Il testimone della sposa (E/O, 2023, traduzione di Alessandra Shomromi) è un breve romanzo che la scrittrice nata in Germania, ma ormai israeliana, Savyon Liebrecht, autrice di libri belli ed emozionanti, ci regala: è il caso di usare questo termine, per la leggerezza, la sensibilità con cui viene descritto il rapporto tra un bambino di dieci anni, Micha, e una diciottenne claudicante, molto miope, orfana, timidissima, che lui incontra in casa del nonno. La ragazza, che vive in collegio, potrebbe essere scelta come sposa dello zio Mose, unico dei fratelli rimasto in casa col padre, perché la sua condizione di salute non è buona.
Tra la solitaria e povera Adela, guardata dai fratelli dell’ipotetico sposo, quasi quarantenne, e il bambino ingenuo ma diretto, scatta una forma di tacita solidarietà e vicinanza, fortemente osteggiata dall’intera famiglia. Al bambino viene persino vietato di frequentare la casa del nonno dove la famiglia si riunisce ogni settimana per lo Shabbat.
Dopo molti contrasti e diverse altre proposte, Adela viene accettata e sposerà l’handicappato Mose, a patto che Micha sia il testimone di nozze della sposa. Durante il matrimonio un terribile affronto viene fatto ad Adela: una delle cognate le strappa gli occhiali, rendendola così incapace di vedere quanto avviene intorno a lei. La ragazza, disperata, chiede a Micha di riportarglieli, ma lui viene bloccato dalla madre.
Adela vivrà anni terribili in casa con il suocero vecchio, il marito fragile e incapace di difenderla dalla rapacità dei suoi fratelli, di cui è l’eterno succube.
Molti anni dopo Micha è un giovane uomo emigrato con la sua famiglia a Los Angeles. Ora è un ghostwriter affermato, si è sposato, poi separato, ha una figlia.
Un giorno riceve improvvisamente un invito a tornare a Tel Aviv, proprio da Adela, che gli chiede un incontro. Arrivato nella sua terra d’origine, per Micha vi saranno molte sorprese; l’albergo prenotato per lui da Adela è quello dove lei e Mose avevano passato la prima notte di nozze. Ma Adela ha cambiato nome, adesso si chiama Adel, che è anche il titolo della seconda parte del romanzo.
Una sorpresa per Micha, ma anche per noi lettori, la storia che la donna, ormai cinquantenne e divenuta bella e ricca, racconterà al suo testimone di nozze.
Grande narratrice di storie intriganti, Savyon Liebrecht, abile nel tratteggiare la psicologia di una ragazza sfortunata, ma tenace e determinata che saprà rivoltare il suo destino con la forza della disperazione.
Lingua affilata e precisa, quella di cui si serva la scrittrice, per raccontare una storia dura ma anche amorosa e piena di profondità nascoste.
La famiglia ebrea di stretta osservanza religiosa è un recinto di mostri, da cui però la giovane Adela non si farà schiacciare, restituendo la sua dolorosa storia di vincitrice all’unico essere umano che aveva provato a capirla e apprezzarla.
Micha è un ghost writer e vive ormai da decenni negli Stati Uniti. Per questo è sorpreso quando la moglie dello zio, Adela, lo invita a sue spese in Israele, dove è vissuto da ragazzo. La prima parte del romanzo di Savyon Liebrecht si incentra sulla reminiscenza delle circostanze che hanno creato il rapporto particolare fra Micha e Adela in una vita passata che sembra ormai remotissima. Micha era ancora un bambino la prima volta che incontra Adela durante una riunione per lo shabbat con l’intera famiglia allargata. Fratelli, cugini, zii, tutti fortemente legati all’interno di una tradizionalissima famiglia di ebrei persiani. È per la sua origine persiana che anche Adela è lì: la famiglia cerca una sposa per lo Zio Moshe, ormai di mezza età e con una menomazione, e Adela, seppure giovane, è orfana, zoppa e porta occhiali spessi, e potrebbe per questo prendere in considerazione questo matrimonio. È quindi invitata, ma quando arriva, fradicia e intirizzita, viene abbandonata in un angolo, su una poltrona, sola in mezzo a un gruppo di sconosciuti che la ignorano altezzosamente non ritenendola degna. Solo Micha le rivolge una parola gentile, ed è così che inizia il loro inusuale rapporto in mezzo alle beghe di una famiglia ostile e chiusa nelle sue dinamiche. Adela però si rivela inaspettatamente originale e determinata. Rimane però un mistero che è al centro della seconda parte del romanzo e che si svolge nel presente: perché Adela ha invitato Micha dopo tanti anni?
Moltissimi scrittori israeliani hanno scritto saghe familiari, fra loro autori molto conosciuti anche all’estero, come Amos Oz con l’opera autobiografica Una storia di amore e di tenebra, e Scatola Nera, un romanzo di fantasia. Di famiglie tratta anche l’apprezzato e recentemente scomparso scrittore Abraham B. Yehoshua, col bellissimo Un divorzio tardivo. Il fascino che gli scrittori israeliani provano per le biografie è probabilmente connesso con la peculiare realtà del paese. Fra gli anni Cinquanta e gli anni Novanta del Novecento moltissimi ebrei si sono trasferiti in Israele da altri paesi, portando con loro tradizioni dalle comunità della diaspora, per ritrovarsi in un paese nuovo, in rapido cambiamento e in un continuo dibattito fra tradizione e modernità. Le saghe diventano così il modo di trattare, nel microcosmo del nucleo familiare, gli enormi cambiamenti della società. Spesso appaiono personaggi che hanno vissuto in un altro paese e tornano a riesaminare dinamiche e ricordi in un’autopsia su rapporti spezzati, errori commessi e una società piena di contraddizioni. Parte di quello che rende la novella di Liebrecht interessante è la capacità di calare il lettore all’interno di scene al contempo vivide e simboliche. Come osservare il vecchio nonno persiano e toccare la poltrona di velluto verde su cui siede Adela.