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The Book of Resemblances

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English, French (translation)

121 pages, Hardcover

First published April 1, 1976

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About the author

Edmond Jabès

91 books85 followers
Edmond Jabes was a major voice in French poetry in the latter half of this century. An Egyptian Jew, he was haunted by the question of place and the loss of place in relation to writing, and he was one of the most significant thinkers of what one might call poetical alienation. He focused on the space of the book, seeing it as the true space in which exile and the promised land meet in poetry and in question. (This is summarized from the reader's description in A New History of French Literature, ed. Denis Hollier.) Very many of Jabes's books of prose and poetry have been translated into English, including The Book of Dialogue ( Wesleyan, 1987) and The Book of Margins (Chicago, 1993), both translated by Rosmarie Waldrop.

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Profile Image for AngelusNovus.
14 reviews6 followers
July 11, 2012
Edmon Jabès è creatura rara. A metà tra il poeta e il saggio delle mitologie, tra il sapiente rabbino e il decostruttore della religione. Cammina in quella zona d’ombra dove la filosofia e la mistica s’intersecano per poi presentarsi con le coordinate di qualcosa di diverso. Capire la sua scrittura togliendola dal contesto che la ha generata ed alimentata è impresa ardua, forse impossibile. Si inserisce nella favolosa stagione della nuova filosofia francese, in cui Derrida e Lévinas hanno tracciato segni a un tempo ancorati al passato ma proiettati verso un futuro altro. Recuperando, oltretutto, il concetto più antico ed esasperato della storia: quel Dio di cui la filosofia aveva forse troppo prematuramente decretato la fine.

«Dio ha ucciso il nome che L’ha ucciso»

Edmond Jabès è il sismografo della Divinità. Edmond Jabès è lo spettro cromatografico delle variazioni della natura divina. Non la spiega, (come sarebbe possibile spiegarla?) ma la restituisce nella sua aporetica esistenza. Come un Dante postmoderno, ma ancorato alla tradizione ebraica. Come un Milton redivivo che, educato dalla cattedra dell’ermetismo poetico, fa della brevità il suo stiletto più affilato. Ma non è scrittore superficiale Jabès. Egli sa che la forma contratta di una frase è efficace quanto un poema per far esplodere Dio e l’uomo nella loro bellezza. E non è superficiale perché sa che Dio sarebbe solo senza l’uomo con cui dialogare. La teologia negativa è sterile in questo scritto. Non che essa non possa avere un luogo proprio, ma qui non è quel luogo. Ha imparato la lezione della Stella della Redenzione perché, il problema per Jabès, è capire e imparare a dire Dio senza il –non. Non vuole la negazione. Non accetta la riduzione dell’Altro a controfigura malevola dello Stesso. E in questo senso Jabès è pienamente Ebreo, incessantemente in cammino perché l’Ebreo è colui-che-non-ha-posto. Il non-luogo, non antropologicamente inteso, dell’esistenza di Jabès è nella scrittura (o nella Scrittura?) senza essere la scrittura. Non ci sono teorie linguistiche o ermeneutiche, sebbene egli sia pratico nei sentieri del Midrash. La sua discorsività è forse più intimamente legata all’oralità che non al grafema inciso, impresso o tracciato. La scrittura di Jabès è una scrittura allo stesso tempo corporale e pneumatica. Concetto ostico per l’occidentale erudito di grecità perché nell’ebraismo il corpo è carne ma è anche soffio divino. Non è mai narratore Jabès, non nel senso comune. La sua è un’arte performativa che restituisce la comunicazione tra uomini e Dio come una istantanea imperitura. I racconti di questo straordinario scrittore sono narrativi unicamente nella loro forma testuale. Per intenzione, essi sono al racconto avulsi.

