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. La familiarità data dalle voci stesse dei personaggi, dai loro modi di dire e di pensare, le dinamiche spesso simili tra madre e figli, i ricordi che si passano di generazione in generazione. Ricordare il modo di parlare di una persona cara, il suo modo di vestire, l’inflessione della voce, il ritmo di una risata o di un sospiro, le cose che piacciono o non piacciono. Sono queste piccole cose che cementano l’idea di familiarità e, quindi, di famiglia. Ho ascoltato l’audiolibro pulendo casa ed ogni tanto mi trovavo a parlare da sola, con mia madre che mi guardava strana: ed io lì a spiegarle che la narrazione era fantastica, i dialoghi così familiari, ormai entrati nel mio cuore, e poi gli intrecci della storia con la Storia, le conoscenze della famiglia con personaggi fondamentali dell’epoca. Alla fine il mio cervello era dissolto, esploso. 🤯 Ogni tanto mi rileggo alcuni passaggi da internet, in attesa di trovare una copia cartacea e portarla con me a casa. Avevo paura di leggere la Ginzburg, per me è un mostro sacro, ma ho capito che la sua bravura sta nel narrare col cesello la storia (piccola, forse banale, semplice o tranquilla) e la Storia contemporaneamente. Ora mi si è aperto un mondo.
Pavese commetteva errori più gravi dei nostri. Perché i nostri errori erano generati da impulso, imprudenza, stupidità e candore; e invece gli errori di Pavese nascevano dalla prudenza, dall'astuzia, dal calcolo, e dall'intelligenza. Nulla è pericoloso come questa sorta di errori. Possono essere, come lo furono per lui, mortali; perché dalle strade che si sbagliano per astuzia, è difficile ritornare. Gli errori che si commettono per astuzia, ci avviluppano strettamente: l'astuzia mette in noi radici più ferme che non l'avventatezza o l'imprudenza: come sciogliersi da quei legami così tenaci, così stretti, così profondi? La prudenza, il calcolo, l'astuzia hanno il volto della ragione: il volto, la voce amara della ragione, che argomenta con i suoi argomenti infallibili, ai quali non c'è nulla da rispondere, non c'è che assentire.
Pavese si uccise un'estate che non c'era, a Torino, nessuno di noi. Aveva preparato e calcolato le circostanze che riguardavano la sua morte, come uno che prepara e predispone il corso d'una passeggiata o d'una serata. Non amava vi fosse, nelle passeggiate e nelle serate, nulla d'imprevisto o di casuale. Quando andavamo, lui, io, i Balbo e l'editore, a far passeggiate in collina, s'irritava moltissimo se qualcosa deviava il corso da lui predisposto, se qualcuno arrivava tardi all'appuntamento, se cambiavamo all'improvviso il programma, se si aggiungeva a noi una persona imprevista, se una circostanza fortuita ci portava a mangiare, invece che nella trattoria che lui aveva prescelto, nella casa di qualche conoscente incontrato inaspettatamente per strada. L'imprevisto lo metteva a disagio. Non amava esser colto di sorpresa.
Aveva parlato, per anni, di uccidersi. Nessuno gli credette mai. Quando veniva da me e da Leone mangiando ciliege, e i tedeschi prendevano la Francia, già allora ne parlava. Non per la Francia, non per i tedeschi, non per la guerra che stava investendo l'Italia. Della guerra aveva paura, ma non abbastanza per uccidersi a motivo della guerra. Continuò tuttavia ad avere paura della guerra, anche dopo che la guerra era da gran tempo finita: come, del resto, noi tutti. Perché questo ci accadde, che appena finita la guerra ricominciammo subito ad aver paura di una nuova guerra, e a pensarci sempre. E lui temeva una nuova guerra più di tutti noi. E in lui la paura era più grande che in noi: era in lui, la paura, il vortice dell'imprevisto e dell'inconoscibile, che sembrava orrendo alla lucidità del suo pensiero; acque buie, vorticose e venefiche sulle rive spoglie della sua vita.