Bionde, bellissime e sempre in attesa di un principe: le principesse delle fiabe tradizionali ci hanno cresciuto e continuano a farlo. Ma oggi, che provengano da un libro, un film o una serie, Cenerentola e Buffy, Biancaneve e Sailor Moon, Mulan e Xena, la Sirenetta e Scully (e molte altre) servono anche a rendere visibili le gabbie, arrugginite ma tenaci, del sessismo, dell’omofobia e del razzismo. Leggerle ci permette di costruire immaginari in cui non ci sia spazio solo per principesse, streghe o guerriere, ma per donne, persone queer, persone con disabilità o di etnie che non vediamo mai rappresentate. Non si tratta di una questione etica o di politicamente corretto, è una necessità: abbiamo bisogno di nuove storie per poterci ricollocare in un mondo in cui i modelli stereotipati stanno perdendo centralità. Una rivoluzione che non è una battaglia per occupare spazi, ma una sete di altre storie, che ci aiutino a mettere in dubbio la nostra o a cominciarne una nuova. L’unico modo per farlo è restituire alle principesse il potere di raccontare la loro.
Sempre più consapevoli di chi vogliamo essere e di come fare per esserlo, nonostante gli ostacoli che incontriamo sulla strada, come fare a uccidere le principesse che ci hanno inculcato a essere? Dobbiamo proprio ucciderle? Leggete questo saggio!
Ero curiosissima di leggere questo saggio del quale avevo avuto la fortuna di assistere alla presentazione al bookpride di Milano circa un mese fa. Mi è piaciuto davvero molto, mi piace come Giusi Marchetta ci prende per mano e prova a smontare l’idea che gran parte di noi ha della Principessa e che è ancora fortemente radicata. Ho sperimentato mio malgrado un padre che non voleva “rompere il sogno della Principessa” delle proprie figlie (mie nipoti) portandole alla celebrazione di un’unione civile (la mia). Mi suonava ridicolo allora (era giusto qualche anno fa, il 2019) e oggi ancor di più, ma questa lettura è stata un po’ una terapia e ha aggiunto tasselli di consapevolezza. La seconda parte del libro è un revival in chiave critica dei pilastri della mia adolescenza con le serie tv anni Novanta (X-files, Xena, Fantaghirò, Buffy, Ellen, Daria) che mi hanno aperto gli occhi, la coscienza e mi hanno reso ciò che sono oggi. Consiglio questo testo a tuttə, Millennials in primis, a chiunque abbia sentito almeno in qualche occasione che qualcosa non andava nella narrazione che gli veniva propinata mentre si formavano e cercavano di capire chi volevano essere e dove potevano arrivare.
"Se mi prendi la voce che cosa mi resta?" La Sirenetta, H.C. Andersen
La bella Ariel della fiaba danese non sopravvive alla penna del suo creatore: ha ceduto la voce alla Strega del Mare in cambio di gambe umane e della vita sulla terra, ma è un'altra la principessa che convola a nozze col principe. Potrebbe ucciderlo, e la Strega del Mare le permetterebbe di tornare all'oceano dal quale proviene, ma Ariel non lo fa, non può prendere questa decisione e allora muore: la sua voce non può ergersi a reclamare un destino diverso ed un finale che non sia quello lieto delle nozze, o la morte. Una fiaba su diversità ed emarginazione sentimentale che nel 1837 non può che avere questo epilogo.
C'erano una volta...le fiabe europee di Andersen, di Perrault e dei fratelli Grimm; fiabe che hanno attinto alla tradizione orale, alla cultura popolare, piene di elementi macabri truci violenti, che hanno viaggiato in tutto il mondo con poche differenze tra un continente e l'altro.
C'erano una volta le principesse e...ciò che in epoca moderna abbiamo voluto diventassero: modelli stereotipati di bellezza, magrezza, bontà d'animo, candore della pelle, assoluta passività. Ariel sopravvive nel film della Disney e sposa il principe: un finale privo di senso, che snatura la fiaba. Certo, la principessa è da sempre un archetipo: più che una persona, una funzione, quella del lieto fine che quasi sempre coincide con le nozze.
