Antropologia dell’acqua è l’ultima sezione di Plainwater: Essays and Poetry, terza raccolta poetica di Anne Carson. “Plainwater” è l’acqua corrente, quella delle fonti e dei rubinetti, la sorgente di vita in cui siamo immersi e che diamo per scontato, quell’elemento originario dei miti classici. Si parte dal narrare l’acqua come metafora dello scorrere, del diventare, del farsi altro. Come le parole l’acqua dà forma alla vita umana ma né le une né l’altra trattengono il pensiero, o trattengono gli uomini – qui il padre malato, un compagno di viaggio, un amante, il fratello. I protagonisti, come è tipico della poesia, sono sempre due in ogni racconto: lei e l’altro, in viaggio, in movimento, in sofferenza. Nell’analisi antropologica del rapporto a due l’altro scivola via, il tentativo di conoscenza resta tale perché tutti fluiamo, cambiamo, ci ridefiniamo costantemente per tutti i nostri giorni.
Più appagante (per me) la prima parte, perché questo desiderio di conoscenza si declina in sforzi, in affannose ricerche, in desideri di comprensione che la portano a camminare, a fare, a chiedersi. Meno stimolante o forse troppo cerebrale (ma sarà un problema mio) il diario di viaggio nell’Ovest americano con il suo amante imperatore. Straniante il terzo testo, quello in cui il fratello scomparso in un altrove geografico e mentale è ritratto come un nuotatore esperto in una serie di fotografie, con un lago per sfondo e un gatto per compagnia.