Voci e Volumi
“Lavorava sodo, immerso nei pensieri e con rapita concentrazione: fece indici e raccolte e collazioni di parole e frasi da ognuno dei suoi libri, finché la scrivania della prigione non fu ingombra dei suoi quaderni, ciascuno contenente un elenco alfabetico generale di parole tratte da tutta la sua eclettica biblioteca, una piccola gemma preziosissima e molto apprezzata”.
Simon Winchester è riconosciuto come uno dei più illustri autori di non-fiction e biografie; formatosi su studi di geologia, fece poi grande esperienza di giornalista e di viaggiatore seguendo differenti e anomale ricerche. Questo studio testimonia il suo amore per le parole e la gratitudine per il loro valore. Philology: amore per il sapere e la letteratura, secondo l'OED, Oxford English Dictionary (1928), opera di inestimabile cultura e di straordinaria storia, come è narrato in queste pregevoli pagine (dove si scopre che il lungo lavoro risale fino al tempo del celebre Samuel Johnson). La genesi del monumentale trattato lessicografico rivela un tesoro prezioso e aneddoti curiosi e poco convenzionali, nel guscio della Philological Society londinese. Il saggio ibrido è la biografia di William C. Minor, un uomo eccentrico e dal destino drammatico, che fu tra i maggiori collaboratori del dizionario, grazie all'amicizia che strinse con il prof. James Murray, docente oxfordiano di origini scozzesi e curatore editoriale del testo, e al tempo stesso la storia di quell'opus britannico che è considerato il principe dei vocabolari. Minor viveva a Broadmoor, un manicomio criminale, condannato per omicidio: nei sobborghi di Londra, aveva ucciso in preda a follia uno sconosciuto, vittima anonima e casuale; era un medico e un erudito e di alta estrazione sociale, dipingeva, era americano ma nato a Ceylon, figlio di missionari, e aveva partecipato alla Guerra di Secessione, prestando servizio nella battaglia di Wilderness (1864); portò con sé in eredità il trauma dell'orrore bellico, dove aveva dovuto marchiare un essere umano, colpevole di diserzione. La sua malattia fu diagnosticata come demenza precoce o schizofrenia paranoide, oggi si parlerebbe forse di disordine da stress post-traumatico; insomma allo stato delle cose, Minor era ”assolutamente e irreversibilmente pazzo”. Venne ricoverato in un ospedale del Berkshire: l'esercito continuò a pagare la sua pensione e quindi potè dedicarsi, vivendo in due stanze, in relativa libertà e pieno di libri, a compilare le voci e le citazioni necessarie al magnifico e generoso corrispondente accademico, come se questo dilettarsi fosse una terapia per la sua anima incontenibile, infiammata e infranta. Protagonisti della sua vita furono quindi il dolore e la conoscenza, e il loro imperscrutabile legame; e poi c'è la storia come materia di cultura europea, che è sempre bene tenere in posizione centrale, perché attiva in una redenzione collettiva. L'Inghilterra vittoriana era terra di grandi visioni e enormi ambizioni, ma era insieme un luogo dove demoni e incubi e paura imperversavano. Colpisce il pensiero, nel lettore, scoprire come una vita segregata possa trasformarsi, con adeguati strumenti e benevole risorse e un'inedita apertura, sebbene fondata in parte sulla finzione, in qualcosa di dialogico, creativo e profondo. Certo, nulla può impedire che la tragicità dell'esistere si sviluppi contagiando ogni personaggio in una vicenda di oscurità e oblio, ma restano a noi come dono cognitivo e emozionale la dolce memoria, il patrimonio linguistico e i frutti prodotti da quell'unica e ammirevole esperienza, che ha costruito qualcosa di eterno.