Ho letto questo libro mosso solo dalla curiosità, poiché se ne era parlato— non bene— da qualche parte sui social e in generale perché c'è sempre, attorno alla Scuola Holden, una sorta di orgoglio partitico nello schierarsi con o contro— cosa che ha divertito pure me per un po', ma ora anche basta. Alla fine il libro ha contenuti ristretti, vista la forma, ma è servito a far nascere in me una riflessione che parla poco del libro e più di un "sistema" e del mio modo di essere: preparatevi a sproloqui vari ed eventuali, non a una recensione vera e propria.
Detto questo, il testo è ottimo, inutile girarci attorno. Breve ma estremamente preciso, ma non mancante di criticità che in generale nascono da una mia visione diversa di alcune sfaccettature rispetto all'autore. C'è tutto un modo di intavolare il discorso che può risultare pesante, un po' ispirato forse a modelli di "critica" del secolo scorso col loro linguaggio intrigante e quasi "narrazione" anche all'interno del testo saggistico, o così è parso a me— la mia visione è al momento limitata, tendo a ricondurre le cose che incontro alle poche che (ri)conosco.
Il testo traccia un percorso della narrazione e passa per tutti quei punti cari come i concetti di storia, trama, struttura, stile. Va anche a parlare di "personaggi" con un discorso che mi intriga per quanto io sia ancora indeciso su che sentimento provare. C'è una sorta, mi pare di notare, ritorno alla "storia" come forza primaria, forza motrice. Che ci sta, lo posso capire e in parte supportare: è un'idea forse un po' troppo romantica per i miei gusti, ma riesco a intuire da dove proviene il ragionamento e lo reputo meno "dannoso" di altre romanticherie legate alla scrittura, addirittura supportabile.
La sezione "intervallo" dedicata a una critica al "Viaggio dell'eroe" di Vogler— ma sotto sotto a tutti i sistemi analoghi, dai "tre atti" in poi— è forse la parte da me preferita, una sezione che mette su carta ciò che io non sono capace ancora di formulare con esattezza per mancanza di nozioni, di esperienza, di studi e "vissuto letterario". Una critica all'insegnamento dogmatico, alle strutture inculcate nella testa delle nuove leve per produrre contenuti "fotocopia" e l'allontamento dalla "materia prima"; noto anche un minimo di critica al concetto di "personaggio", al volerlo far scendere dal piedistallo su cui è stato posto nel tempo sino a renderlo, oggi, una figura osannata: comprensibile, ma dovrò rifletterci un po' per trovare una mia risposta. Se poi aggiungiamo riflessioni sull'individualismo, la "necessità" di eroi e narrazioni eroiche, e in generale ai modelli di narrazione occidentali, diventa chiaro perché questa sezione mi sia piaciuta così tanto, soprattutto in un periodo in cui ricerco nuove forme di narrazione, di struttura dei testi, di fuga dai modelli "di successo".
Per chiudere, questo libro fa giustamente innervosire parecchi, e capisco pure perché. Per carità, ci sono delle criticità, ma già la recensione è lunga, quindi...
Percepisco, forse in errore, nella popolazione scrivente (della mia bolla e area) un generale allontanamento dallo studio della teoria letteraria, una disciplina che a sentir parlare in giro e leggere online non sembra star proponendo modelli nuovi e resta un po' a studiare "dal passato". Posso vedere come chi fa discorsi teorici del genere, discorsi un po' "accademici" venga sempre un po' trattato come se volesse elevarsi dalla massa, se avesse qualcosa in più. Entrare in chat e gruppi di scrittura e dire di studiare teoria e critica letteraria, di essere affascinati da quel mondo di studi "pallosi" non è proprio la miglior strategia per farsi tutti amici, specie in contesti esordienti. È bizzarro, se non triste, che lo studio serio e appassionato di quelle discipline, che poi sono la base per i corsi che la gente paga millemila euro, vengano presi per il culo da chi si accontenta di applicare modelli e schemini fotocopia a qualsiasi propria produzione.