Nella terra del Manasarovar e del Kailasa, meta di asceti e sadlhu, s'inoltrò nel 1935 una famosa spedizione scientifica guidata da Giuseppe Tucci, spedizione ancor oggi ritenuta importante per aver offerto del Tibet una documentazione fondamentale sotto i più vari aspetti culturali. Infatti il diario di quel viaggio, qui pubblicato in una nuova edizione, mentre dà notizia dei monumenti per lo più in rovina che fiancheggiano con la loro mole deserta le piste abandonate, viene segnalando quanto dal punto di vista storico, religioso e folkloristico attesta la vitalità della gente che abita zone così impervie. Ne risulta una testimonianza appassionata e anche sofferta di tutto quanto concorre infine a trarre dalla dimenticanza e dall'abbandono le misteriose regioni delle convalli himalaiane
Giuseppe Tucci was a scholar of oriental cultures, specializing in Tibet and the history of Buddhism. He taught at the University of Rome La Sapienza until his death, though he remained a visiting scholar at institutions throughout Europe and Asia, and served as the first Chair of Chinese Language and Literature at the University of Naples from 1931. He is considered one of the founders of the academic field of Buddhist Studies.
Cosa spinge l'uomo ad affrontare viaggi in posti così desolati, pericolosi, dove le carte geografiche del posto sono inservibili e le strade sono praticamente inesistenti? Cosa ci anima ad affrontare simili cimenti? Appaiono evidenti da questo libro due diverse motivazioni: quella nettamente spirituale dei pellegrini e quella tutta occidentale del voler sapere ad ogni costo, conoscere, darsi risposte. Due mondi in netto contrasto. Alle volte ho avuto l'impressione di una certa supponenza da parte dell'autore nell'insistere così spesso sulla sporcizia dei luoghi e delle persone, sulla perdita di spiritualità dei monaci e della mancanza di rispetto per gli scritti antichi.