Mentre lo stavo terminando, ferma alla banchina del treno durante il mio quotidiano viaggio da pendolare direzione lavoro, mi sono dovuta fermare. C’ero quasi, alla fine, mi mancava poco, ma ho chiuso il libro con mano tremante e sono rimasta lì con lo sguardo imbambolato e il battito del cuore accelerato.
Era troppo, era troppo tutto.
Era troppa la sofferenza che emergeva dalle pagine, troppo forte l’emozione che stavo provando, troppo vivida l’immagine di Daniele impegnato nel suo quotidiano lavoro all’ospedale pediatrico, e delle sue azioni, dei suoi gesti, dei suoi sguardi, che a un certo punto ho dovuto interrompere e riprendere respiro.
La sensibilità di Mencarelli è qualcosa di indescrivibile.
Uccide.
L’intensità emotiva che si prova leggendolo fa quasi male, richiede una sosta regolare, una pausa, per quanto la semplicità dello stile, capace di far leva talvolta perfino sull’ironia nonostante la gravosità dei temi trattati, ci inviti a divorare le pagine.
“La casa degli sguardi” fa parte di una trilogia autobiografica, insieme a “Tutto chiede salvezza” e a “Sempre tornare”: il narratore protagonista è proprio lui, Daniele Mencarelli, il quale rievoca la sua esperienza come volontario di una cooperativa di operai operante presso l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, esperienza avvenuta in gioventù, durante un periodo di tentata riabilitazione dall’alcolismo. In questa “casa speciale”, luogo di sofferenza e di speranza, Daniele, giovane poeta distrutto dalla sua stessa sensibilità verso il mondo, entra in contatto con una realtà fino ad allora ignorata e che lo spingerà a porsi degli interrogativi aiutandolo ad uscire, con difficoltà, dal vuoto che pare avvolgerlo: una testimonianza di distruzione e di rinascita, narrata con la voce delicata e affilata di un poeta. Nell’ospedale Daniele si spacca la schiena, stringe rapporti umani sinceri e complessi, tocca con mano la sofferenza altrui, scopre se stesso attraverso gli altri. E decide di darsi un’altra possibilità.
Confesso di aver provato un po’ di rabbia nel vedere come Daniele, per buona parte del racconto, si ostini a rovinare se stesso e la sua famiglia, condannandosi a una lenta morte mentre vede altri che, attorno a lui, vorrebbero vivere ma sono condannati, dal destino, alla morte. Ma i mali dell’anima sono forse i più difficili da capire, e da guarire. Quando a Daniele scatta qualcosa dentro ecco che avviene la risalita dagli inferi…forse cosa accade veramente non se lo sa spiegare bene nessuno, nemmeno lui stesso.
Il romanzo resta un vero e proprio gioiello, una storia indimenticabile intrisa di cruda realtà e venata di poesia.
Il mio pensiero finale non può che andare, fra tutti, ad Alfredo, detto “Tik-tok”, lo sguardo e l’immagine simbolo di tutto il libro…e della tristezza che ho provato, ben sapendo che è esistito davvero.
Ciao Alfredo, buon viaggio.