Da una parte la guerra tra i clan della Sacra Corona Unita, gli agguati, gli omicidi. Dall’altra l’Operazione Primavera e l’illusione di una Puglia normalizzata mediante l’uso della forza militare. In mezzo, il destino dei personaggi di Né padri né figli. Il Napoletano, capo della sezione catturandi; don Paolo, viceparroco e animatore della squadra di calcio parrocchiale; Anna, affascinante educatrice di una comunità per minori; Cosimo, alcolizzato e venditore abusivo di sigarette; Teodoro, killer del clan vincente della SCU; Maria, bellissima e ambita da tutti i suoi coetanei. E soprattutto Mino, obbligato a costruirsi la propria storia personale con i mezzi avariati che la Storia degli adulti gli ha lasciato a disposizione. Un romanzo noir e di formazione, il racconto dell’iniziazione criminale di un sedicenne che sognava di diventare un campione di calcio.
"La disperazione era sempre stata l'effetto, non la causa delle loro azioni."
La storia ci riporta alla Puglia degli anni ‘90, un'epoca difficile, intrisa di malavita, omicidi e criminali senza scrupoli, tanto ignoranti quanto feroci, disumani. Siamo davanti ad un noir metropolitano e mediterraneo, protagonista è Mino, un ragazzo ‘abusato dalla vita e dagli adulti'. Nella prefazione, che ha tutta l’aria di un racconto-nel-racconto, Capraro parla di quella volta in cui Goffredo Fofi definì questi suoi scritti ‘francamente brutti’. C’era da star male, un giudizio così negativo per uno scrittore ha il sapore amaro della stroncatura, ma era pur sempre una soddisfazione il fatto che Fofi li avesse letti. Tutti brutti dunque questi racconti, tranne uno, disse Fofi: “Mino dice”. È da qui che parte la storia: nel racconto breve, Mino dice quel che Capraro urlerà nel romanzo, la storia di Mino, adolescente cresciuto in un ambiente degradato e, nonostante tutto, sempre fiducioso nei confronti degli adulti. Si capisce fin da subito che Mino è l’antieroe che non trova un solo adulto significativo in grado di aiutarlo. Chiede aiuto, a suo modo, al mondo degli adulti, a tutte le agenzie educative e nessuno è in grado di raccogliere la sfida. Ma che fine hanno fatto i padri? La lingua di Capraro è tagliente e feroce, ricca di espressioni violente e gergali, proprio come quella dei protagonisti. I fatti sono realmente accaduti sotto gli occhi incuranti di chi c’era, quasi tutti i personaggi sono reali e l’autore ha sentito di dover raccontare in qualche modo queste storie tragiche per portare in superficie l’abisso. Una terra senza legge e senza Dio, nel vero senso della parola, ma durante la lettura c’è un momento in cui si arriva anche a credere o almeno sperare in una salvezza possibile per queste persone, questi ‘piegati’. Non ci sono buoni né cattivi, in certi ambienti si diventa ladri o poliziotti, tutto dipende da chi incontri. Bellissima, a questo proposito, l’immagine dei cipressi che segnano un confine fisico tra il bene e il male, la vita e la morte, non resta che scegliere e a volte la direzione sbagliata sembra l’unica possibile. Dopo la lettura di un libro così intenso resta sempre un senso di scoramento e ci si pone tante domande, ma il fine ultimo della letteratura in fondo è anche questo smuoverci dentro.