Questo libro è un interessante percorso che parte dalle fiabe classiche e, attraverso Walt Disney e serie televisive più recenti, ricostruisce l'immagine e il ruolo delle principesse: che ancora oggi è proposto come preponderante alle bambine. Ne deriva una riflessione sui femminismi di oggi, sulle minoranze emarginate e le diversità.
Che cosa vuol dire per le donne la parola libera? Lo stesso interrogativo di Toni Morrison (che guarda caso, propongo questo mese insieme a Principesse) e della sua opera, cui Giusi è grata per lo sguardo chiaro e fermo con cui ci chiama a muoverci verso la libertà "e la funzione della libertà è rendere liberi gli altri". Cioè abbattere l'archetipo, ma chiedersi poi dove sono le altre. Perché sole non ci si salva.
Accanto a Principesse, mi viene in mente La Principessa e il Drago (ed. Giralangolo) che leggevo a mio figlio nel 2014 circa, e che termina così:
"E fu così che quei due non si sposarono, dopo tutto."
“Che cos'è dunque una principessa? Innanzitutto è un ruolo nello schema delle funzioni individuate da Vladimir Propp. A differenza del principe, infatti, che rappresenta una simbolica salvezza e il cui titolo si tradurrà prima o poi nell'attribuzione di un regno, la bella e giovane ragazza al centro di una narrazione svolge un compito preciso, che il più delle volte coincide con il "premio" conquistato dall'eroe attraverso il superamento di alcune prove. Questo non significa che tutte le principesse presenti nelle fiabe svolgano questo ruolo: la "funzione principessa" scatta solo quando assolve al compito di ricompensa e si affianca al giovane da premiare. In altre parole, non esiste quasi mai principessa senza un’idea di nozze.” p.23-24
“Insomma: non è importante che la principessa agisca, ma è fondamentale che sia bella e questo vale per Biancaneve, per Rosaspina e per le altre protagoniste delle fiabe che esistono solo in funzione delle nozze alla fine della storia. La bellezza come requisito passivo della principessa, infatti, la rende visibile agli occhi degli uomini che decidono di volta in volta di risparmiarle la vita, di accoglierla in casa o di violentarla come atto d'amore, omaggio, desiderio.” p.31
“Non posso fare a meno di pensare però che nella vita re. ale la scelta di tradire lo stereotipo e di rinnegare la tradizio-ne, la moda, l'educazione familiare, significa lottare e, in certi contesti, non spuntarla se non pagando un prezzo più o meno alto. Seguire le regole della tradizione, andare verso un lieto fine - per falso che sia - pone meno problemi nell'immediato: essere principesse in un mondo di principesse significa pur sempre sentirsi "nel posto giusto".” p.86
“Trasformare la principessa (che aspetta) in un'eroina (che viaggia in modo intenzionale) è un'operazione che le concede uno spazio nel mondo che prima non le veniva riconosciuto e soprattutto non era considerato un aspetto naturale del suo stare al mondo. Questo è significativo. Considerare quanto le strutture narrative consolidate nel tempo siano il frutto di una cultura patriarcale ci aiuta a spiegarle e a intervenire per modificarne i costrutti; provare a farlo vivendo in un contesto che considera quelle strutture naturali perché la cultura patriarcale persiste e ti educa a pensare che lo siano è molto più difficile. Rappresentare le donne con le loro sfumature e metterle davvero al centro delle storie non può quindi essere considerata solo un'operazione narrativa: è una presa di posizione politica.” p.105
“[..] farsi completamente carico della sconfitta come del successo non solo significa negare l'esistenza di un tessuto sociale con determinate caratteristiche, ma rispondere in modo individuale a un'esigenza collettiva di giustizia più che di pari opportunità.” p.140
