored by the author with our ptotagonist whose entire life after the contentration camp revolves around his guilt for, in his mind, dooming his people.
This entire review has been hidden because of spoilers.
read this in German class in high school and wanted to reread as a refresh - incredible storytelling and such a powerful way of describing character interaction
wish i had herr schwarzbauer to tell me the deeper themes in this again
It was actually very interesting and well written but the ending didn't make much sense and did not add up with the story. Overall it was very sad and informative on the cruel world of the time.