Fino a 40 pagine dalla fine ho trovato questo romanzo molto ben costruito, ricco di descrizioni veraci, di personaggi ben delineati e di tematiche profonde. Le ultime 40 pagine mostrano, a mio avviso, l’intento dell’autrice di chiudere rapidamente la vicenda, al punto che alcuni nodi di essa risultano poco chiari o, quantomeno, sciolti frettolosamente. È vero che dopo l’ultimo ritorno di Agata dalla Sicilia tutto accade molto rapidamente, poiché i tre personaggi che si contendono il suo destino agiscono di soppiatto e con estrema rapidità, ma l’autrice ci ha talmente deliziato per quasi l’intera opera con descrizioni di luoghi, stati d’animo e situazioni che questa conclusione così frettolosa pare alquanto sospetta. Si può sempre supporre che l’autrice abbia voluto sottolineare anche attraverso la tecnica narrativa il rapido dipanarsi degli eventi, tuttavia mi sembra di avvertire una eccesiva sintesi dell’epilogo.
Ho ritenuto doveroso sottolineare questo aspetto che, a mio avviso, nuoce all’equilibrio della narrazione, tuttavia il mio giudizio complessivo sull’opera è complessivamente positivo. Trovo che il romanzo sia molto più che la storia di una monacazione forzata, come lo si potrebbe semplicisticamente riassumere. La protagonista è Agata, una giovane siciliana (siamo nella prima metà dell’Ottocento) appartenente alla ormai decaduta famiglia Padellani (vicina ai sovrani borbonici) che non può aspirare a un matrimonio d’amore in quanto il giovane di cui si è innamorata, corrisposta, appartiene a una famiglia che vanta solide finanze (allorché i Padellani non possono garantire una cospicua dote per la ragazza). L’unica via che le si apre (anche in considerazione della sua compromissione con Giacomo) è quella del monastero. Fin qui la storia sarebbe del tutto simile a quella di innumerevoli ragazze destinate al convento. Il punto di forza del libro, però, consiste nell’indagine dell’autrice sull’evoluzione del desiderio della ragazza e sul modo in cui la stessa giunge, senza rendersene conto, a desiderare per sé ciò che desiderano gli altri. In più punti del romanzo, infatti, Agata arriva a preferire il convento al mondo esterno, dal quale, in occasione della prima uscita pubblica dopo un periodo trascorso in convento, si sente minacciata. In ciò la Agnello Hornby svela il meccanismo di una terribile violenza, quella esercitata da chi, in virtù della sua posizione dominante, vuol far credere a chi si trova in condizione di minorità di desiderare autenticamente ciò che in realtà è costui (o costei) a volere. Cos’altro è l’estasi che Agata si illude di provare se non una proiezione delle aspettative che altri nutrono su di lei? A volere la monacazione di Agata sono la madre, naturalmente, la badessa, le converse (molte delle quali a più riprese offrono un campionario dei peggiori istinti dell’essere umano), il cardinale, il vicario generale che quando si tratta di confermare la monacazione di Agata le pone domande piuttosto blande affinché non risulti inadatta alla clausura (ben conoscendo gli argomenti che farebbero rivelare alla ragazza il suo “esser fatta per il mondo”).
Agata crede di aver trovato una forma d’amore proibito nel chiostro, ma il lettore ha motivo di chiedersi: che cos’è questa forma di amore se non l’esplicito manifestarsi di quel soffocamento del desiderio autentico al quale il convento condannava le ragazze prive di vocazione?
La mancata rispondenza di Agata alle aspettative familiari e sociali emerge nella sua passione per la lettura, non solo di opere di narrativa (Jane Austen e Charles Dickens) ma anche di impegno civile (Mazzini, Gioberti). E ancora di più emerge nel suo interesse per i fatti di attualità, prima fra tutti l’attività della Carboneria, ma anche la riflessione mazziniana sulla repubblica. È così che a poco a poco Agata, con la complicità di James Garson, capitano della marina inglese che comunica con lei attraverso i libri che le invia dall’Inghilterra, si costruisce la sua via di fuga dal destino preordinato per lei da troppe persone.
Concludendo con una nota sulla lingua, credo che avrebbe giocato a favore del romanzo un impasto linguistico maggiormente intriso di dialetto siciliano. Nelle prime pagine del romanzo l’autrice fa pregustare al lettore un amalgama linguistico che non viene mantenuto nel seguito, al punto che si incontrano talvolta, senza che ne risulti ben chiara la ragione, vocaboli dialettali inseriti all’interno di periodi (di pagine, persino) interamente in italiano.
Il voto sarebbe 3 stelline e mezzo, ma "liked it" (3 stelle) risponde meglio di "really liked it" (4 stelle).