“[..] questo continuo assalto al corpo delle donne, alla loro inte. ligenza, questo continuo rinchiuderle in un'immagine ste. reotipata (in un senso o nell'altro) sia dovuto al tentativo di mantenere uno stato di predominio patriarcale fragile che non può contare su motivazioni innate o biologiche, ma solo su costrutti sociali tenuti in piedi in modo consapevole. Qualsiasi cosa si opponga o rischi di consumare le fondamenta di questa supremazia viene aggredita con forza proporzionale alla paura che questa opposizione funzioni e cambi lo stato delle cose. L'invenzione di una donna fragile o che ha valore solo in quanto bella o madre, come quella della femminista che odia gli uomini, è un mito costruito per convincere le donne di aver bisogno di relazionarsi sempre a un gruppo di "osservatori" per sentirsi sulla strada giusta. «Se una donna sente di aver bisogno di qualcosa al di fuori di se per legittimare e convalidare la propria esistenza, sta gela rinunciando al proprio potere di autodeninizione, alla propria autorevolezza» scrive bell hooks," un'affermazione che purtroppo risuona troppo vera.” p.142
“Un contatto con il mondo degli altri è possibile solo se siamo esposti a una varietà di storie e di punti vista che ce lo mostrino in tutte le sue sfumature. In questo mondo narrato non esistono confini: la nostra identità può così servirsi di tutti gli spunti in arrivo per dare un senso a quello che ci circonda e per collocarci nella società senza gerarchie e senza (far) sentire il peso di un'unica storia che ignora le altre storie, ne considera sbagliati i personaggi o che, semplicemente, non li racconta davvero. Questo processo di confronto costante con storie diverse non è solo uno strumento di conoscenza del mondo quindi ma anche di empowerment perché ci consente di negoziare con altri l'interpretazione di un fenomeno, un evento, un fatto (come una storia tra due persone dello stesso sesso) e di poterne vedere aspetti che la nostra limitata esperienza rende inafferrabili.” p.184-185
“[…] credo sia importante arricchire sempre di più il nostro immaginario con storie che raccontino l'esperienza di donne, di persone queer o con disabilità o di etnie che non vediamo mai rappresentate perché questi punti di vista mettono in luce gli spigoli della società contro cui altri non vanno mai a sbattere. Non è solo una questione etica (o politicamente corretta come molti la vorrebbero etichettare) ma una necessità letteraria: abbiamo bisogno di buone storie, di nuove storie, per poterci ricollocare in un mondo in cui per fortuna alcuni modelli stereotipati stanno perdendo centralità. Questa rivoluzione culturale non è una battaglia per occupare spazi o per mantenere gerarchie antiquate e traballanti. È sete di storie diverse che ci aiutino a mettere in dubbio la nostra o che di aiutino a trovarne una nuova.” p.190
“Sparigliare le carte in questo modo non è soltanto un gioco narrativo, come sfidare i bambini in classe a cambiare il finale alle fiabe; è riappropriarsi di una narrazione che non è mai stata neutra rispetto a quello che raccontava, né mai universale.” p.203
“in definitiva, l'unico modo per uccidere per sempre la principessa (e la guerriera e tutte le altre) è smettere di raccontare le storie che il sistema patriarcale è felice di ascoltare, soprattutto quelle che solo in apparenza sembrano sfidarlo. Smettere ad esempio di raccontare come una conquista la storia della donna che diventa presidente se con la sua politica discrimina e priva di tutele uomini e donne. Quella non è una donna: è una principessa/guerriera, e sta esattamente dove il sistema le consente di stare perché la sua narrazione in fondo non disturba e non fa tremare le fondamenta del castello.” p.208
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Io non pensavo di emozionarmi con un saggio (per quello in teoria c'è la narrativa), ma Giusi Marchetta parla di principesse e di archetipi per parlare di qualcosa di più profondo, che non so come mi ha toccato dentro, pizzicando una corda nella mia anima. Mi ha convinto a rivedere Buffy, mi ha fatto venire voglia di vedere Sailor Moon. Mi ha fatto desiderare che in questo libro ci fossero molte più principesse. Avrei voluto ci fosse un capitolo per She-Ra e penso darei un rene per un viaggio dell'eroina scritto da lei. Ci vorrà un po' per mettere insieme un pensiero ordinato, ma ne avevo bisogno.
