Nata nel 1970 da una famiglia Cino-Cambogiana di Phnom Pen, Loung Ung vive la separazione dai suoi cari a seguito dell’Angkar, ossia il feroce governo dei Khmer Rossi.
” Tra il 1975 e il 1979, i Khmer Rossi hanno sistematicamente massacrato due milioni di cambogiani, quasi un quarto della popolazione dell’intero paese. Un eccidio perpetrato ricorrendo a mezzi quali le esecuzioni sommarie, il lavoro forzato e un razionamento del cibo tale da causare la morte per fame. Tra le vittime dei Khmer Rossi devono essere annoverati i miei genitori, due sorelle e molti dei miei parenti.”
Loung Ung racconta di come la sua vita, ad un certo punto, si sia totalmente separata dall’unica sorella rimastale: Chou.
Loung, difatti, insieme al fratello Meng ed alla cognata scapperà prima in Thailandia per poi raggiungere il Vermont negli Stati Uniti.
Una storia che in modo parallelo racconta di incubi.
Da un lato, quelli concreti di Chou perché, nonostante la presenza vietnamita a difendere la popolazione cambogiana, i Khmer Rossi sono ancora presenti nelle campagne dove è andata ad abitare il resto della famiglia Ung.
Loung, invece, si trova catapulta in questa nuova realtà di benessere dove il terrore rimane schiacciato dentro mentre si alimenta la quotidiana speranza di farlo sparire del tutto concentrando tutte le nuove preoccupazioni alla formazione di un nuovo sé.
Una lettura importante come sempre lo è tutto ciò che contribuisce a tener viva, in un qualche modo, la coscienza anche se – giustamente- Ung bacchetta la solidarietà ipocrita che si risolve in esibizioni di affetto ma che non hanno seguito in aiuti concreti.
Passeranno quindici anni prima che le due sorelle possano riabbracciarsi e questa è la loro storia.
Ung è un pelino troppo filo sognoamericano ?
Ma è comprensibile.
D’altra parte come si fa a sputare nel piatto in cui mangi e a mordere la mano che ti ha tirato fuori dal pantano?
” Scelgo un nastro rosso e lo liscio passandolo delicatamente tra pollice e indice. Mentre il tessuto setoso mi scivola tra le dita, la mia mente torna alla Cambogia, dove per quattro lunghi anni abbiamo vissuto senza colori, indossando esclusivamente le camicie e i pantaloni neri imposti dai Khmer Rossi. I miliziani di Pol Pot sostenevano infatti che indossare abiti colorati discrimina le persone e alimenta disprezzo e sfiducia tra i cittadini. Inoltre erano dell’opinione che i bambini, che desideravano indossare una camicia rossa, una gonna rosa o pantaloni blu, fossero soltanto vanitosi, il che rendeva indispensabile “guarirli” della loro vanità... con le botte, naturalmente! Mi chiedo che cosa direbbero i soldati se vedessero la mia ciotola piena di nastri colorati. In ogni caso, spero che le loro parole, qualunque possano essere, escano da labbra morte e da carne decomposta. Metto un nastro rosso tra i capelli e penso che è proprio bello vivere in America.”