“La sera di sabato 4 gennaio un giovanotto che intendeva sposarsi andò a in una casa di Grosvenore Street per conoscere il suo futuro suocero”. Un Carr che inizia in modo molto semplice e familiare (molti di noi, me compreso, hanno vissuto quest’esperienza) a differenza di altri romanzi dove aleggia la presenza del soprannaturale.
Il nostro protagonista, Answell, viene fatto accomodare dall’anziano, Hume, nel suo studio, i due scambiano qualche battuta (fra cui alcune osservazioni su frecce da arciere disposte come trofeo a ornare la stanza) e si accingono a bere del liquore. Answell dopo aver bevuto alcune sorsate di liquore offertegli da Hume inizia a sentirsi male e perde i sensi. Al risveglio, dopo soli venti minuti, si trova chiuso all’interno della stanza, in compagnia di Hume ormai cadavere (ucciso da una delle frecce accennate prima), e con porte e finestre chiuse dall’interno. Una variante sul tipo del delitto impossibile, una camera chiusa nella quale insieme al morto è rinchiuso anche una terza persona, accusata del crimine risultando la camera chiusa dall’interno e senza aperture apparenti. Qui infatti a differenza della classica camera chiusa, sotto gli occhi di tutti c’è una ovvia, ancorché sbagliata, soluzione: Answell ha ucciso Hume, tutto sembra dimostrarlo, tranne la mancanza di qualsiasi movente sia per il tentato avvelenamento da un lato sia per l’omicidio dall’altro. I due uomini sono entrambi facoltosi, per cui il matrimonio non appare un matrimonio “per soldi” per nessuna delle parti, e non risultano altri motivi di attrito fra i due che non si erano mai incontrati prima. Per fortuna, il protagonista è difeso nientemeno che da H.M. che torna in tribunale per difenderlo e dimostrarne l’innocenza.
La “Judas window” del titolo, tradotta come “Occhio di Giuda” (parola che non avevo mai sentito, non saprei se desueta o semplicemente inventata dal traduttore) è semplicemente lo spioncino, come quello usato in carcere per osservare i detenuti in cella. Durante la sua appassionata difesa più volte H.M. nomina questo particolare, con meraviglia del lettore dato che le porte e le finestre non presentano nessuna apertura del genere. Ma alla fine ovviamente H.M. avrà ragione e riuscirà a ricostruire lo svolgimento dei fatti.
La soluzione è sorprendente, originale (almeno per me) e al tempo stesso verosimile (nei limiti ovviamente delle “regole del gioco” di questo genere). La lealtà dell’autore in questo romanzo è massima, gli indizi sono presentati al lettore in maniera chiara e coerente, e la soluzione è alla portata del lettore, anche se in questo caso Carr mi ha giocato e mi ha portato su una pista inverosimile con un’osservazione innocua che ho male interpretato.
A ogni modo il romanzo è all’altezza dei grandissimi. Il tema dell’uomo comune coinvolto in un crimine e accusato dello stesso mi ricorda alcuni romanzi che ho amato molto, come La rossa mano destra che abbiamo commentato qualche settimana fa, oppure il visitatore che non c’era, o ancora L’uomo con la mia faccia, anche se qui ben presto Answell cede la scena a H.M. La narrazione è degna del miglior Carr, i personaggi nella giusta quantità, né troppi né troppo pochi, e ben delineati, il gioco dei sospetti e delle piste ben realizzato. La soluzione come detto prima molto brillante, e al tempo stesso accessibile al lettore, A caldo, appena terminato, mi viene da definirlo “il giallo perfetto”, anche se poi ripensandoci ci sono almeno un’altra mezza dozzina di titoli, di cui almeno un paio di Carr, che periterebbero lo stesso appellativo. A ogni modo uno dei più bei gialli di sempre.