Forse a causa dell'aspettativa che mi ero fatta del libro, devo ammettere che sono rimasta un po' delusa. L'idea di partenza era buona, anche ottima ma non ho potuto fare a meno per tutto il libro di notare come l'autrice si andata un po' a tentoni. Non tanto sull'analisi (anche ben fatta) delle principesse Disney ma del significato stesso che lei stessa offre al simbolo della principessa, pagina dopo pagina sembra tutto sempre più confuso. Diciamo che non lo sapeva nemmeno lei (o almeno è ciò che mi ha trasmesso). Mi è sembrato che cercasse di chiarirsi le idee lei stessa durante la scrittura stessa del libro e questo non mi è piaciuto per niente. Ho trovato il libro un po' sottotono, anche poco chiaro... vuole dire ma finisce per non dire poi un granché, o almeno niente di più di ciò che era largamente noto a tuttɜ.
E' in parte il libro che avrei voluto scrivere quindici anni fa, in particolar modo sulle principesse Disney. L'autrice allarga il campo fino a comprendere Lady D., X-Files, Xena, Buffy e tante altre. Sono combattuta rispetto a quello che penso del libro. Mi piace molto il modo in cui analizza gli stereotipi e le insidie dietro ai modelli di principesse con cui siamo cresciute, trovo che la sua capacità di spiegare perchè siano rappresentazioni tossiche per l'autodeterminazione femminile superi di gran lunga la mia. Dall'altra parte, la tendenza con cui inserisce brani narrativi nel saggio mi innervosisce, rivela uno stile spesso retorico e talvolta sembra non abbia granchè da dire. Non apprezzo nemmeno il modo in cui si sposta da un argomento all'altro, li abbandona, li riprende: non riesco a tenere le fila del discorso, mi sembra una tecnica narrativa intenzionale ma irritante e pretestuosa. Ci sono molti temi soltanto abbozzati, diversi personaggi citati in un paragrafo. Avrei preferito un maggiore focus su pochi e significativi temi. In ogni caso, è un tentativo interessante di ragionare sui modelli che continuiamo a proporre alle bambine.
“Che cos’è dunque una principessa? Innanzitutto è un ruolo nello schema delle funzioni individuate da Vladimir Propp. A differenza del principe, infatti, che rappresenta una simbolica salvezza e il cui titolo si tradurrà prima o poi nell'attribuzione di un regno, la bella e giovane ragazza al centro di una narrazione svolge un compito preciso, che il più delle volte coincide con il ‘premio’ conquistato dall'eroe attraverso il superamento di alcune prove. [...] la ‘funzione principessa’ scatta solo quando assolve al compito di ricompensa e si affianca al giovane da premiare.In altre parole, non esiste quasi mai principessa senza un’idea di nozze.”
Studiando si impara. E approfondendo e aprendo la mente.
Per me sta diventando sempre più importante comprendere i meccanismi che producono gli effetti; togliere il velo dagli occhi per guardare sotto la patina, oltre l'assodato, dietro l'intenzione pedagogica che si pone l'obiettivo di creare modelli. Mai inconsapevolmente, mai involontariamente.
Ciò che non si vede e non si comprende, non si può cambiare.
“Che cos’è dunque una principessa? Innanzitutto è un ruolo nello schema delle funzioni individuate da Vladimir Propp. A differenza del principe, infatti, che rappresenta una simbolica salvezza e il cui titolo si tradurrà prima o poi nell'attribuzione di un regno, la bella e giovane ragazza al centro di una narrazione svolge un compito preciso, che il più delle volte coincide con il ‘premio’ conquistato dall'eroe attraverso il superamento di alcune prove. Questo non significa che tutte le principesse presenti nelle fiabe svolgano questo ruolo: la ‘funzione principessa’ scatta solo quando assolve al compito di ricompensa e si affianca al giovane da premiare. In altre parole, non esiste quasi mai principessa senza un’idea di nozze.”
Un saggio sulle principesse, il femminismo, la femminilità, noi e gli altri, e sull’importanza delle storie. Di certe storie, raccontate in un certo modo. Cosa farne delle principesse? Ucciderle? Risparmiarle? Cambiarle?
“Non per forza principesse o cacciatrici; né necessariamente madri o mogli. Le cose che possiamo essere sono tante e, con un po' di coraggio e vedendole tutte, anche noi possiamo cambiare il mondo.”
