Terminato oggi questo.
La definizione (di George Steiner) di "capolavoro della solitudine" mi sembra la migliore possibile.
Il romanzo parte dalle vicende della famiglia del notaio Don Sebastiano Sanna, sua moglie Donna Vincenza e dei loro figli, ma i fili si attorcigliano intorno ad altri personaggi: chi ha avuto fortuna e chi no, preti, pastori, allevatori, avvocati, in una Nuoro di inizio Novecento che è più che altro un paesotto, dove alcuni sono al mondo «solo perché c'è posto» e dove, pur nella apparente immobilità di tutto, accadono cose fondamentali, come l'arrivo della corrente elettrica.
Si narrano le vite di «gente sparita dalla terra e dalla memoria, gente dissolta nel nulla, e che invece si ripete senza saperlo nelle generazioni, in una eternità della specie, di cui non si comprende se sia il trionfo della vita o della morte».
La morte e il lutto sono senz'altro tra i temi del libro, e lo diventano ancora di più quando la prima guerra mondiale strappa alla loro terra quasi tutti i figli della coppia. Uno torna talmente malconcio che sopravvive solo per poco; il problema, però, sono forse ancora di più gli altri, quelli che prendono la loro strada e partono, cercando «pane migliore di quello del grano».
Alla fine anche il più piccolo lascia Nuoro per continuare gli studi, ed ecco uno degli episodi che più mi è rimasto: l'atto d'amore rifiutato, "la madre [che] gli preparò il viatico con le buone bistecche impanate e le frittelle spolverate di zucchero", che lui, "vergognoso di sua madre", lascia a casa.
"Qualcuno le avrebbe mangiate. Ma non era questo il problema. Il problema era il rifiuto di un atto d'amore. (...) Il figlio l'avrebbe capito molti anni dopo, lo avrebbe ricordato tutta la vita. Ma questo Donna Vincenza non lo sapeva".
Il cibo come tentativo di tenere legati a sé i propri figli: mi chiedo se sia una cosa tipicamente italiana o se anche altrove funzioni così.
Penso a quanto sia calzante la definizione di "capolavoro della solitudine": non soltanto perché i suoi personaggi sono spesso soli, chiusi nei propri desideri, nelle proprie miserie, nelle proprie ossessioni. Sono soli anche quando sono in mezzo agli altri, perché nessuno sembra davvero poter raggiungere la vita di un altro. Persino dentro la famiglia, persino tra marito e moglie, tra genitori e figli, rimane una distanza che il tempo non riesce a colmare.
Satta racconta tutto questo senza costruire una vera storia. Non c'è un protagonista che attraversa il libro, non c'è una vicenda che proceda verso una conclusione. Ci sono invece uomini e donne che entrano magari per poche pagine, vivono davanti a noi per un momento e poi scompaiono. Alcuni li dimentichiamo quasi subito, altri ci rimangono addosso. A me, ad esempio, è rimasta molto addosso Giggia, la prostituta, ancorché se ne narri per poche pagine.
È come se Satta avesse voluto sottrarre quelle persone all'oblio almeno per il tempo necessario a pronunciarne il nome.
E anche qui, nella calma piatta del paese, qualcosa continua a muoversi. Arriva la corrente elettrica, arriva -come detto - la guerra, arrivano il cambiamento e, molto lentamente, la modernità. Il mondo pian piano cambia mentre le persone continuano, apparentemente, a vivere sempre nello stesso modo.
Il giorno del giudizio non è allora soltanto quello della fine dei tempi. È il momento in cui tutte quelle vite, una volta terminate, vengono finalmente messe una accanto all'altra. Il ricco e il povero, il fortunato e il fallito, chi è rimasto e chi è partito. Nessuno può più distinguersi dall'altro per ciò che possedeva, per ciò che sperava di diventare, per il posto che occupava nel paese. Resta soltanto la vita che ha avuto.
Satta riesce così a trasformare una piccola città sarda e una moltitudine di esistenze minime in qualcosa di molto più grande. Non racconta soltanto Nuoro, ma parla di tutti noi.
Alla fine rimane una malinconia difficile da spiegare. Non è nostalgia per un mondo che non c'è più, perché quel mondo non è mai stato davvero felice quasi per nessuno. È piuttosto nostalgia per le vite che avrebbero potuto essere diverse.
Un libro tosto, doloroso, bellissimo. Un libro che resta.