Non è “Memoria di ragazza” di Ernaux (e credo che non avesse nemmeno la pretesa di avvicinarvisi), ma ci ho visto qualcosa di universale.
Quindi tre stelline d’incoraggiamento e gratitudine per avermi fatto leggere una variazione su quella prima estate in cui all’improvviso, senza accorgermene, non ero più una bambina. Il motivo della riuscita di questo libro potrebbe risiedere proprio nell’aver raccontato un’estate che tutti abbiamo vissuto, ancor di più se siamo state le Annina di turno.
C’è uno scatto fra l’infanzia e l’adolescenza che avviene come in un momento di trance, qui ben raccontato da un episodio in particolare, quando Enza e Annina hanno già conosciuto la combriccola di ragazzi, e, durante una delle solite serate di festa in paese, li guardano da lontano mentre si divertono sulla spiaggia. Sono letteralmente stregate. I ragazzi non sembrano gli adolescenti sgradevoli a cui siamo abituati, ma sono come trasfigurati (che bello lo sguardo di una donna e che bello sarebbe se ogni tanto qualcunO ci descrivesse così), sembrano delle ninfe che si fanno il bagno in un lago. E le due ragazzine li ammirano adoranti, chi per un motivo, chi per l’altro.
Interessante come la minaccia non provenga dall’uomo in senso stretto: praticamente tutte le donne di questo romanzo sono nemiche. C’è tanta invidia che scorre nelle vene dello stesso sangue, c’è il rifiuto di essere come le proprie madri, c’è il desiderio morboso di ricongiungersi con il padre, l’essere come l’altra ma solo per annullare la sua unicità. È come se l’uomo fosse solo un pretesto per farsi la guerra.
Un'altra cosa che ho trovato interessante è stato anche il non aver definito i genitori di Annina con un nome. Dato che è l’Io narrante e il personaggio più relatable, ho trovato azzeccata la scelta di non definire le persone più importanti della sua vita, in modo da poterle “riempire” con i nostri, di nomi.
Per questo a Spampinato perdono (io un po’ Gesù Cristo, un po’ zia Mara) l’inizio recalcitrante, tutte quelle frasi spezzettate che ancora non riuscivano a imprimere ritmo alla narrazione, ma solo brusche e fastidiose frenate.
In più punti le voci di Enza e Bruna non mi hanno convinto, a differenza di quella di Annina: questa risulta più credibile e verosimile nei suoi vuoti, nei suoi silenzi che manifestano l'essere inadatta, impreparata alla vita e che cercano di riempirsi con un senso di appartenenza.
Enza e Bruna sono due bellissimi doppi: mora-bionda, cittadina-paesana, madre moderna-madre bigotta, padre vivo-padre morto; anzi Bruna, fra i due elementi, mi è sembrata quello più conturbante, per le contraddizioni che porta nel suo aspetto, nella sua identità e nella sua storia. Ecco, magari la me rattusa vampira avrebbe preferito un po’ più di tormento, più torbidezza, anziché quel penultimo escamotage, che mi è sembrato un modo di dare un senso potente e di chiusura al libro, che altrimenti sarebbe rimasto debole e sospeso.
Enza e Bruna in più punti parlano come un’Alda Merini a caso, non come due adolescenti, di cui specialmente una cresciuta in un paese culturalmente arretrato, in una casa senza amore e senza il messaggio vero che la cristianità della madre avrebbe dovuto portare. Quando Bruna dice: “le madri scavano abissi - precipizi, burroni - e noi figlie ci cadiamo dentro per tutta la vita”, per esempio. Tutto bello, belle questa e tante altre immagini, metafore immaginose e calzanti, che però rendono fuori fuoco l’Io che parla: già a volte si oscilla fra la voce di Annina e la voce di quella (che sembra) di Spampinato, che ha per forza di cose una ricchezza evocativa più matura; poi leggiamo questi pezzi di bravura quasi poetica, verbalizzazioni di un’introspezione totalmente inaspettata per quei personaggi. Mi è sembrata una sbavatura, che si protrae per gran parte del libro e che compromette la visione d’insieme.