Un romanzo oscuro e potente, uno spin-off de Le Ombre del Cigno che però si può leggere anche da solo. Qui la storia non è quella di Hakim e Maya, ma di Mikael Damyanov e Nevena – il vero nome è Teresa, ma Mikael la ribattezza così – due anime ferite, cresciute nella violenza e destinate a rincorrersi tra amore, odio e distruzione.
La storia inizia quando Nevena è solo una ragazzina. Sta per essere venduta insieme a una madre anaffettiva che non le ha mai dimostrato amore, quando Mikael la porta via con sé. Per un anno lui si prende cura di lei a modo suo, un modo distorto e doloroso: le attenzioni e la violenza si mescolano, e persino il dolore diventa una forma di legame. Poi, però, il padre spedisce Mikael in Russia per “farsi le ossa”, e la madre di Mikael coglie l’occasione per cacciare di casa Nevena e Alietta, la governante che per lei era stata quasi una madre.
Separate, le due ragazze fanno destini diversi, ma quello di Nevena è un inferno: viene catturata da Sergei Andreev, il padre di Hakim, e ridotta in schiavitù, seviziata e ceduta ai suoi amici. Nonostante l’orrore, lei continua a sperare che Mikael torni a salvarla, ma quando lui ritorna non lo fa: si sente tradito perché lei non ha scelto la morte pur di non cedere agli Andreev. Lei, invece, si sente tradita da lui per non aver combattuto per lei. È l’inizio di un amore malato e feroce, fatto di desiderio, rabbia e dipendenza, che durerà anni.
Quando si ritrovano in Irlanda, terra dove vive il fratello illegittimo di Mikael, il loro legame esplode di nuovo. Si amano, si odiano, si feriscono e si cercano senza sosta, in una spirale in cui il dolore diventa quasi inevitabile. È impossibile non essere travolti da questa storia: è disturbante, a tratti insostenibile, ma anche incredibilmente coinvolgente.
Mary Lin ha una capacità rara di scavare nella psicologia dei personaggi. Riesce a farti sentire tutto: il dolore di Nevena, l’autodistruzione di Mikael, l’oscurità soffocante in cui vivono. E, anche quando vorresti giudicarli, ti accorgi che li comprendi. È questa, forse, la cosa che più mi ha colpito: il libro ti costringe a restare accanto a due personaggi che, nella vita reale, ti spaventerebbero.
Mi è piaciuto molto, anche se mi ha fatto paura. Forse, nel 2020, mi sarebbe piaciuto vedere Mikael e Nevena cercare aiuto, qualcuno in grado di dare loro una via d’uscita. Ma questa scelta narrativa – affrontare i demoni da soli – li rende ancora più tragici, e forse è proprio questa crudezza a dare tanta forza al libro.
Quello che è certo è che non augurerei a nessuno di essere figlio di quei tre boss bulgari: il potere e i soldi non bastano a cancellare il dolore, le cicatrici fisiche e quelle invisibili che questi ragazzi si portano dentro. È un romanzo che non fa sconti, che non cerca di addolcire nulla, ma che riesce comunque a incollarti fino all’ultima pagina.