Ha probabilmente ragione la prefazione della traduzione italiana quando afferma che «Non narra Jabès. Recita». Ma sebbene io possa esser d’accordo con questa sentenza, non posso non rilevare che la continuazione non mi convince affatto. Continua Vincenzo Vitiello nella prefazione per Moretti & Vitali, riferendosi alla somiglianza di Dio e uomo:

«non è la kenosi del Dio cristiano, la kenosi del Figlio. Che, operata in vista della redenzione dell’uomo, distingue, separa: il bene dal male, il buono dal reprobo. E anche quando perdona, perdona perché v’è già stata condanna».

A mio modo di vedere, sebbene strettamente legato alla tradizione ebraica, il testo di Jabès non può non esser stato in qualche modo infiltrato dal cristianesimo. Leggo proprio la kenosi in alcune delle sue pagine, dispositivo che come indicato sin dal messagio kerygmatico ma successivamente reinterpretato anche dalla filosofia contemporanea, è lo svuotamento di Dio da parte di Dio. Non dal suo Volto, immagine di ogni volto, che nasce la sua interrogazione ma dall’assenza di esso. Dall’assenza del libro nasce, come tutti gli altri libri di Jabès, il Libro delle somiglianze. La brevità con cui Jabès riporta le sue sentenze è avvolta dal mistero dell’autorevolezza. Autorevolezza, badate, e non autorità perché basata su nulla più che la sua spoglia parola, sulla sua costruzione fraseologica veloce ma efficace.
È soprattutto l’Esilio il tema di Jabès:

«L’esilio fu, forse, la prima domanda, perché l’esilio fu la parola prima –. l’ante-esilio è l’ante-parola –. Domanda della creatura mortale all’immortale creatura delusa».

Ma l’abbandono forzato della propria casa – intesa come luogo latu sensu a cui si appartiene e che appartiene a noi solo in quanto custodi e non proprietari – in lui non si trasforma in desiderio di ritorno né nel ricordo di un passato aureo oramai mitizzato quanto non reintegrabile. Jabès infatti tramuta questa condizione in una costellazione di immagini, figure ed aneddoti che restituiscono invece che il peso del distacco la misura di un’etica. La scrittura di Jabès è certamente simbolo di una ferita e di una separazione. Ma al tempo stesso è la rivelazione di una resistenza al nulla fatta di parole. L’ancorarsi al Libro è l’ossessione della scrittura di Jabès. Più che ossessione è il suo sostrato necessario. È dall’assenza del Libro che prende il via la scrittura dell’autore. Libro assente in cui ogni pagina racconta la distanza dell’origine. Ma anche Libro che è dimora, casa natale. Giocare entro questo clivage significa appunto l’esilio, che è vagare nel deserto – e forse nessuno come Jabès ha raccontato il deserto – ma anche trovare in esso il luogo della vera Parola di un Dio che è senza domanda né risposta, senza volto e senza nome:

«Dio è, di Dio, il silenzio che tace»

