Gioacchino Criaco nasce ad Africo, un piccolo centro della costa ionica calabrese. Figlio di pastori, in giovane età inizia a meditare su una nuova trattazione letteraria dell'Aspromonte e luoghi limitrofi, data la scarsa divulgazione degli stessi.
Dopo anni di sperimentazione, nel 2008 pubblica Anime nere, il suo primo romanzo, di grande impatto socio-culturale. Inaugura così il noir di matrice calabrese.
Criaco racconta e descrive quelle realtà minori al limite della civiltà che, nonostante facciano parte di un contesto territoriale inserito in una nazione sviluppata e democratica, sembrano continuare a vivere di leggi e tradizioni proprie, a dimostrazione di una distanza fisica e politica forse irriducibile.
Marco Leonardi nella sua migliore interpretazione: “Anime nere” il bel film di Francesco Munzi del 2014.
L’ho letto perché cercavo ‘Anime nere’ e invece ho trovato Zefira. Volevo leggere ‘Anime nere’ perché voglio vedere il film che ne è stato tratto, perché ho letto buone interviste a Munzi, e allo stesso Criaco. Volevo ‘Anime nere’ e invece ho trovato Zefira e adesso probabilmente ‘Anime nere’ non lo cercherò più.
Tutti dicono che Criaco garantisce un’ottima conoscenza dell’oggetto del suo racconto, Calabria e ‘ndrangheta, a cominciare dalla terra e dalle sue dinamiche. Invece, è proprio questa la prima lacuna: la storia non ha elementi ‘interni’, non sembra frutto di particolare investigazione e documentazione, non si nota punto di vista ‘privilegiato’ – anzi la criminalità e la sua organizzazione sono mitizzate come nelle fole e il mafioso è dipinto come animato da un senso superiore della giustizia. E per quanto riguarda la Calabria, la sua presenza è per metà una cartolina (gli odori, i sapori, il calore umano, ossignur) e per metà il solito mito trito ritrito (la Magna Grecia, mapercarità, ancora!).
Ma se su Gomorra la serie, se Ciro Di Marzio, Gennaro "Genny" Savastano, o donna Imma, si fossero chiamati Giambattista Miani, Dante Orsini o Mattia Selani li avrei presi altrettanto sul serio? Perché qui perfino nomi e cognomi suonano fasulli, importati, mentre dovrebbero al contrario risultare indigeni.
La sensazione è quella di una favoletta, campata in aria, e raccontata male. Molto male: forse la complessità non è indispensabile ogni volta, ma secondo me invece aiuta sempre – di certo non è un’offesa, qualcosa di respingente, di inutile, qualcosa da evitare come Gioacchino Criaco sembra pensare. È fondamentale riuscire ad andare oltre una superficie piatta: sopra e sotto va bene uguale, pur che si vada oltre la bidimensionalità, l’appiattimento.
Poi, a volte, come in queste pagine, anche la seconda dimensione sembra un ottomilametri più irraggiungibile che mai…
Gioacchino Criaco scrive davvero bene. Sicuramente ha letto e amato i romanzi del grandissimo Leonardo Sciascia tanto da proseguirne il filone, ambientando le storie in Calabria, terra che conosce e che studia con passione. http://www.piegodilibri.it/recensioni...