Darrow è un Rosso. Ciò implica, nella Società organizzata per colori in cui ognuno ha un suo ruolo, che occupa il fondo della gerarchia. In quanto tale, lavora nelle miniere di helium-3 e conduce una vita di quasi stenti insieme alla famiglia in attesa che la terraformazione di Marte termini e consenta di vivere una vita migliore. Basta a poco a stravolgere la sua vita, un pizzico di verità, che lo porterà sulla lunga, dolorosa e sanguinolenta via della ribellione.
Pierce Brown scrive una saga fantascientifica i cui eventi avrebbero potuto svolgersi in un qualsiasi setting, per cui la parte di fantascienza è solo uno sfondo e, per quanto vi siano battaglie spaziali tra astronavi gigantesche o con armature ed armi futuristiche, la verità è che la fantascienza in sé non aggiunge niente alla trama, i dilemmi dei personaggi vanno oltre la tecnologia o le possibilità che offre.
Lo stile è veloce, rapido, scritto in prima persona attraverso gli occhi di Darrow, cosa che favorisce l'immedesimazione con il personaggio e negli eventi. I personaggi al contorno, per quanto un po' "gonfiati", sono ben caratterizzati e hanno tutti un loro ruolo ben preciso negli eventi raccontati (cosa che forse li fa sembrare un po' posticci, come costruiti ad hoc per il loro ruolo e senz'anima). In generale, l'approfondimento psicologico è portato avanti bene.
Purtroppo, a queste note positive si accompagnano una serie di difetti che affossano quasi completamente la trilogia. Di seguito qualche commento più specifico per ogni capitolo della trilogia. Il voto finale è una media.
Red rising: **
Il primo libro è un mix tra "Hunger Games" e "Il signore delle mosche" poco riuscito. La prima parte, che serve a dare il via al tutto, è abbastanza prevedibile. Una storia di paria e reietti deve puntare per forza al riscatto e alla rivoluzione. Non appena il lettore inizia a sentire la puzza di menzogna capisce subito verso cosa si punta - l'evento scatenante, cioè la morte di Eo. A risollevare parzialmente la prevedibilità c'è la caratterizzazione dei personaggi: già si intuisce che Darrow è un impulsivo la cui rabbia diventerà la futura guida. Eo, nonostante sia descritta in poche parole da Darrow, rimane impressa quasi bucando la pagina, complice il contrasto tra la sua esile e scarna figura, la massa rigogliosa di capelli rossi e il suo fortissimo carattere, da portarla addirittura al sacrificio.
La seconda parte inizia con un non-colpo di scena che Brown userà più volte nel libro e in quelli a seguire, una transizione che non emoziona e nel lungo termine infastidisce appunto perché poco credibile: Darrow che sembra morto. Il contatto col mondo reale è interessante, così come lo sono alcuni personaggi nuovi (spiccano il Viola Mickey ed il Rosa Matteo, Dancer e Harmony sono abbastanza bidimensionali).
A regnare nel resto del libro è il contrasto tra la vita da Rosso e la vita da Oro. Se la vita da Rosso era dura, di stenti ma ricompensata da una vita familiare sentita vivamente, quasi un rifugio, la vita da Oro è una vita di ostentazione, sangue, tradimenti, intrighi, conquista. Gli Oro sono avidi, narcisisti, violenti ed inaffidabili, ben lontani da ciò che ci si aspetta da persone che dovrebbero governare la Società. Ciò non impedisce a Darrow di trovare e dunque innescare profondi dilemmi morali - dopotutto, queste persone lui vuole distruggerle - ma saranno comunque fortemente influenzati dalla natura profondamente suscettibile al potere degli Oro (con qualche rara eccezione).
La terza parte, ovvero il "gioco" di conquista tra case, è un po' sfilacciato, sembra scritto a casaccio, e per trovare una direzione chiara deve trasformarsi nella quarta parte. Nonostante ciò, una cosa è certa: non c'è niente, nella vita degli Oro, che accada secondo le regole. Così come l'assegnazione del Lauro a Lykos era guidata e il Passaggio era organizzato secondo logiche di potere dominante, lo è anche la simulazione, nient'altro che l'ennesima dimostrazione di potere.
La terza parte è debole e derivativa, l'unico interessante colpo di scena (Titus è un Rosso) non ha nessuna conseguenza in questo libro o nei seguenti. Finisce col solito non-cliffhanger: Darrow che sta per morire (ma si sa che non muore). Come si diceva poc'anzi: fastidioso.
Nota positiva: Brown non ha propinato il classico luogo comune delle accademie fantasy/fantascientifiche con le tipiche amicizie e rivalità (qua ci si scanna o si è supercompagni finché conviene).
La quarta parte è la migliore: ha una direzione chiara, ci arriva senza sfilacciamenti, e Darrow finalmente incanala la sua rabbia verso un attacco all'Olimpo. Peccato che - in "Red rising" - l'antagonista costruito, lo Sciacallo, si riveli essere un mezzo spauracchio che brilla in una scena e poi viene sostituito da Apollo (che non è stato costruito per niente, ad un certo punto compare, solo che è un grandissimo infame e dunque ruba le luci della ribalta allo Sciacallo).