La facile e svalutata metafora della distesa di sabbia come desertificazione interiore non è sfiorata nemmeno da lontano in Jabès. Del deserto egli ha raccontato tutto, dal fremito del singolo granello di sabbia alla vertigine di un silenzio senza misura eppure così singolarmente legato a ogni cosa da poterne colorare fin le più infinitesime variazioni particolari. Il silenzio è diventato così per lui la misura della metafisica ma anche cifra stilistica della sua poetica.
Sarebbe una operazione storicamente e filologicamente inesatta pensare a Jabès come ad un mistico – termine influenzato troppo, forse, dalla concezione cristiana e soprattutto distorto dalla scuola di storia delle religioni dei primi del Novecento – ma mai come per Jabès «l’ebraismo è privo di religione e tuttavia assediato da Dio, privo di promessa e tuttavia radicato nel dialogo». Svuotato dalla pesantezza del codice e del dogma il testo di Jabès riporta al lettore solamente la spoglia verità del vocabolo, nella forma dell’interrogazione costantemente reiterata. La lettera del testo non mira a restituire una fascinazione teologica, mistica o dottrinale aprendo invece ad altri significati. Il testo che si pretendeva Sacro e quindi separato si arricchisce per primo di quel mistero che è l’Ospitalità. Ecco ancora l’argomento. La sottile metafora dell’hospes/hostis. L’ospite, il nemico. Lo straniero, per estensione, che può essere il primo, quanto assumere le sembianze inquietanti del secondo. Simbolo di una lingua estranea, figura dell’Altro da sé. Visitazione del potenziale nocivo, che nondimeno dovremmo essere chiamati a riconoscere in noi stessi non come specchio del medesimo ma sempre pensato come singolarità estranea. Unito al tema della peregrinazione ci insegna che noi siamo stranieri, non solo quando viaggiamo in terre incognite ma quando parliamo, quando scriviamo, quando ci relazioniamo ad Altri nella misura in cui essi ci stanno di fronte, con l’eterna ripetizione della domanda che si rigenera. Emerge a questo punto il tema della prossimità , dell’accoglienza che sembra eccedere i limiti dell’ars politica per accedere alla sfera dell’etica. Tutto questo Jabès non lo dimentica mai, ricordando la violenza contro gli ebre e ricordandosi anche dei suoi fratelli palestinesi vessati dalle violenze dello Stato d’Israele. “E”, mai come in Jabès, l’ebraismo si sgancia dalla sua connotazione etnica per diventare condizione comune, al vessato, al violentato, all’oppresso e, specialmente, a colui che vaga senza (più) radici:

«L’ebraismo è presente ovunque l’uomo è calpestato, perseguitato: ma l’ebreo è solo di fronte al proprio destino. Non condivide le gioie dei suoi simili che per un momento; così è colui che per esistere sempre si allontana; perché la lontananza è la sua miglior tutela. I rapporti con lui si inscrivono in questa lontananza imposta, dove egli si muove, parla e muore, come se la strada percorsa generasse sempre altra strada».


Dalla politica all’etica è altra sfumatura. Altra strategia per riconoscere in Altri l’estraneo e cominciare a trattarlo non come tale pur sapendo tenerlo separato, per rispetto di entrambi, da sé stessi. Difficile movimento per non tipizzare colui che ci viene incontro eppure riconoscerlo diverso come noi.

Per Jabès la prima forma di ospitalità non può avvenire che nel Libro. Luogo desertico, ma non vuoto né sterile. Luogo d’accoglienza del primo estraneo che è il lettore.
380 reviews14 followers
August 1, 2021
The Book of Resemblances, 2. Intimations. The Desert is a lengthy, aphoristic mediation on writing, books, words, life, and death, liberally sprinkled with quotations from imagination Jewish scholars. It is full of contradictions, puzzles, unstated questions, incomprehensible answers; the desert figures, it seems, as a ground on which infinite uncertainties can play out, where books and bodies are buried.

Now and then a story emerges, only to stop before it ends, replaced by the short paragraphs of Zen-like emptiness that came before.

Jabes seems to be grappling, in part, with his own condition as an exile, having been expelled from--or just voluntarily left--Egypt in 1956, the year most Egyptian Jews suddenly found their homeland no longer hospitable (see, for instance, Andre Aciman, Out of Egypt. A Memoir). But the deeper questions have to do with God and his relation to this deity, a relation bound up with all the questions, quasi-answers, paradoxes, and oxymorons.

Not an easy read. I can only imagine the challenge Rosmarie Waldrop faced when she took up the challenge of rendering it from French to English. It's clear from the instances where she quotes a couple of French words that much word play has gone missing in the impossibility of reproducing in English the game Jabes has played.
Profile Image for María Belén.
106 reviews20 followers
July 20, 2021
"Todo lector es el elegido de un libro".


Tal vez debí leer primero 'El libro de las preguntas' para así conocer el texto que da origen a la semejanza. Sin embargo, ha sido una experiencia que alumbra. Edmond Jabès es un antes y un después. Mucha belleza en este libro.
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