per una pura casualità mi sono trovata a leggere questo libro subito dopo "L'alba di un giorno nuovo" di Asor Rosa, che parte dalle stesse premesse: gli autori sono pressoché coetanei, ed in entrambi i casi si tratta delle loro memorie d'infanzia nel tremendo periodo 1938-45. devo dire che il racconto di Zargani, bimbo ebreo piemontese figlio di un musicista, risulta infinitamente più interessante di quello del piccolo ferroviere cattolico romano Asor Rosa; lo stile è spezzato e disuguale, con punte di eccellenza e abissi di confusione, e confuso è anche (volutamente) il racconto, nella sequenza temporale degli avvenimenti; il tutto però risulta estremamente vivido e continuamente illuminato da lampi di intelligente ironia, per non dire di quelle misture ebraico-piemontesi, parenti dei gas rari di Primo Levi, che tanto mi deliziano. quattro stellette solo per la discontinuità del livello letterario, ma per me è il libro dell'estate.