E' letteralmente un Harmony storico. Profilo narrativo scarso; profilo storico nullo.
Si diceva: dal punto di vista narrativo, siamo di fronte a un romanzo scritto in maniera banale, con personaggi o caricaturali al limite dell'insulto o piatti come un tavolo, con una trama che riscrive in moltissimi aspetti la storia peggiorandola su tutti i fronti (per la serie, historia magistra vitae ...); in più, imperdonabile, manca del tutto sia una ricostruzione credibile della vita, della società e del modo di pensare romano (come se si fossero calati nella vicenda fatti e personaggi così neutri che sarebbero potuti andare bene in qualunque altra epoca storica) sia l'approfondimento della psicologia di Cesare. Manca, cioè, quello che ad esempio ha fatto in maniera esemplare Vidal con Giuliano.
Tolta quindi qualunque pretesa letteraria e mettendosi a leggere come se si fosse di fronte a un Harmony, si legge anche abbastanza bene come puro passatempo, e varrebbe anche due stelle.
Il libro vale le due stelle solo, però, se si risottolinea il fatto che questo non è in nessun modo un romanzo storico: oltre che per quanto s'è detto sopra, anche, e soprattutto, per una quantità enorme di (o)rrori tali da far rabbrividire lo storico che è in ognuno di noi.
Tanto per citare i più clamorosi e tralasciando quelli più strettamenti connessi allo sviluppo dell'epopea di Cesare in Gallia, si scopre qui che:
- Cesare e il suo futuro assassino Bruto sono coetanei (quando avevano almeno 20 anni di differenza e il secondo avrebbe tranquillamente potuto essere - e le malelingue dicevano lo fosse sul serio - il figlio del primo);
- Bruto è uno dei generali di Cesare: il vero Marco Giunio Bruto non fu mai soldato, se non negli ultimi anni di Filippi e men che meno lo fu agli ordini di Cesare in Gallia;
- fra i luogotenenti di Cesare figura anche Ottaviano, il futuro Augusto. Cosa impossibile visto che Cesare partì per la Gallia nel 58 a.C., quando Ottaviano aveva appena 5 anni...
- Servilia, madre di Bruto, che fu per anni l'amante più o meno ufficiale di Cesare, qui diventa incomprensibilmente la tenutaria d'un bordello di lusso: una pappona (di classe) al posto d'una aristocratica di antichissima stirpe e figlia di console. Per di più, si dà a intendere che fra Servilia e Cesare intercorrano parecchi anni di differenza quando invece erano più o meno coetanei;
- si sbaglia l'anno (62 a.C.) della congiura di Catilina, che per giunta viene scoperta da Cesare, quando fu invece Cicerone (nemmeno nominato nel libro) a rendere nota a tutto il Senato la situazione (Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? ecc, come ogni buon liceale sa perfettamente);
- Catone risulta morto. Peccato lo abbiano poi chiamato l'Uticense proprio perché si suicidò a Utica, città africana, dopo essere stato un irridicubile avversario di Cesare nella sua ascesa al potere e essere stato sconfitto prima a Farsalo con Pompeo e poi a Tapso con gli ultimi repubblicani. Nel 46 a.C., cioè dodici anni dopo le vicende qui narrate.
Per finire, ci sono degli errori storici più sfumati ma così marchiani da far dubitare senza appello della già precaria autorevolezza dell'autore, di cui si dice nella quarta di copertina - come sempre ingannevole - sia addirittura un accademico. Un accademico che parla di:
- legionari romani che nel tempo libero partecipano a tornei insieme a dei gladiatori, quando nessun soldato romano non sommerso di debiti avrebbe mai partecipato a tali esibizioni - essendo il mestiere del gladiatore considerato spregievole - e men che meno avrebbe chiamato la singolar tenzone "torneo", parola entrata nel lessico occidentale nel Medioevo;
- Cesare stupito dal fatto che i Galli allungano il vino con l'acqua quando il vino romano, essendo sciropposo e dolciastro, veniva sempre allungato con l'acqua;
- Cesare che, sulle sponde del Rodano prima di invadere la Gallia, pensa alle tante arance che saranno a breve colte per un banchetto. Arance. Sul Rodano. Nel 58 a.C. Al di là del colossale sfondone geografico, dato che sul Rodano arance non ne hanno mai raccolte, forse non si nota l'altrettanto colossale sfondone storico, dato che le arance sono state importate in Europa solo in età moderna. Le patate arrosto e la polenta purtroppo non le ho trovate citate come prelibatezze apprezzate dal caro Cesare;
- Cesare che osserva il nemico con un tubo dotato di lenti trattate alle estremità: un cannocchiale, in sostanza. Cannocchiale che fu scoperto da un olandese nel Seicento e poi, come tutti sanno, sviluppato da Galileo;
- gli Elvezi che combattono con una formazione simile alla falange macedone, ossia avanzando compatti con picche in resta...per chi mastica un pò di storia, il riferimento (oscenamente maldestro, però) è ai famosi picchieri svizzeri che, combattendo in quel modo, furono le migliori fanterie del tardo Quattrocento. Ossia 1500 anni dopo Cesare.
Altra cosa agghiacciante: Cesare viene continuamente chiamato, da tutti (amici conoscenti e sottoposti), Giulio (Giulio!). Ora, delle tre parti che componevano i nomi propri romani quella centrale (il gentilizio, che indicava l'appartenenza a una specifica gens - la gens Julia, in questo caso, come arcinoto) non veniva usato mai fra intimi e familiari; in quei casi s'usava il praenomen, che era il corrispondente del nostro nome (Caio) o al massimo il cognomen, che invece era una specie di epiteto (Cesare, che si pensa derivi dal fatto di essere venuto alla luce mediante taglio cesareo). Tanto per capirci, Cesare alla nostra anagrafe sarebbe risultato come "Caio Giulio" (soprannominato Cesare).
La pretesa da parte di questo romanzaccio di sembrare storicamente accurato, superando ampiamente la soglia del ridicolo, lo fa precipitare nel mio personalissimo angolo della vergogna. La storia è una cosa seria, non una pagliacciata di cui chiunque può ciarlare.
E concludendo penso che dovrebbero ritirare d'ufficio la laurea a mr. Iggulden. Qualunque sia la laurea presa. Se c'è una laurea; se c'è, come immagino, un diploma da elettricista di Scuola Radio Elettra, ritirategli pure quello.