"Red rising" avrà delle premesse interessanti, ma sono sviluppate male, risulta troppo derivativo. Tre quarti di già visto, brilla per l'ultimo quarto.
Golden son: ***
Col senno di poi, il miglior libro della prima trilogia, nonostante sia ancora derivativo in quanto un "Cronache del Ghiaccio e del Fuoco" sotto steroidi.
Subito le cose buone: trama veloce, cambiamenti repentini, narrazione sopra le righe.
I contro: tanti, e il problema è che Brown questi contro se li porta fino alla fine del terzo libro.
Primo problema: il libro è nient'altro che una serie di tradimenti e doppi giochi. Se all'inizio sono dei colpi di scena che funzionano, a lungo andare il lettore ha capito il gioco e non si stupisce più di niente. Piani dentro piani dentro piani, false verità, alleanze che si creano e si rompono nel giro di tre pagine. Anche il ritmo veloce a lungo andare viene a noia: tantissimi combattimenti, duelli e battaglie spaziali, si parla poco per dire frasi ad effetto, ad un certo punto ci si abitua.
Secondo problema: Brown e i tempi sono nemici. Sia i tempi della storia - il tempo, variabile fisica per andare da un punto A ad un punto B, è pur sempre un libro di fantascienza e le distanze sono spaziali - che i tempi nel senso del ritmo narrativo sono completamente sballati. Brown non sa gestirli.
Brown confonde la quantità con la qualità. "Golden son" diventa godibile dal momento in cui si spegne il cervello e non ci si pone troppe domande su una serie di buchi di trama [c'è ad un certo punto un piano in due parti esposto da Darrow per catturare navi e studenti su Ganimede, ma poi non se ne parla più. Segue una scena con Lorn au Arcos (altor personaggio introdotto quasi all'improvviso, si scopre che Darrow è stato allenato da lui segretamente, sembra una cosa un po' comoda) seguita a sua volta da due colpi di scena: tutto bellissimo, ma il piano di prima?]
Non c'è costruzione della tensione, la storia esplode così come esplode la rabbia di Darrow e, proprio come rischia di fare Darrow, è una lettura che divampa subito lasciandosi per dopo solo cenere.
Il cliffhanger finale è costruito bene, ma il lettore conosce ormai Brown e non rimane stupito. Anzi, è un finale richiesto: se non ci fosse stato avrebbe deluso le aspettative, ma è grave che il soddisfacimento delle aspettative lasci comunque un po' di insoddisfazione. Notevole ed emozionante, invece, il ritorno a Lykos, con le consapevolezze che seguono.
Morning star: *
"Morning star" avrebbe dovuto essere, ed è in certa misura, il libro della consapevolezza e della maturità. I personaggi abbandonano gli estremismi e gli assolutismi - come Sevro - e finalmente Darrow, dopo la caduta, la rovina, la sofferenza, raggiunge la chiarezza di pensiero. Capisce Eo, chi lo circonda, affronta i problemi di petto senza rimandarli. Ma soprattutto capisce la sua missione: non distruggere, devastare, annichilire, bensì risvegliare le coscienze, convertire e costruire.
Brown fa anche un po' il furbo, traveste da messaggio di un futuro migliore la spiegazione del motivo dell'esistenza della Società nella sua forma attuale. Gli Oro, da che dovevano essere protettori e garanti di giustizia e libertà, sono diventati un manipolo di narcisisti assetati di potere che si assimilano a dei per soddisfare il loro ego. Una furbata apprezzabile.
Ciononostante, "Morning star" cade sotto il peso dei difetti che Brown non ha saputo rimuovere e dei punti di forza non sfruttati. La trama è sfilacciata, i protagonisti vanno in giro a fare cose, seguendo piani (idee geniali dell'ultimo minuto) che saltano sempre per qualche motivo. Piani nei piani nei piani, personaggi che pianificano immaginando che il nemico prevedrà i loro piani, piani organizzati ma poi dimenticati, spostamenti e battaglie confuse.
Il finale è la fiera della inverosimiglianza, dei buonismi travestiti da scelte dolorose. Il piano finale si capisce dall'inizio (anche perché, se fosse andata come sembrava, sarebbe stato un finale di una stupidità desolante) e i personaggi da abili pianificatori quali sono prevedono quasi tutto ma dimenticano un attimo quattrocento testate nucleari e l'imprevedibilità dello Sciacallo, al centro di "Morning star".
Una nota positiva è lo sviluppo dello Sciacallo, che tra "Golden son" e "Morning star" viene portata avanti bene: non si può dire che Brown non sappia costruire i suoi personaggi (Victra, Sevro, Ragnar e molti altri). Peccato che è dipinto come un furbacchione temibile e poi, comparendo poco e niente e venendo fregato, alla fine sembra un povero cretino.
Quel po' di buono che c'è, quella consapevolezza sviluppata dai personaggi non salva "Morning star" dall'essere un disastro completo ed il peggior libro della trilogia.