Che lettura. Ho bisogno di consigliarlo a tutti!! Pensavo fosse "solo" un libro di critica sulle principesse, che non ho mai amato e quindi ero un po' restia a iniziarlo. insomma pensavo di sapere di cosa parlasse e dove volesse andare a parare e invece.. Mi è arrivata fortissima la voce dell'autrice, la sua rabbia, le sue ricerche, i suoi pensieri e mi ha smosso molto. È una lettura ricca che arricchisce tanto.
Dalle principesse Disney, alle serie TV. Da Lady D a Xena. Tutti gli stereotipi che si sono percorsi nel tempo e quelli che invece ci hanno aiutato a lottare per cambiare. Dobbiamo davvero ammazzare le principesse per far si che le nuove generazioni vivano senza lo stigma pesante della teoria di genere ? Un bel saggio che consiglio a tutti . Io femminista incallita mi ci sono ritrovata tantissimo.
Un saggio divulgativo, a tratti quasi narrativo, sul ruolo della "principessa" nei media e di come questo abbia influenzato e continui a influenzare i ruoli di genere. Una lettura scorrevole e piacevole piena di riferimenti pop che vengono riletti alla luce della tesi che il libro sostiene. Nel complesso interessante.
Ho vent’anni di più dell’autrice e non sempre le esperienze (filmografie) coincidono, ma le principesse sollevano i medesimi dubbi. Piano piano però ci si sta spostando sul margine indicato da Toni Morrison, quale che siano state le epifanie. Una lettura interessante e intelligente.
"Non per forza principesse o cacciatrici; né necessariamente madri o mogli. Le cose che possiamo essere sono tante e, con un po' di coraggio e vedendole tutte, anche noi possiamo cambiare il mondo."
Il libro parla delle principesse per anni prese a modello culturale da sempre per le bambine di tutto il mondo. L’autrice ripercorre la storia di ognuna di loro, da quelle Disney a quelle odierne presenti in film, cartoni animati, serie tv e anche nella realtà. Ma quale insegnamento sono state per le bambine di ieri e quale per quelle di oggi? Ogni principessa è sempre in attesa di qualcuno, come un principe, o di qualcosa che accada perché la sua vita si risolva o si realizzi. In questo libro l’autrice cerca di restituire a ogni principessa il diritto di narrarsi e la possibilità educativa a ogni bambina di oggi di poter scegliere se attendere di essere salvata o essere leader della propria vita. Un libro femminista bello, divertente, molto ben scritto e ricco di note a piè di pagina molto preziose.
le fiabe di Andersen, di Perrault e dei fratelli Grimm, fiabe piene di elementi macabri e violenti che hanno viaggiato in tutto il mondo giungendo fino a noi. E poi c’erano una volta loro: le PRINCIPESSE! Modelli stereotipati di bellezza, magrezza, bontà d'animo, candore della pelle e assoluta passività. Certo, la principessa da sempre rappresenta un archetipo più che una persona, una vera e propria funzione: quella del lieto fine che quasi sempre coincide con le nozze. Bionde, bellissime e sempre in attesa di un principe: le principesse delle fiabe tradizionali ci hanno cresciuto e continuano a farlo. Ma oggi, che provengano da un libro, un film o una serie, Cenerentola e Buffy, Biancaneve e Sailor Moon, Mulan e Xena, la Sirenetta e Scully (e molte altre) servono anche a rendere visibili le gabbie, arrugginite ma tenaci, del sessismo, dell’omofobia e del razzismo.
Giusi Marchetta ci prende per mano e prova a smontare l’idea che gran parte di noi ha della Principessa e ricostruisce l'immagine e il ruolo delle principesse ed eroine femminili che ancora oggi è proposto come preponderante alle bambine. Ne deriva una riflessione sui femminismi di oggi, sulle minoranze emarginate e sulle diversità.
Consiglio questo testo a tuttə, a chiunque abbia sentito almeno in qualche occasione che qualcosa non andava nella narrazione che viene propinata mentre si formavano e cercavano di capire chi volevano essere e dove potevano arrivare. Abbiamo bisogno di nuove storie per poterci ricollocare in un mondo in cui i modelli stereotipati stanno perdendo centralità. Una rivoluzione che non è una battaglia per occupare spazi, ma una sete di altre storie, che ci aiutino a mettere in dubbio la nostra o a cominciarne una nuova.