«Anni che si chiamano di "pace"» diceva Benedetto Croce delle età che non offrono spettacolo di guerre e rivoluzioni «ma che mostrano il loro moto e il loro dramma a chi non ripone queste cose unicamente negli urti fragorosi e nei grossi fatti appariscenti, e anzi cerca il vero moto e il vero dramma negli intelletti e nei cuori». Ad anni, per noi, di pace appartiene questa memoria che Togliatti da Yalta sul Mar Nero destinò ai massimi dirigenti sovietici, e che terminò di scrivere il 12 agosto del 1964 poche ore prima della crisi cerebrale che lo avrebbe portato alla morte. E come spesso con i documenti degli anni che si chiamano di pace, a rileggerlo oggi dà più il senso della distanza, del lavoro che si è compiuto o del cammino che si è percorso da allora, che il senso della «svolta» a cui gli storici della politica del dopoguerra si riferiscono (e di quanto svolta e quanto punto di riferimento sia in realtà stato, dà notizia la nota di Giorgio Frasca Polara che accompagna il Memoriale di Yalta in questo volume). Ma è proprio in questa differenza tra ciò che un momento umano è e ciò che la storia lo chiama a diventare che si gioca «il vero moto e il vero dramma» che cerchiamo nei documenti della storia.
Da persona ancora molto inesperta del mondo del secondo dopoguerra – anche e soprattutto per colpa di una scuola che, spesso, affronta questo periodo con troppa fretta e superficialità – ho trovato questo libro davvero molto interessante.
Sia chiaro: per leggerlo non bisogna essere comunisti. Anzi, può essere una lettura utile per chi, come me, ha sempre associato il comunismo esclusivamente agli orrori dell’Unione Sovietica.
Il Memoriale di Yalta mostra come il PCI, almeno nella riflessione di Togliatti, cercasse una propria autonomia politica e teorica, prendendo talvolta posizioni non pienamente allineate a quelle dell’URSS. È un testo breve, ma capace di offrire uno spunto prezioso per comprendere meglio una pagina complessa della storia del Novecento.