Quando si nasce nella "prigione chiamata Albania", esistono solo due modi di orientare lo sguardo. C'è quello del pittore Petraq, che cammina chino sull'asfalto e sembra rimpicciolire ogni giorno di più: è lo sguardo basso della colpa, di chi si vergogna della propria vecchiaia, ma anche della propria bellezza, o di un marito che ha troppa voglia di fare l'amore. E poi ci sono gli occhi puntati dritti verso formidabili è lo sguardo di Gazi che attraversa l'Adriatico e sogna di portare la sua musica in Italia, in Francia, negli Stati Uniti. Sono gli occhi di Teuta mentre stropiccia il foglietto su cui è segnato l'indirizzo che dovrebbe accoglierla a Roma, quelli di Sabrina inghiottita dal mare, e di Lumturi che si nutre delle pagine di Proust e Stendhal. Complice un tempo che sembra eterno, l'Albania smette di essere prigione per diventare limbo, uno stato transitorio nel quale si sopravvive coltivando "promesse d'altrove", fino al giorno in cui si parte davvero. Ed eccolo, finalmente, "il paese dei miracoli", un luogo in cui la bellezza femminile non è più dannazione ma fortuna, il pesce non ha le lische e le scatole di tè racchiudono prodigi mai sentiti. Ma l'autrice di questi quattordici racconti, che ha lasciato Tirana a ventidue anni e ha scelto di scrivere in italiano, di sguardo ne ha inventato un obliquo, che gioca a ribaltare le ovvietà della lingua e dell'esistenza.
Ornela Vorpsi, born in Tirana in 1968, left her home country at the age of 22, lived in Milan for six years and finally moved to Paris in 1997. The prose author, fine artist, photographer and video artist studied at the colleges of art in Tirana, Milan and Paris. She has participated in exhibitions of contemporary art, most recently "The Balkans crossroad the future" (2004, Bologna), "Blood & Honey" (2003, Vienna) and "Politique d'intérieur" (2002, Paris). In 2001, she published "Nothing obvious", a volume of her photographic works (Scalo Verlag, Zurich). This was followed by two books, written in Italian but first published in France "Le pays où l'on ne meurt jamais" (The country where one never dies, Actes Sud, 2004, translated into more than ten languages) and "Buvez du cacao Van Houten" (Drink Van-Houten Cocoa, Actes Sud, 2005).
Efficacissimi ritratti di donne: madri, nonne, mogli, ragazze-immagine; ma anche di uomini, come l’indimenticabile Petraq, he sembra uscito da un quadro di Chagall o da un racconto di Bruno Shulz. L’Albania sullo sfondo del passato. L’Europa che non risulta la proiezione dei nostri desideri, delle nostre illusioni, nel presente. Ritratti sospesi. Racconti sospesi. In un elegante italiano, lingua letteraria di questa scrittrice albanese che ora vive a Parigi.
Racconti brevi o molto brevi, generalmente incisivi, nei quali Ornela Vorpsi - albanese, giunta presto in Italia e poi in Francia, oggi scrittrice pittrice fotografa e videoartista -, riversa ampie dosi del suo spaesamento: ho apprezzato a tratti, la Vorpsi scrittrice merita d'essere ritrovata e meglio valutata in narrazioni di più ampio respiro.
Colpo di fulmine. Racconti brevi, alcuni brevissimi, affreschi dolenti, impietosi, in alcuni casi tanto chiari da dare l'impressione di una sala operatoria, ogni centimetro esposto. Due dei quattordici racconti – "Giorno" e "Arti" – autentici capolavori in miniatura. La scrittura di Ornela Vorpsi è magnetica, mai banale, sofisticata eppure non fredda, sempre giustamente ancorata al corpo, alla vita, al fermento interiore. Alcuni temi ricorrono – la bellezza esteriore, il corpo perfetto, le donne attaccate ai figli più che ai mariti, l'instabilità mentale – e lungo tutta la narrazione si staglia l'Albania di fine Novecento, l'Albania dura dell'emigrazione come unica via di fuga, la continua connessione liquida con l'Italia il frutto dell'esperienza privata dell'autrice. Ora sono curiosa leggere altro di lei, a cominciare dal primo libro che pubblicò nel 2004, l'anno prima di questi racconti, Il paese dove non si muore mai.
Sono 14 racconti, molto brevi e tutti infelici. Sono 14 persone, donne e uomini, chi bloccato, chi desideroso di raggiungere "il paese de miracoli". Preferisco un romanzo ai racconti, perché il protagonista è unico e la sua storia viene dilungata nel tempo...fa meno male. I racconti sono ermetici e non c'è nulla che li possa rendere più accettabili e facili. Soprattutto se sono racconti di una terra piena di speranze e sogni che quasi sempre non si riescono a realizzare.
Il titolo è dato dal primo racconto : "A sedici anni, nei versi di Majakovskij, lessi una storia che mi segnò per sempre. La ditta Van Houten, che produceva dell'eccelente cacao, ebbe una trovata macabra e geniale : comprare l'ultimo desiderio di un condannato a morte per pubblicizzare la sua polvere scura. L'uomo davanti alla folla curiosa avrebbe dovuto gridare come ultimo desiderio lo slogan : Bevete cacao Van Houten! In compenso, la sua famiglia avrebbe ricevuto una somma di denaro sufficiente a vivere con tranquillità alemno per un paio d'anni. L'uomo gridò. La mia anima di sedicenne anche."