Lei era bella e malvagia
Non posso morire
“Sotto nevi azzurrate/tante volte ho riposato,/ascoltando il mesto sangue/congelarsi a poco a poco,/se morir non ho potuto/è perché la neve, forse/si arrestava a metà strada/o il sorriso rimbombante/dell'amore allontanato/ritornava a vendicarsi/disgelandomi le membra,/insinuandosi nel sangue,/nel pallor, nelle meningi.../... Neve azzurra. Neve ancora./Perché vuoi morire, allora?”
Poetessa di tradizione modernista, testimone dell'ambiente culturale romeno con Ionesco, Eliade e Cioran, esule a New York per fuggire alle attenzioni della Securitate, Nina Cassian, pseudonimo di René Annie Cassian-Matasaru, è una voce inconfondibile e singolare nel panorama poetico europeo. Sconveniente la sua poesia, secondo la definizione di Vittorio Sermonti. Presentata in antologia da Adelphi per la pregevole cura di Ottavio Fatica e nella traduzione di Anita Natascia Bernacchia, la sua opera ha una fecondità scomoda e disarmante, una vitalità furiosa e seducente, inevitabilmente brutale e strenuamente lirica, con echi e assonanze che rimandano alla nobile tradizione di una Cvetaeva o di Emily Dickinson. Sublime esperienza addentrarsi tra queste pagine, dove obliqua diventa la relazione di causa tra soggetto e oggetto. Le sue parole ci riguardano molto intimamente, sono così potenti da avvelenare, curare, ringiovanire o trasformare, esaltare o inabissare. Sono uccelli in volo o pietre in caduta (“Il grande albero interiore/ci trasmette foglie tragiche”). Sempre con una tonalità diretta, indesiderata, impudente. Il suo è uno sguardo emotivo che mette in luce le fragilità, i punti deboli, le contraddizioni e i luoghi critici della relazione con se stessa e con la realtà: per questa ragione i simboli, i paesaggi, le figure che ingombrano i suoi versi sono caratterizzate da una impareggiabile compassione e da una forza istintiva e solitaria, come un'onda di disamore e di tenerezza che ti minaccia con una personale e assente vicinanza. Vuole stare tra i poeti, tra gli storpi, tra gli animali del suo bestiario metafisico: vuole stare attaccata alla realtà concreta, al corpo, alla lingua, nella sua materna materialità. Le sue parole sono viscerali e carnali: hanno un profilo straniante e inquieto, conducono il lettore sul limitare del linguaggio, in una zona confusa dove tormento e disincanto si sentono sulla pelle, sotto la pelle, nel corpo opaco del verso, nei sensi silenziosi, con una attrazione irresistibile verso musica e immaginazione in quell'altrove appena ricreate. Meravigliose le sue composizioni in spargano, una lingua interamente inventata (“Vo te sbrao, sgurpio e sciàmico, trugante!”). Anonimati, fatti, legami, sintomi, preghiere, coincidenze, virate, libri, scheletri; tigri, scoiattoli, scorpioni, ippocampi; prigioni, ricordi, facce, sacrifici, sangue, tramonto, febbre, porte aperte, rossa la memoria come uno spettro: domare quale parola per essere di nuovo ascoltata, presa, protetta, nutrita. Come sabbia, resuscitata.
Tirata del penultimo atto
“Vi lascio, vi lascio, non vi toccherò mai più./Io non ho più nulla da dimostrare./Non vedo dunque il motivo di rinviare ancora/questo naufragar di cellule/chiamate mani, occhi o bocca/nell’argilla paziente, nell’argilla che/non mi aspetta né mi reclama,/stanca ormai della certezza/che le appartengo, nell’orizzonte nullo./Ho detto quasi tutto quello che sapevo,/persino la menzogna ho pronunciato con devozione/poiché l’ho vista esister, prender corpo,/farsi viva come una foglia/o una lepre – e io non sono riuscita/a ignorare, mai, creatura alcuna./Vi lascio – anche perché sono estenuata/nel vedere come ogni secolo si rovescia/in quello precedente, come se/il latte succhiato dal neonato ritornasse/nel seno della madre o, ancora peggio,/come se la fronte di un filosofo/si assottigliasse tesa verso estinte,/irsute e rampicanti specie./Qualcosa ho imparato, lontano tuttavia/dagli studi e da quella sacra minuziosità/degli affidabili in-folio – ma piuttosto/dal freddo e dal calore, dalla nascita, dalla morte,/da tutto quello che – ahimè! – non si ripete/e dunque non può essere usato/come esperienza. Sono rimasta altrettanto/vulnerabile, ho conosciuto da vicino/mille oggetti e stati d’animo/ma non sono riuscita a chiamarli per nome/senza che si allontanassero/mutando forma oltre ogni limite,/gettandomi nello sconcerto come in un lago di sangue./Vi lascio, non vi toccherò mai più. Mi avete detto/così tante volte che non vi vado a genio/anche se ho disegnato con attenzione il mio ritratto/sempre seguendo la vostra traccia. Però,/a quanto pare, non riesco a imitar nulla,/non ho né l’abilità né il dono/di somigliare a voi, e neanche a me stessa./Sorrido – e tutto viene travisato/per un ghigno! Rido – e la gente si gira/rimproverandomi per l’indecenza./Quando piango – l’occasione non è felice, perché ecco,/proprio oggi è festa in città./Faccio una statua – e la folla grida: /«Si sta facendo un idolo!». E quando languo/per una grave malattia – viene considerata/un’ipocrisia del mio corpo intristito/per scatenare una strisciante epidemia…/Vi lascio, vi lascio, vi lascio”…